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Aterosclerosi, scoperta la molecola in grado di frenare la malattia
27 Nov 2019 Scritto da Università degli studi di Milano Bicocca
Individuati possibili futuri farmaci in grado di bloccare lo sviluppo dei meccanismi infiammatori alla base dell’aterosclerosi e di prevenire la formazione della placca aterosclerotica.
La speranza arriva dallo studio “Endogenous oxidized phospholipids reprogram cellular metabolism and boost hyperinflammation” (DOI:10.1038/s41590-019-0539-2) condotto da un gruppo di ricerca internazionale guidato da Ivan Zanoni del dipartimento di Biotecnologie e bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con la Harvard Medical School di Boston e appena pubblicato sulla rivista Nature Immunology.
Il sistema immunitario è in grado di combattere agenti patogeni e di intervenire in caso di alterazioni della funzionalità dei nostri tessuti. Le cellule del sistema immunitario sono dotate di una grande capacità distruttiva, ma allo stesso tempo sono anche in grado di riparare i tessuti e le cellule danneggiate da tale attività. Se danno e riparo non sono adeguatamente coordinati, il sistema immunitario stesso può portare allo sviluppo di patologie che definiamo infiammatorie, quali, per esempio, l’aterosclerosi. L’aterosclerosi è infatti caratterizzata dall’accumulo di cellule infiammatorie e grassi che portano all’ostruzione dei vasi sanguigni. Il lavoro pubblicato dimostra che alcune molecole prodotte dal nostro stesso organismo sono in grado di modificare l’attività infiammatoria dei macrofagi, cellule del sistema immunitario che fungono da sentinelle in grado di attivarsi in situazioni di stress.
Gli echi sensoriali del passato condizionano il nostro modo di udire le cose
22 Nov 2019 Scritto da Università di Pisa

Lo dimostra uno studio risultato di una collaborazione internazionale tra le università di Pisa, Firenze e Sydney pubblicato su “Current Biology”
Siamo abituati a pensare che l’udito riporti fedelmente quello che succede intorno a noi, facendoci associare quello che sentiamo agli stimoli che i nostri sensi ricevono in quel momento. Uno studio appena pubblicato sulla rivista “Current Biology”, risultato di una collaborazione internazionale tra le università di Pisa, Firenze e Sydney, dimostra invece che la nostra percezione dei suoni è condizionata dall’eco dei suoni del passato recente.
«Molte delle nostre percezioni sono di fatto allucinazioni predittive, sono cioè attività nervose sollecitate da stimoli precedenti che condizionano la percezione di quelli successivi, proprio come l’eco di un suono che, riverberando, si combina con i suoni seguenti, modificandoli – spiega Tam Ho, giovane post-doc all’Università di Pisa e prima autrice dell’articolo –. Questi processi non sono di natura cognitiva: la predizione altera l’analisi anche di segnali sensoriali molto semplici e la loro selettività suggerisce che l’interazione avvenga nelle cortecce sensoriali».
Da oggi è possibile bio-stampare anche i neuroni
22 Nov 2019 Scritto da Università di Roma La Sapienza
Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Clinical Medicine, è nato da una collaborazione tra la Sapienza e l'Istituto Italiano di Tecnologia e ha permesso di generare modelli 3D di tessuto nervoso a partire da cellule staminali umane
Tra le tecniche di ultima generazione in campo biomedico, quelle di bio-printing utilizzano inchiostro biologico, ossia cellule e prodotti ricavati da materiali non viventi biocompatibili, per assemblare modelli 3D di vari tessuti biologici.
I sistemi modello-cellulari, ottenuti dal processo di bio-printing, sono fondamentali per lo studio del sistema nervoso in vitro, anche in virtù della loro proprietà plastica. Negli ultimi anni, questo campo di ricerca ha assistito a numerose innovazioni tecnologiche: in particolare si è passati da un approccio classico, in cui le cellule sono coltivate in monostrato (2D), a modelli tridimensionali (3D) che consentono di ottenere informazioni più rilevanti sulla citoarchitettura e sulle interazioni delle cellule del cervello.
