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Le emozioni che proviamo non sono mai isolate: il contesto in cui ci troviamo, anche quello visivo, può influenzare profondamente il nostro stato d’animo. Un nuovo studio condotto dall’Hebrew University of Jerusalem rivela che le persone con sintomi depressivi sono particolarmente sensibili all’influenza emotiva delle immagini negative che li circondano, arrivando a percepire come negativi anche contenuti neutri quando questi sono affiancati da stimoli visivi sfavorevoli. Questa scoperta apre nuove prospettive per la comprensione dei meccanismi della depressione e per lo sviluppo di strategie terapeutiche mirate.

Il peso del contesto nelle emozioni depressive.

Il team guidato dalla Prof.ssa Nilly Mor e dalla dottoranda Tamar Amishav ha coinvolto oltre 270 studenti universitari in una serie di esperimenti. I partecipanti hanno osservato immagini neutre o negative, presentate da sole o affiancate da altre immagini con contenuto emotivo neutro, negativo o positivo. I risultati sono stati chiari: chi presentava livelli più alti di sintomi depressivi tendeva a valutare come più negativi anche i contenuti neutri, se accompagnati da immagini periferiche negative. Questo effetto non si osservava con immagini periferiche positive o neutre.

“Le nostre esperienze emotive raramente sono determinate da un solo stimolo,” spiega la Prof.ssa Mor. “Le persone con tendenze depressive sono più vulnerabili al ‘contagio’ emotivo della negatività circostante, anche quando questa non è direttamente rilevante.”

Il ruolo dell’asimmetria: positività che non compensa

Un aspetto particolarmente interessante emerso dallo studio è che la presenza di immagini positive nel contesto non riusciva a mitigare l’effetto delle immagini negative. In altre parole, la tendenza a percepire il mondo attraverso una lente negativa non viene bilanciata dall’introduzione di stimoli positivi, confermando una tipica asimmetria nei processi emotivi depressivi.

“Questi risultati suggeriscono che i segnali negativi hanno un’influenza più forte sull’interpretazione emotiva rispetto a quelli positivi, soprattutto in chi soffre di depressione,” sottolinea Amishav. “Questo può spiegare perché le persone depresse percepiscono il mondo come più cupo, anche in situazioni apparentemente neutre.”

In conclusioni, questo studio sottolinea come la depressione non sia solo una questione di emozioni interne, ma anche di come il contesto esterno modula la nostra percezione emotiva. La maggiore vulnerabilità al “contagio” negativo può spiegare perché chi soffre di depressione fatica a trovare sollievo anche in ambienti neutri o positivi. Da un punto di vista clinico, questi risultati suggeriscono la necessità di terapie che aiutino i pazienti a riconoscere e gestire l’impatto del contesto, sia esso reale (social media, pubblicità, ambiente) o immaginato. Interventi mirati su questi bias potrebbero rappresentare una nuova frontiera nella prevenzione e nel trattamento della depressione.


Studi scientifici recenti correlati: - "Implicit Emotional Biases in Anxiety and Depression" Dickey, L., Granros, M., MacNamara, A., et al. (2024) Studio che evidenzia come individui con depressione mostrino una maggiore risposta cerebrale a stimoli tristi e una ridotta risposta a stimoli positivi, confermando il bias negativo nell’elaborazione emotiva. bioRxiv, 2024. - "Affective processing in individuals with depressive symptoms" MSc Thesis, University of Padua (2023) Utilizzando EEG, lo studio mostra che sintomi depressivi predicono una ridotta elaborazione emotiva di immagini piacevoli, suggerendo una difficoltà nell’elaborazione di stimoli positivi rispetto a quelli negativi. Università di Padova, 2023. - "The Impact of Affective Context on Autobiographical Recollection in Depression" Hitchcock, C., Golden, A.M., Werner-Seidler, A., Kuyken, W., Dalgleish, T. (2017) I soggetti depressi hanno difficoltà a sovrascrivere l’influenza del contesto emotivo negativo nei ricordi autobiografici, con implicazioni per la memoria e il funzionamento quotidiano. Clinical Psychological Science, 2017. Riferimenti bibliografici Dickey, L. et al., "Implicit Emotional Biases in Anxiety and Depression," bioRxiv, 2024. MSc Thesis, University of Padua, "Affective processing in individuals with depressive symptoms," 2023. Hitchcock, C. et al., "The Impact of Affective Context on Autobiographical Recollection in Depression," Clinical Psychological Science, 2017.
Pubblicato in Medicina



L’invecchiamento della popolazione mondiale rappresenta una delle principali sfide sanitarie del nostro tempo. In risposta, cresce l’interesse verso strategie nutrizionali e integratori naturali in grado di promuovere una longevità sana. Un recente studio guidato dal Professor Indraneel Mittra dell’Advanced Centre for Treatment, Research & Education in Cancer (ACTREC) di Mumbai apre nuove prospettive: la combinazione di resveratrolo e rame, due nutraceutici ampiamente disponibili, potrebbe offrire una soluzione sicura, economica ed efficace per rallentare i processi degenerativi legati all’età.

