Nel sito di Nyayanga, in Kenya occidentale, sono stati ritrovati esempi di industria litica olduvaiana risalenti a circa 3 milioni di anni fa. Le analisi dei reperti litici, condotte presso il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, dimostrano l’utilizzo di strumenti innovativi per la lavorazione di una vasta gamma di materiali e per il consumo di animali di grandi dimensioni da parte degli hominins. Lo studio è pubblicato sulla rivista Science
Nyayanga è una località archeologica presso l’Homa Peninsula, nel Kenya occidentale, caratterizzata da un ambiente ricco di depositi fluviali e lacustri risalenti a oltre 6 milioni di anni fa.

Un nuovo studio internazionale, a cui ha preso parte il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, documenta le ricerche condotte in questo sito dove sono stati ritrovati i più antichi esempi di innovazione tecnologica, conosciuta come industria litica olduvaiana, risalenti a circa 2,9 milioni di anni fa. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Science, hanno permesso la ricostruzione della paleodieta, ma anche di parte dell’ambiente geografico e dell’ecosistema degli ominidi.


La missione archeologica finanziata da Sapienza ha evidenziato la presenza della più antica zona di produzione specializzata di utensili finora conosciuta. Lo studio, che mette in luce una tappa fondamentale dello sviluppo dell’intelligenza umana, è pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution
Situato a circa 50 km a sud di Addis Abeba, Melka Kunture è un’area archeologica che si estende sull’altopiano etiopico a circa 2000 m di altitudine: si tratta di un vasto agglomerato di depositi archeologici datati tra 2.000.000 e 5.000 anni fa che per estensione, per la lunga sequenza culturale e per la molteplicità e varietà delle situazioni archeologiche presenti nelle sue diverse fasi, si configura come un complesso straordinario, paragonabile soltanto alla Gola di Olduvai in Tanzania. Melka Kunture, però, si distingue nettamente dall’ambiente della savana, non soltanto per il clima fresco e piovoso, ma anche per una flora e una fauna differenti, rappresentando un unicum nel suo genere.

La piccola grotta nel Kurdistan iracheno dove è stata trovata la concrezione studiata



Uno studio condotto dall’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr e dall’Università Statale di Milano ha ricostruito il clima della Mesopotamia nei millenni passati, con l’obiettivo di comprendere quale ruolo abbia avuto nello sviluppo delle prime civiltà di agricoltori e allevatori del vicino Oriente, svelando che le variazioni climatiche hanno influito in modo limitato nelle dinamiche delle comunità. La ricerca è pubblicata su Scientific Reports.

 Uno studio sul campo condotto da ricercatori dall’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Igg) e dall’Università Statale di Milano ha ricostruito e analizzato il clima che ha caratterizzato nei millenni passati la Mesopotamia – cioè la regione compresa tra gli attuali Iraq, Iran, Turchia e Siria - con l’obiettivo di comprendere quale ruolo abbia avuto nello sviluppo delle prime civiltà di agricoltori e allevatori del vicino Oriente.


Pubblicati su “Nature Ecology & Evolution” i risultati di uno studio internazionale a cui ha partecipato anche il paleoantropologo Antonio Profico dell’Università di Pisa


C’è una caratteristica che accomuna il cervello di Homo sapiens e Homo neanderthalensis e cioè che entrambi hanno mantenuto un alto livello di interazione tra le aree cerebrali sia nella fase giovanile che nella fase matura e, come in una sorta di sindrome di Peter Pan, non sono mai diventati veramente adulti. Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato sulla rivista “Nature Ecology & Evolution” a cui ha partecipato il paleoantropologo Antonio Profico, ricercatore del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, e coordinato dal professor Pasquale Raia dell'Università di Napoli Federico II.


Le immagini satellitari possono aiutare i paleontologi ad identificare le aree più promettenti in cui avventurarsi alla scoperta di nuovi fossili. Un team di ricerca guidato da Elena Ghezzo dell’Università Ca’ Foscari Venezia con Matteo Massironi dell’Università di Padova e Edward B. Davis della University of Oregon ha infatti testato diversi metodi di tracciamento di fossili da satellite dimostrando come la tecnologia possa aumentare esponenzialmente l’efficacia delle ricerche paleontologiche sul campo.

Da un lato permette di ridurre il tempo speso in un’area di scavo per la scoperta ed il recupero del materiale fossile dall’altro diventa uno strumento per migliorare la logistica ed aumentare la sicurezza del gruppo di lavoro, che spesso si trova a dover lavorare in aree remote e pericolose.