Lo studio è coordinato da Silvia Di Angelantonio e Alessandro Rosa, rispettivamente del Dipartimento di Fisiologia e farmacologia Vittorio Espamer e del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza e ricercatori presso il centro IIT di Roma (Center for Life Nano Science, Istituto Italiano di Tecnologia), in collaborazione con il team del LaBioprinting IIT.
BAMBINO GESU’: ALLA SCOPERTA DELLA DIETA CHETOGENA PER MANGIARE CON PIÙ GUSTO
13 Nov 2019 Scritto da Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Nella Città del Gusto di Roma un corso per i pazienti metabolici e neurologici e per le loro famiglie.
Con l’aiuto dei cuochi del Gambero Rosso per imparare i trucchi del mestiere. 30 postazioni, 15 famiglie e gli chef del gambero Rosso. Sono gli ingredienti che hanno animato Ketocooking, il corso di cucina chetogena rivolto ai pazienti e alle loro famiglie per spezzare con gusto la monotonia e le difficoltà di una dieta obbligata. L’incontro, organizzato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, si è tenuto a Roma sabato 9 novembre presso la Città del Gusto del Gambero Rosso, con il patrocinio dell’Associazione Italiana Glut 1 e di Fondazione Telethon. Il corso era rivolto a bambini e ragazzi affetti da patologie metaboliche o neurologiche, che li costringono a forti restrizioni alimentari e a seguire un regime poco appetitoso.
LA DIETA CHETOGENA
Da molti anni la dieta chetogena ha assunto il ruolo di farmaco-nutrizione e rappresenta un aspetto rilevante nel percorso assistenziale dei pazienti colpiti da patologie metaboliche o da forme di epilessia farmaco-resistente. È basata sull’assunzione di un’alta percentuale di grassi (90%) a scapito di carboidrati e proteine. I comuni regimi alimentari sono invece costituiti da una percentuale di circa il 50% di carboidrati, 30% di grassi e 20% di proteine.
SCOLIOSI ESTREMA DI 116°: INTERVENTO SU BIMBO DI 5 ANNI AL BAMBINO GESU’
05 Nov 2019 Scritto da Ospedale pediatrico Bambino Gesù
Il piccolo paziente è stato operato alla colonna vertebrale con barre di accrescimento magnetiche. A 4 mesi dall’operazione il miglioramento è del 50%. È il bimbo più piccolo operato al Bambino Gesù per una scoliosi estrema, 116 gradi a livello toracico, con l’impianto di un sistema di barre di accrescimento magnetiche. A 5 anni non ancora compiuti, Fioel, bimbo albanese affetto dalla Sindrome di Prader Willi, nel giugno scorso è stato sottoposto a un delicato intervento per correggere la deformità della colonna che metteva a rischio la funzione del cuore e dei polmoni. La malattia genetica rara, i problemi cardiaci, la grave scoliosi e l’età, facevano di Fioel un paziente ad altissimo rischio. «Abbiamo ricevuto tanti “no” prima di trovare una soluzione» racconta il papà in una lettera indirizzata all’Ospedale Pediatrico.
«Siamo arrivati sino in Francia, ma la risposta era sempre la stessa: l’intervento è troppo rischioso». Il bambino è stato preso in carico dall’Unità Operativa Complessa di Ortopedia del Bambino Gesù diretta dal prof. Pier Francesco Costici. Il caso è stato sottoposto a una analisi approfondita per verificare la fattibilità di un intervento di alta complessità in cui vanno attentamente valutati i rischi e i possibili benefici. Al termine dell’iter, l’équipe guidata dal dott. Leonardo Oggiano ha eseguito l’operazione. «Non affrontare una scoliosi così grave voleva dire condannare il bambino a una qualità e a un’aspettativa di vita molto bassa. L’unica prospettiva di salute e di crescita era l’intervento» spiega il chirurgo ortopedico Oggiano. «Nonostante la complessità del quadro clinico, abbiamo valutato che ci fossero tutte le premesse per procedere: l’operazione si è svolta senza problemi in meno di 3 ore e il piccolo paziente ha avuto un recupero perfetto». Oggi, a distanza di 4 mesi dall’operazione, la curva scoliotica di Fioel è passata da 116 a 60 gradi.