ROS e cfChPs, un nuovo paradigma
Il resveratrolo, noto antiossidante presente nella buccia di uva e frutti di bosco, e il rame, minerale essenziale ma potenzialmente tossico ad alte dosi, hanno mostrato risultati contrastanti se utilizzati singolarmente. Tuttavia, studi giapponesi hanno dimostrato che la loro combinazione genera specie reattive dell’ossigeno (ROS) in grado di degradare il DNA batterico in vitro.

Il gruppo di Mittra ha portato questa scoperta oltre, dimostrando che i ROS prodotti da R-Cu possono degradare le particelle di cromatina libera (cfChPs), frammenti di DNA e proteine rilasciati dalla morte cellulare. Queste cfChPs, secondo i ricercatori, sono in grado di penetrare nelle cellule sane e danneggiarne il DNA, contribuendo ai processi di invecchiamento e a numerose patologie.
“Il nostro lavoro suggerisce che eliminare le cfChPs con la combinazione di resveratrolo e rame possa rallentare i processi di invecchiamento e ridurre il rischio di malattie correlate all’età,” afferma il Prof. Indraneel Mittra.
Pubblicato in Medicina


La ricerca sugli embrioni generati da cellule staminali (SCBEM, Stem Cell-Based Embryo Models) rappresenta una delle frontiere più promettenti e, al contempo, più controverse della biomedicina contemporanea. Questi modelli, capaci di imitare molte caratteristiche degli embrioni umani reali senza però essere veri e propri embrioni, stanno rivoluzionando lo studio dello sviluppo umano e delle patologie correlate. Tuttavia, sollevano interrogativi etici e normativi ancora irrisolti, che richiedono risposte condivise e innovative. Un recente studio internazionale, finanziato da enti asiatici, ha analizzato lo stato globale della regolamentazione di questi modelli e ha proposto soluzioni per un quadro etico comune e dinamico.

Il valore e la natura degli SCBEM
Gli SCBEM sfruttano la straordinaria plasticità delle cellule staminali pluripotenti, in grado di differenziarsi in molteplici tipi cellulari, per ricreare strutture simili a quelle embrionali. Questo consente di studiare le fasi precoci dello sviluppo umano, di investigare malattie genetiche e di testare nuove terapie, superando molti dei limiti etici e tecnici legati all’uso di embrioni umani veri e propri. Gli SCBEM possono essere ottenuti sia da cellule staminali embrionali sia da cellule somatiche riprogrammate (iPS cells), distinguendosi nettamente dalle cellule germinali (ovuli e spermatozoi).
Pubblicato in Medicina


The COVID-19 pandemic ignited intense research into the origins of the SARS-CoV-2 virus. In this context, a 19-nucleotide sequence patented by Moderna in 2016 garnered significant attention due to its partial match with a critical region of the viral genome: the Furin Cleavage Site (FCS). This article thoroughly explores Moderna's patent US9359392B2 (also US9587003B2), the nature of the sequence in question, the ensuing controversies and theories, and presents an in-depth analysis of the statistical probabilities of such a coincidence. We evaluate the molecular basis and epidemiology of SARS-CoV-2, comparing them with the implications of a potential laboratory origin. We conclude that, while the coincidence is an interesting fact warranting scientific analysis, the genetic, statistical, and epidemiological evidence does not support the hypothesis of an artificial origin or direct involvement of Moderna in the creation of SARS-CoV-2. Nevertheless, the event requires further study and investigation.

Pubblicato in Scienceonline

 

La pandemia di COVID-19 ha scatenato un'intensa ricerca sulle origini del virus SARS-CoV-2. In questo contesto, una sequenza di 19 nucleotidi brevettata da Moderna nel 2016 ha attirato significative attenzioni per la sua parziale corrispondenza con una regione critica del genoma virale, il sito di clivaggio della furina (FCS - Furin Cleavage Site). Questo articolo esplora in dettaglio il brevetto di Moderna US9359392B2 (anche US9587003B2). la natura della sequenza in questione, le contestazioni e le teorie emerse, e presenta un'analisi approfondita delle probabilità statistiche di tale coincidenza. Valutiamo le basi molecolari e l'epidemiologia del SARS-CoV-2, confrontandole con le implicazioni di un'eventuale origine laboratoriale. Concludiamo che, sebbene la coincidenza sia un fatto interessante degno di analisi scientifica, l'evidenza genetica, statistica ed epidemiologica non supporta l'ipotesi di un'origine artificiale o di un coinvolgimento diretto di Moderna nella creazione del SARS-CoV-2. Comunque l'evento richiede ulteriori studi e approfondimenti.

Pubblicato in Medicina

 

Ethyl p-methoxycinnamate inhibiting cancer cell energy source: EMC, a main component of kencur ginger, has shown it can block tumor growth and prevent ATP development.

