Una ricerca internazionale guidata dal Cnr-Igb di Napoli rivela come molecole di RNA rimaste identiche per milioni di anni dirigano la formazione della struttura corporea nei mammiferi.

Nel complesso "libretto di istruzioni" della vita, non tutto serve a costruire proteine. Esiste una vasta area della biologia molecolare, un tempo considerata secondaria, abitata dagli RNA non codificanti. Tra questi, spiccano gli RNA ultraconservati (ucRNAs), sequenze genetiche così vitali da essere rimaste immutate nel corso dell'evoluzione: sono identiche nell'uomo, nel topo e nel ratto.

Uno studio d’avanguardia, pubblicato sulla prestigiosa rivista EMBO Journal, ha finalmente fatto luce sul compito di una di queste molecole, denominata T-UCstem1, dimostrando il suo ruolo cruciale nelle prime, delicatissime fasi della vita embrionale.


Uno studio dell’Università di Padova rivela come il ripristino di una proteina chiave possa contrastare la demenza frontotemporale e la CLN11.

Una nuova frontiera si apre per il trattamento di gravi patologie del sistema nervoso oggi prive di cure. Una ricerca guidata dall'Università di Padova ha dimostrato l'efficacia della terapia genica basata su cellule staminali ematopoietiche autologhe (HSC-GT) per contrastare la carenza di progranulina (PGRN), una proteina vitale per la sopravvivenza dei neuroni.

 

Un innovativo sistema di imaging proteico permette di distinguere le cellule cerebrali sane da quelle malate, aprendo la strada a una medicina predittiva per patologie come l'Alzheimer e il glioma.

Una scoperta italo-statunitense

Un team internazionale guidato dal Cnr-Isof (Istituto per la sintesi organica e la fotoreattività di Bologna) e dalla Boston University ha identificato una vera e propria "firma proteica" degli astrociti. Queste cellule, caratterizzate dalla tipica forma a stella, sono i custodi della salute del nostro cervello: regolano l'equilibrio di acqua, ioni e biomolecole essenziali per il corretto funzionamento dei neuroni.

La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Advanced Science, è il frutto della collaborazione tra il gruppo della Prof.ssa Michelle Y. Sander (USA) e quello della Dott.ssa Valentina Benfenati (Italia).

Per la prima volta, un team di scienziati è riuscito a ricostruire gli antichi genomi dei betaherpesvirus umani 6A e 6B (HHV-6A/B) partendo da resti archeologici risalenti a oltre duemila anni fa. Lo studio, guidato dalle Università di Vienna e Tartu (Estonia) e pubblicato su Science Advances, conferma che questi virus si sono evoluti insieme alla nostra specie almeno dall'Età del Ferro. I risultati tracciano il lungo percorso di integrazione dell'HHV-6 nei cromosomi umani, suggerendo che la variante 6A abbia perso questa capacità nelle prime fasi della sua storia.

L'HHV-6B colpisce circa il 90% dei bambini entro i due anni ed è noto soprattutto come causa della sesta malattia (o roseola infantum), la principale responsabile delle convulsioni febbrili nell'infanzia. Insieme al parente stretto HHV-6A, fa parte di un gruppo di herpesvirus diffusi che solitamente stabiliscono infezioni latenti per tutta la vita. La loro caratteristica eccezionale è la capacità di integrarsi nei cromosomi umani: una peculiarità che permette al virus di restare silente e, in rari casi, di essere ereditato come parte del patrimonio genetico dell'ospite. Oggi, circa l'1% della popolazione mondiale possiede queste copie virali ereditarie. Sebbene studi precedenti ipotizzassero l'antichità di tali integrazioni, questa ricerca fornisce la prima prova genomica diretta.



Quando il cuore di un paziente si ferma tra le mura ospedaliere, ogni secondo è decisivo. Il protocollo standard prevede l'inizio immediato del massaggio cardiaco, della ventilazione e l'uso del defibrillatore. Tuttavia, quando queste manovre non bastano, entra in gioco l'adrenalina.