Un coccodrillo marino del Giurassico Superiore era un pasto indigesto per i grandi predatori, è quanto è emerso dallo studio del dott. Giovanni Serafini di Unimore e dal prof. Luca Giusberti dell’Università di Padova. I due geologi hanno studiato dei resti fossili presenti nel Museo di Geologia e Paleotologia dell’università patavina per scoprire che sono appartenuti ad un giovane esemplare di rettile marino che è stato rigurgitato 150 milioni di anni fa. Il reperto è il primo segnalato tra i suoi simili ed il terzo in una rigurgitalite in tutto il mondo.

Un nuovo studio guidato dalle Università di Modena-Reggio Emilia e Padova ha rivelato la natura sorprendente di un fossile proveniente dal Giurassico bellunese. Lo studio, a cura del Dr. Giovanni Serafini (Unimore) e del Prof. Luca Giusberti (UniPd) è frutto di una collaborazione con l’Università di Pavia, il National Museum of Scotland e l’Università di Yale. La scoperta è stata pubblicato su «Papers in Palaeontology» in un articolo dal titolo “Tough to digest: first record of Teleosauroidea (Thalattosuchia) in a regurgitalite from the Upper Jurassic of north-eastern Italy”. Nel 1980 il geologo feltrino Danilo Giordano scoprì presso Ponte Serra, in provincia di Belluno, i resti scheletrici di un piccolo rettile teleosauroide (gruppo di animali marini prossimi ai coccodrilli) in una lastra di Rosso Ammonitico Veronese, formazione geologica celebre per l’attività estrattiva in Veneto.


Uno studio frutto della collaborazione tra gli etologi dell’Università di Pisa, Amsterdam, Kyoto e del NaturZoo di Rheine pubblicato su Journal of Ethology descrive due diverse tecniche di manipolazione delle pietre simili a quelle impiegate per disegnare


Un disegno è il prodotto dell’utilizzo di un oggetto che rilascia una traccia colorata su una superficie. Per disegnare sono indispensabili raffinate tecniche di manipolazione, che includono una selezione accurata dell’oggetto e della superficie su cui vogliamo lasciare una traccia. Questa attività non è esclusiva della nostra specie. Alcuni hanno infatti insegnato ad altre specie animali, come scimmie ed elefanti, a disegnare fornendo loro il materiale adatto e un training adeguato. Ora, per la prima volta, Elisabetta Palagi (Università di Pisa), Virginia Pallante (Università di Amsterdam), Achim Johann (NaturZoo di Rheine) e Mike Huffman (Università di Kyoto) hanno osservato due maschi di gelada (Theropithecus gelada) sviluppare spontaneamente due differenti tecniche di manipolazione delle pietre che portano al rilascio del colore su superfici dure, costituite da cemento o pietra.


La prima esplorazione delle profondità della Grotta di Veja (Verona) ha portato alla luce più di 200 resti di orso, lupo e tasso oltre a tracce di frequentazione umana negli ultimi 10-12mila anni.

La grotta si trova a Nord di Verona, nel Parco della Lessinia. È una cavità carsica che ha avuto origine in un periodo più recente di 38 milioni di anni fa per l’azione di acque ipogee. Finora studiata parzialmente, è in grado di raccontare molto dei millenni di convivenza tra uomo e fauna e dell’ambiente dell’area prima, durante e dopo l’ultimo evento glaciale.

Le attività di ricerca, riavviate nel 2021 grazie all’Università Ca’ Foscari Venezia, sono entrate nel vivo con una campagna appena conclusa che ha coinvolto 8 operatori che si sono alternati durante due settimane per scavo, documentazione e vaglio del materiale.


Un gruppo internazionale di ricerca è riuscito per la prima volta a sequenziare il genoma di 13 neandertaliani vissuti negli stessi luoghi e nello stesso periodo, più di 50.000 anni fa, tra cui anche un padre e la sua figlia adolescente. I risultati – pubblicati su Nature – ci offrono uno sguardo inedito sull'organizzazione sociale di questi gruppi umani e suggeriscono come le diverse comunità fossero collegate tra loro attraverso la migrazione femminile.
Per la prima volta, un gruppo internazionale di studiosi è riuscito a gettare uno sguardo sull'organizzazione sociale di una comunità neandertaliana: 13 individui vissuti in Siberia più di 50.000 anni fa, tra cui un padre con una figlia adolescente e un giovane ragazzo con una parente adulta, forse una cugina, una zia o una nonna. L’analisi dei loro genomi ha mostrato che questi Neandertal erano parte un piccolo gruppo di parenti stretti, composto da 10-20 membri, e che comunità di questo tipo erano collegate tra loro principalmente attraverso la migrazione femminile.
Lo studio – pubblicato su Nature – è stato guidato da ricercatori dell'Istituto Max Planck per l'Antropologia Evolutiva, a cui fa capo il neo premio Nobel per la Medicina Svante Pääbo. Unica autrice italiana è Sahra Talamo, professoressa dell’Università di Bologna e direttrice del laboratorio di radiocarbonio BRAVHO (Bologna Radiocarbon Laboratory Devoted to Human Evolution).


