I dettagli della ricerca
Le operazioni di campionamento si sono svolte in due fasi (ottobre 2024 e luglio 2025), monitorando sia il torrente Lys sia l’omonimo lago glaciale. I dati emersi evidenziano un fenomeno particolare:
Altitudine e concentrazione: I livelli più alti di PFAS (fino a 3,08 ng/l) sono stati rilevati proprio nel lago, a 2.340 metri di quota, superando le concentrazioni trovate più a valle nel fiume.
Composti rilevati: La sostanza prevalente è il PFBA (acido perfluorobutanoico). Si tratta di un composto a catena corta derivante spesso dalla degradazione di molecole più complesse come il PFOA.
Nota tecnica: Gli esperti segnalano che i valori potrebbero essere persino sottostimati, poiché l'analisi non includeva il TFA (Acido Tricloroacetico), un PFAS "ultracorto" che sta destando forte preoccupazione a livello europeo per la sua estrema mobilità.
Un archivio di inquinamento che si scioglie
I ghiacciai fungono da "scatole nere" del pianeta, intrappolando residui chimici trasportati dai venti e dalle precipitazioni. Con l’accelerazione dello scioglimento dovuta alla crisi climatica, queste sostanze (dal vecchio DDT ai moderni PFAS) tornano in circolo nell'ambiente.
"Queste molecole persistenti viaggiano con pioggia e neve fino alle cime più alte," spiega Alessandro Giannì di Greenpeace Italia. "Senza un divieto drastico alla loro produzione, continueremo ad accumulare un'eredità tossica per le generazioni future. È urgente porre un limite politico e normativo a questa contaminazione."
Conclusioni e rischi
Sebbene non si tratti di un’indagine sistematica, i risultati confermano i trend già osservati dieci anni fa in Svizzera. La presenza umana e il trasporto atmosferico a lungo raggio stanno trasformando aree remote in depositi di inquinanti, creando un cortocircuito pericoloso tra riscaldamento globale e salute degli ecosistemi montani.
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