Adolescenti in fumo
06 Nov 2019 Scritto da Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc), Sezione di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari di Pisa
Quasi 1 milione e 100 mila studenti italiani 15-19enni hanno fumato nel 2018, secondo lo studio nazionale ESPAD®Italia condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr. Il consumo inizia generalmente in età adolescenziale: quasi in 100 mila hanno provato il fumo prima dei 12 anni. Elemento positivo è la minor facilità dichiarata dai ragazzi nel reperire le sigarette, frutto delle campagne di dissuasione e prevenzione. Tuttavia, mentre continuano a diminuire le prevalenze di fumo di sigaretta, cresce l’attrazione di altri consumi della nicotina, come la sigaretta elettronica e quella senza combustione
ESPAD®Italia, la ricerca sui comportamenti d’uso di alcol, tabacco e sostanze illegali nella popolazione studentesca italiana (15-19 anni), condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc), Sezione di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari di Pisa, raccoglie i dati dal 1999, un monitoraggio di quasi 20 anni che consente di valutare le variazioni nel tempo delle abitudini dei ragazzi.
A provare il fumo di sigaretta almeno una volta nella vita sono stati, nel 2018, il 56,9% degli studenti, circa un milione e mezzo, con un andamento in calo costante dal 2000, quando rappresentavano il 67,5%. La prevalenza aumenta con l’età mentre, per quanto riguarda il sesso, dopo i 16 anni le femmine mostrano quote più alte dei coetanei, con una forbice che torna ad ampliarsi nel 2018 (55,9% vs 58,0%) dopo la riduzione registrata nel 2011.Se si guarda il fumo nell’ultimo anno, nell’ultima rilevazione la prevalenza si attesta al 40,8%, ovvero quasi 1 milione e 100 mila studenti, sempre con le femmine generalmente in quote più alte.
Quando i nanovettori cambiano abito rimangono più a lungo nell’organismo. Nuove prospettive nella terapia dei tumori
05 Nov 2019 Scritto da Università di Roma La Sapienza
Lo studio di un team di ricerca della Sapienza, in collaborazione con la Michigan State University statunitense, la University of Technology di Graz in Austria e il Center for Life Nano Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia, rivela che rivestire i nanovettori di farmaci con una corona proteica artificiale fatta di proteine plasmatiche umane permette loro di evadere il sistema immunitario e permanere a lungo nell’organismo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications.
In campo biomedico l’ultima frontiera delle nanotecnologie è costituita dai liposomi, microsfere cave formate da uno o più doppi strati lipidici utilizzate per la veicolazione e il trasporto di farmaci per le terapie antitumorali. Il loro impiego offre numerosi vantaggi rispetto alle tecnologie tradizionali come la possibilità di ridurre le dosi dei medicinali aumentandone l’efficacia terapeutica o di trasportare un farmaco in un organo specifico, evitando effetti collaterali potenzialmente dannosi. Tuttavia, nonostante questi enormi vantaggi solo un numero esiguo di formulazioni liposomiali è entrata stabilmente nella pratica clinica.

Forti cambiamenti ambientali sono in grado di modulare le funzioni del genoma attraverso l’attivazione degli elementi trasponibili. Lo studio coordinato dal Dipartimento di Biologia e biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza dimostra una correlazione funzionale tra stress, trasposoni ed evoluzione dei genomi e definisce, per la prima volta, le basi molecolari che permettono ai genomi di rispondere in modo adattativo ai mutamenti ambientali. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista PNAS.
Tutti gli organismi viventi risultano straordinariamente adattati all’ambiente in cui vivono e lo studio dei processi mediante i quali si è arrivati a un simile risultato nel corso del processo evolutivo è una delle questioni biologiche ancora fonte di intenso dibattito. In particolare, nell’ambito della biologia evoluzionistica, sono due i principali aspetti sui quali la discussione è ancora aperta: la velocità dei processi evolutivi di mutazione e selezione e la potenzialità dell’ambiente di agire attivamente sul patrimonio genetico (genoma) incidendo direttamente nello sviluppo e nell’evoluzione delle specie.