LA PRIMA COMUNITÀ NEANDERTALIANA


Le analisi genetiche realizzate negli ultimi anni su resti di neandertaliani hanno permesso di ottenere importanti indicazioni sulla storia di questa popolazione umana e sulle loro relazioni con gli umani moderni. Fino ad oggi, però, sapevamo molto poco sull’organizzazione sociale delle loro comunità. Per esplorare questo aspetto ancora nebuloso dei nostri lontani cugini, gli studiosi hanno quindi rivolto la loro attenzione sulla Siberia meridionale: una regione che in passato si è dimostrata molto fruttuosa per la ricerca sul DNA antico. In particolare, le indagini si
sono concentrate in due grotte nella regione dei monti Altai: Chagyrskaya e Okladnikov.

In questi due siti, che sono stati abitati brevemente circa 54.000 anni fa, gli studiosi sono riusciti a recuperare e sequenziare con successo il DNA di 17 resti neandertaliani: l’insieme più alto di resti di questo tipo mai sequenziato per un singolo studio. I risultati mostrano che i resti appartengono a 13 individui neandertaliani: 7 uomini e 6 donne, di cui 8 adulti e 5 tra bambini e giovani adolescenti. L’analisi del DNA ha rivelato che nel gruppo di individui c’erano anche un padre neandertaliano e sua figlia adolescente e una coppia di parenti di secondo grado composta da un ragazzo e una donna adulta, forse una cugina, una zia o una nonna.
Nel DNA mitocondriale dei resti analizzati sono state trovate inoltre diverse eteroplasmie condivise: un tipo particolare di variante genetica che persiste solo per un piccolo numero di generazioni. Secondo gli studiosi, la presenza di eteroplasmie in combinazione con evidenze di individui imparentati tra loro suggerisce fortemente che questi Neandertal siano vissuti - e morti - più o meno nello stesso periodo. “È un risultato davvero sorprendente ed emozionante: il fatto che questi individui siano vissuti nello stesso periodo significa che probabilmente provenivano dalla stessa comunità sociale”, afferma Laurits Skov, dell'Istituto Max Planck per l'Antropologia Evolutiva e primo autore dello studio. “Per la prima volta, quindi, è stato possibile utilizzare gli strumenti della genetica per studiare l'organizzazione sociale di una comunità di Neandertal".


INTRECCI DI COMUNITÀ E MIGRAZIONE FEMMINILE
Un'altra scoperta sorprendente emersa dallo studio è che all’interno di questa comunità neandertaliana la diversità genetica era estremamente bassa: un dato che suggerisce si trattasse di un gruppo composto da 10-20 individui. Si tratta di dimensioni molto inferiori a quelle registrate per qualsiasi comunità umana antica o attuale, e più simili alle dimensioni dei gruppi di specie in via di estinzione. Tuttavia, i Neandertal non vivevano in comunità completamente isolate. Confrontando la diversità genetica del cromosoma Y (ereditato da padre a figlio) con quella del DNA mitocondriale (ereditato dalle madri), infatti, è stato possibile stabilire che queste comunità neandertaliane erano collegate principalmente dalla migrazione femminile. “Questi risultati sorprendenti sull’evoluzione delle migrazioni devono farci riflettere sul ruolo della donna sin dall’inizio della nostra affascinante storia evolutiva: una donna che è sempre stata dotata della capacità di innovare, di trovare risorse, soluzioni, e di ‘fare rete’”, commenta la professoressa dell’Università di Bologna Sahra Talamo, che ha realizzato datazioni al radiocarbonio di alcuni dei neandertaliani della grotta di Chagyrskaya.