Nonostante l'uso di questo farmaco sia una pratica consolidata da oltre cinquant'anni (celebre il suo impiego negli shock anafilattici), la sua reale efficacia nel contesto specifico dell'arresto cardiaco intra-ospedaliero non era mai stata documentata in modo così preciso fino ad oggi.

 

Un team di ricerca internazionale ha scoperto prove schiaccianti del fatto che alcune molecole derivate dai microbi intestinali possano svolgere un ruolo cruciale nel modellare il sistema immunitario durante la prima infanzia. I risultati offrono una nuova prospettiva su come lo sviluppo precoce del microbiota intestinale possa contribuire al rischio di malattie autoimmuni, tra cui il diabete di tipo 1.

Lo studio ha analizzato oltre 300 campioni di feci raccolti da bambini di età compresa tra i 3 e i 36 mesi. Questi bambini presentavano un rischio genetico per il diabete di tipo 1 e alcuni di loro hanno successivamente sviluppato autoanticorpi insulari, marcatori precoci della malattia. I ricercatori hanno monitorato oltre 100 acidi biliari coniugati da microbi, una classe di composti scoperta solo di recente e ancora poco conosciuta.


Un nuovo studio pubblicato su Nature rivela come il complesso proteico NAC agisca da "regolatore di velocità" all'interno dei ribosomi per garantire una produzione impeccabile.
Le proteine sono i mattoni fondamentali della vita. All'interno delle nostre cellule, vengono assemblate da vere e proprie fabbriche molecolari chiamate ribosomi, che traducono il codice genetico in catene di amminoacidi. Tuttavia, produrre una proteina non significa solo "montarla": essa deve essere ripiegata correttamente, modificata chimicamente e spedita alla sua destinazione precisa.


Uno studio coordinato dall'Università Statale di Milano e dall'Istituto Mario Negri rivela come un enzima nel plasma possa rivoluzionare la diagnosi precoce e il monitoraggio della malattia.
Una ricerca d'avanguardia, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Parkinson’s Disease, segna un punto di svolta nella lotta alle malattie neurodegenerative. Per la prima volta, l'enzima JNK3 è stato identificato nel sangue non solo come un bersaglio per future cure, ma come un biomarcatore plasmatico estremamente preciso, capace di segnalare il livello di danno neuronale in corso.

Dalla ricerca di base alla clinica: la "doppia identità" di JNK3
Fino ad oggi, JNK3 era noto agli scienziati principalmente come un attore protagonista nei processi di morte dei neuroni. La grande intuizione del team coordinato dalla Prof.ssa Tiziana Borsello (Università Statale di Milano e Istituto Mario Negri) è stata ipotizzare che questo enzima potesse essere rilevato anche nel plasma, trasformandosi in un "messaggero" della patologia.


Grazie al "nanomotion sensing", i ricercatori del CNR hanno isolato i segnali vitali dello Staphylococcus aureus, aprendo la strada a terapie che colpiscono il metabolismo del ferro.
Una ricerca d'avanguardia, frutto della collaborazione tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e le Università di Urbino e Parma, ha gettato nuova luce sui meccanismi di sopravvivenza dello Staphylococcus aureus. Per la prima volta, grazie alla tecnologia del nanomotion sensing, è stato possibile monitorare in tempo reale i micro-movimenti e l'attività metabolica di questo patogeno, tristemente noto per la sua elevata resistenza ai farmaci.


Uno studio dell'Università di Padova identifica nel recettore CD300e un nuovo bersaglio per potenziare l'efficacia delle immunoterapie.
Un importante passo avanti nella lotta al carcinoma del colon-retto arriva dai laboratori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova. Un team di scienziati, sotto la direzione della professoressa Gaia Codolo, ha individuato un potenziale bersaglio terapeutico finora inesplorato: il recettore immunitario CD300e. La ricerca, che promette di rivoluzionare le strategie immunoterapiche, è stata resa possibile grazie al sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro.

 

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