La formulazione darwiniana classica attribuisce all’ambiente un ruolo di selezione degli organismi più adatti sulla base della l
Identificato un nuovo test in grado di diagnosticare il cancro alla prostata con elevata accuratezza
18 Ott 2019 Scritto da Università di Roma La Sapienza
Il test, messo a punto dalla collaborazione tra il Dipartimento Materno infantile e scienze urologiche della Sapienza, il Dipartimento di Oncologia e medicina molecolare dell’Istituto superiore di sanità e l’Unità di Neuroimmunologia dell’IRCCS Santa Lucia, identifica attraverso un prelievo ematico la presenza di un tumore maligno della prostata
Una ricerca in collaborazione tra il Dipartimento Materno infantile e scienze urologiche della Sapienza, il Dipartimento di Oncologia e medicina molecolare dell’Istituto superiore di sanità e l’Unità di Neuroimmunologia dell’IRCCS Santa Lucia ha individuato un nuovo metodo diagnostico estremamente efficace per il tumore della prostata.
I risultati dello studio clinico prospettico, pubblicato su Cancers, eseguito su 240 campioni, hanno dimostrato una precisione diagnostica pari al 100% di specificità (nessun falso positivo) e al 96% di sensibilità.
Con l’allargamento della base dei dati si potrà arrivare a una procedura decisionale ottimale, specifica per il tumore della prostata più di ogni altro marcatore precedentemente ed attualmente utilizzato per questa neoplasia. I risultati di questo studio, infatti, potrebbero rivoluzionare il management clinico del cancro della prostata, consentendo di intervenire con una prevenzione secondaria molto più efficace basata sia su terapia chirurgica che medica.
“Fino a oggi il dosaggio del PSA sierico, cioè il dosaggio dell'antigene prostatico specifico - spiega Alessandro Sciarra del Dipartimento Materno infantile e scienze urologiche - ha rappresentato il marcatore sierico più importante ed utilizzato per la diagnosi precoce del cancro della prostata, mostrando tuttavia importanti limitazioni nella discriminazione tra le patologie maligne e quelle benigne della ghiandola prostatica, che spesso coesistono nello stesso paziente. L’elevazione del PSA sierico non necessariamente indica la presenza di una neoplasia prostatica, così come al contrario possiamo avere una neoplasia della prostata clinicamente significativa anche per valori di PSA al disotto dello storico limite di 4 ng/ml. Il nuovo test, invece, è in grado attraverso un semplice prelievo ematico di caratterizzare e quantificare i livelli plasmatici di exosomi, ossia vescicole extracellulari di dimensioni nanometriche, che esprimono il PSA (EXO-PSA) in maniera più specifica per presenza di un tumore maligno della prostata”.
Osteoartrosi: un chip “mima” la malattia per ideare farmaci efficaci
14 Ott 2019 Scritto da Politecnico di Milano
La ricerca, pubblicata su Nature Biomedical Engineering, è condotta dal Politecnico di Milano con l’Ospedale Universitario di Basilea e l’Ospedale Universitario di Zurigo
Un sofisticato chip delle dimensioni di una moneta in cui è possibile coltivare cartilagine e sottoporla successivamente a stimoli meccanici capaci di generare gli effetti dell’osteoartrosi (OA).
E’ lo straordinario risultato ottenuto nel Laboratorio del Politecnico di Milano MiMic (Microfluidic and Biomimetic Microsystems) da Marco Rasponi dell’ateneo meneghino, coordinatore della ricerca assieme ad Andrea Barbero dell’Ospedale Universitario di Basilea. Lo studio è stato pubblicato su Nature Biomedical Engineering (https://www.nature.com/articles/s41551-019-0406-3). La ricerca non ha prodotto solo il rivoluzionario chip ma, nel corso della sperimentazione del piccolo dispositivo, ha dimostrato che l’iperstimolazione meccanica della cartilagine sembra sufficiente a indurre la patologia dell’osteoartosi, senza ricorrere alla somministrazione di molecole infiammatorie come fatto finora. Un’opportuna compressione del tessuto cartilagineo induce infatti i sintomi caratteristici dell’OA: infiammazione, ipertrofia e aumento dei processi di degradazione. Nella cartilagine “on a chip” si crea quindi un ambiente ideale in cui testare l’efficacia e i meccanismi di azione di farmaci, accorciando tempi e costi sperimentali e diminuendo la necessità di test su animali.

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