I NEANDERTAL PIÙ ORIENTALI

Situata ai piedi dei monti Altai, in Siberia, la grotta Chagyrskaya è stata scavata negli ultimi 14 anni dai ricercatori dell'Istituto di archeologia ed etnografia dell'Accademia delle scienze russa. Oltre a diverse centinaia di migliaia di utensili in pietra e ossa di animali, gli studiosi hanno recuperato più di 80 frammenti di ossa e denti di Neandertal: uno dei più grandi assemblaggi fossili di questi esseri umani rinvenuti a livello mondiale.
I Neandertal di Chagyrskaya e della vicina grotta di Okladnikov cacciavano stambecchi, cavalli, bisonti e altri animali che migravano attraverso le valli fluviali della regione. Le materie prime utilizzate per costruire i loro utensili di pietra venivano raccolte anche a decine di chilometri di distanza: proprio la presenza di queste materie prime sia nella grotta di Chagyrskaya che in quella di Okladnikov supporta i dati genetici che indicano come i gruppi che abitavano queste località fossero strettamente collegati.
"I risultati che abbiamo ottenuto ci permettono di tracciare un quadro concreto di come poteva essere una comunità neandertaliana", afferma Benjamin Peter, dell'Istituto Max Planck per l'Antropologia Evolutiva, tra i coordinatori dello studio. "Mettendo insieme tutti questi elementi abbiamo un’immagine molto più umana dei Neandertal". Studi precedenti su un alluce fossile proveniente dalla famosa grotta di Denisova (che si trova a meno di 100 chilometri di distanza) avevano dimostrato che i Neandertal hanno abitato i monti Altai anche in epoche molto precedenti, circa 120.000 anni fa. Si tratta della regione più orientale in cui siano mai stati rinvenuti resti neandertaliani. I Neandertal rinvenuti nelle grotte Chagyrskaya e Okladnikov non sono però discendenti di questi gruppi precedenti. I dati genetici mostrano infatti una maggiore vicinanza con i Neandertal europei. Un dato supportato anche dal materiale archeologico: gli utensili in pietra della grotta Chagyrskaya sono infatti più simili alla cosiddetta cultura micocchiana, conosciuta anche in Germania e nell'Europa orientale.

 

I PROTAGONISTI DELLO STUDIO


Lo studio – pubblicato su Nature con il titolo “Genetic insights into the social organization of Neanderthals” – è stato realizzato da un ampio gruppo internazionale di ricerca guidato da dal Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology (Germania), diretto dal premio Nobel per la Medicina Svante Pääbo.

Unica italiana del gruppo di ricerca è Sahra Talamo, professoressa al Dipartimento di Chimica "Giacomo Ciamician" dell’Università di Bologna e direttrice del nuovo laboratorio di radiocarbonio BRAVHO (Bologna Radiocarbon laboratory devoted to Human Evolution). Attiva anche presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, la professoressa Talamo è Principal Investigator di vari progetti, tra cui il progetto ERC RESOLUTION (Radiocarbon, tree rings, and solar variability provide the accurate time scale for human evolution and geoscience - ERC Starting Grant n. 803147) e due progetti nazionali: il PRIN DYNASTY (Neanderthals dynamic pathway and resilience in central Europe through the chronometric sustainability), e il progetto FARE ricerca in Italia EURHOPE (Evaluate the precision of time in Human Evolution adopting spectrometric methods for archaeological bones). Tutti progetti di ricerca che portano ad evidenziare l’importanza delle datazioni al radiocarbonio per fare luce sui periodi chiave della preistoria europea.

 

 


Pubblicato su Scientific Reports, lo studio su un sito sommerso nel lago di Bracciano


Un falcetto per tagliare il grano proveniente da La Marmotta, un sito sommerso nel lago Bracciano, testimonia il probabile uso di piante con effetti stupefacenti già in epoca preistorica. La notizia arriva da uno studio pubblicato su Scientific Reports e grazie ad un progetto diretto da ricercatori dell’Università di Pisa, del Museo delle Civiltà di Roma e della Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma.

L’analisi ha riguardato tre falcetti eccezionalmente conservati e completi di denti in selce e di mastice utilizzato per fissare le lame. Dall’esame è risultato che i manici erano fatti in legno di quercia e di una pianta della famiglia Maloideae (probabilmente un albero da frutto), mentre per il mastice è stata usata resina di pino mescolata con polvere di carbone. Lo studio delle usure presenti sui denti in selce ha poi confermato che gli strumenti furono principalmente usati per tagliare grano domestico, probabilmente raso suolo, per poter raccogliere l’interezza della paglia.

 

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