Una nano-sonda per fare luce sul corpo umano

Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e Istituto italiano di tecnologia (Iit) hanno messo a punto una nuova tecnica non invasiva, che tramite la dispersione della luce fornisce accesso in situ a proprietà fondamentali dei tessuti, restituendo informazioni dall’interno del corpo umano. I risultati, pubblicati su Nature Communications, aprono importanti prospettive per nuovi sistemi di diagnosi precoce in vivo di alcune malattie neurodegenerative e tumori
E' stata testata una nuova tecnica non invasiva basata sulla luce, che utilizza in modo innovativo le nanosonde a tecnologia a DNA e ricava informazioni all’interno di un sistema complesso come gli organi e i tessuti del corpo umano senza bisogno di interventi chirurgici o procedure più delicate per il paziente.
La tecnica getta le basi per importanti sviluppi in ambito diagnostico, poichèsi può applicare in tutti i casi in cui il target da raggiungere a profondità tale per cui altri sistemi già esistenti, come i raggi X o la risonanza magnetica, non sono efficaci a causa della bassa risoluzione spaziale.
Ecco le piante “acchiappa plastica” a difesa delle coste

La ricerca dell’Ateneo sul litorale da Viareggio a Calambrone nel Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli
C’è una barriera verde che protegge le coste. Piante come lo sparto pungente o la gramigna delle spiagge sono fra i migliori difensori contro l’invasione di plastica. La loro conformazione e le radici molto ramificate agiscono infatti come vere e proprie “trappole” per limitare la dispersione dei rifiuti. La conferma del ruolo fondamentale svolto dalla vegetazione dei sistemi dunali arriva da uno studio pubblicato su Marine Pollution Bulletin e condotto da un team dell’Università di Pisa sul litorale da Viareggio a Calambrone nel Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
Alessio Mo, Marco D’Antraccoli, Gianni Bedini e Daniela Ciccarelli sono partiti da un censimento dei rifiuti marini. Tre le spiagge che hanno preso in esame: Calambrone, Lecciona e Bufalina, la prima a sud della foce del fiume Arno e le ultime due a nord, siti in cui si depositano maggiormente i detriti a causa delle correnti.La maggior parte del materiale che hanno rilevato (85%) era costituita da plastiche di natura polimerica, quindi carta e cartone (3,6%) e legno lavorato (3,1%). In particolare, per quanto riguarda la plastica si trattava soprattutto di frammenti di piccole e medie dimensioni, resti di spugne domestiche, pacchetti di patatine, involucri di dolci e mozziconi e filtri di sigaretta, ma anche vasi in plastica e sacchetti per mangimi o fertilizzanti associati alle attività agricole.
Scoperto il meccanismo atomico di deformazione plastica dei vetri

Pubblicato su Physical Review Letters lo studio di un team di fisici guidati dall’Università Statale di Milano, in collaborazione con il US Army Research Laboratory e la Shanghai Jiao Tong University, ha importanti ricadute tecnologiche per l’ingegneria meccanica e dei materiali.
Combinando moderne tecniche di simulazioni molecolari al calcolatore con metodi della fisica matematica come la geometria differenziale e i suoi aspetti topologici, un team internazionale di ricercatori, guidati dal fisico Alessio Zaccone, dell’Università Statale di Milano, è riuscito a “mettere a fuoco” i difetti topologici che condizionano la tenuta di alcuni materiali, per esempio i vetri. Lo studio, pubblicato sulla rivista Physical Review Letters, ha importanti ricadute tecnologiche per l’ingegneria meccanica e dei materiali, oltreché per applicazioni in biofisica.
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