 

Cercare risposte nella natura a interrogativi complessi può portare a risultati inediti e sorprendenti, capaci persino di influenzare le cellule a livello molecolare. Le cellule umane, ad esempio, ossidano il glucosio per produrre ATP (adenosina trifosfato), una fonte di energia vitale. Le cellule tumorali, invece, producono ATP attraverso la glicolisi, un processo che non richiede ossigeno anche quando questo è presente, e convertono il glucosio in acido piruvico e acido lattico. Questo metodo di produzione di ATP, noto come effetto Warburg, è ritenuto inefficiente, sollevando interrogativi sul perché le cellule tumorali scelgano questa via energetica per alimentare la loro proliferazione e sopravvivenza.

Pubblicato in Medicina


Intensità delle isole di calore superficiali urbane nei capoluoghi di regione italiani

 

Una ricerca coordinata dal Cnr-Ibe, in collaborazione con Ispra, ha quantificato il fenomeno delle isole di calore in Italia, nei diversi capoluoghi di regione. I risultati, pubblicati sulla rivista Remote Sensing Applications: Society and Environment, potranno supportare la programmazione di interventi di mitigazione delle temperature in ambito nazionale.

 Nell’ambito del progetto Mirificus (Monitoraggio degli interventi di riforestazione per l’isola di calore urbana tramite i satelliti), uno studio coordinato dall’Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibe), svolto in collaborazione con l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ha analizzato il fenomeno delle isole di calore superficiali (SUHI) nei venti capoluoghi di regione italiani. La ricerca, pubblicata sulla rivista Remote Sensing Applications: Society and Environment, si è avvalsa dell’utilizzo dei dati satellitari NASA e Copernicus, monitorando il periodo estivo, tra giugno e agosto, nel decennio 2013-2023.

Pubblicato in Ambiente


Progettata una molecola organica innovativa capace di rispondere in modo “intelligente” alle condizioni ambientali. Si trasforma in nanostrutture differenti che attivano due processi fotocatalitici diversi per la produzione di idrogeno oppure di acqua ossigenata. I risultati del team dell’Università di Padova su «Advanced Functional Materials»
L’idrogeno è considerato uno dei vettori energetici più promettenti per il futuro: è pulito, perché brucia producendo solo acqua, ed è altamente efficiente, generando quattro volte più energia del petrolio per unità di massa. Oltre al suo ruolo strategico nella transizione energetica, l’idrogeno è anche una materia prima cruciale per l’industria chimica e petrolchimica, dove viene utilizzato fino al 70% dei processi produttivi, ad esempio per la sintesi dell’acqua ossigenata, presente in milioni di tonnellate ogni anno nelle nostre case, nei servizi sanitari e nei supermercati.

Pubblicato in Ambiente


Negli ultimi quindici anni, una serie di scavi e ricerche interdisciplinari guidate dall’Ateneo de Manila University, in collaborazione con istituzioni internazionali, ha rivoluzionato la comprensione del ruolo delle Filippine nella preistoria del Sud-est asiatico. Il Mindoro Archaeology Project ha portato alla luce prove straordinarie di migrazioni umane, innovazione tecnologica e reti di scambio marittime risalenti a oltre 35.000 anni fa.

Un arcipelago senza ponti: la sfida della migrazione
A differenza di altre grandi isole del Sud-est asiatico, Mindoro e la maggior parte delle Filippine non furono mai collegate alla terraferma da ponti terrestri o ghiacciai. Questo isolamento geografico implicava che ogni arrivo umano richiedesse traversate marine intenzionali e ben pianificate, suggerendo già in epoca paleolitica una notevole padronanza delle tecnologie di navigazione e adattamento.

Scoperte archeologiche: tecnologia, risorse e reti
Gli scavi condotti a Ilin Island, San Jose e Sta. Teresa, Magsaysay hanno restituito resti umani, ossa animali, conchiglie e strumenti in pietra, osso e conchiglia. Questi reperti dimostrano che, oltre 30.000 anni fa, gli abitanti di Mindoro erano già abili navigatori e pescatori, capaci di catturare specie pelagiche come tonni e squali, e di mantenere contatti con altre popolazioni attraverso la vasta regione marittima della Wallacea.

Pubblicato in Redazionale
Lunedì, 09 Giugno 2025 11:14

Rivelata la genetica del “long Covid”

 

 


Pubblicato su Nature Genetics lo studio internazionale che ha per la prima volta identificato nuove varianti genetiche associate al rischio di sviluppare la sindrome, nota per provocare stanchezza cronica, difficoltà cognitive e respiratorie, dolore muscolare. L’Italia ha contribuito con studiosi e studiose dell’Università degli Studi di Milano, dell’Università di Siena, e dell’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, grazie alla partecipazione degli studi Fondazione COVID-19 Genomic e GEN-COVID.


Un ampio studio genetico internazionale, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, ha identificato nuove varianti genetiche associate al rischio di sviluppare il “long Covid”, una condizione debilitante che colpisce milioni di persone nel mondo anche mesi dopo la guarigione dall’infezione acuta da SARS-CoV-2, caratterizzata da sintomi come stanchezza cronica, difficoltà cognitive e respiratorie e dolore muscolare.

Pubblicato in Medicina

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