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La scultura elitaria come il teatro

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Sculture dalla collezioni Santarelli e Zeri a Palazzo Sciarra

Secondo un filone ideologico iniziato da oltre un decennio, che vuole omaggiare la bellezza della città eterna, ecco un tassello prezioso, in questo senso, offerto ai visitatori più attenti e raffinati. Sculture dalle collezioni Santarelli e Zeri è il titolo della mostra ospitata dal Palazzo Sciarra, fino al primo luglio. Si tratta di un’esposizione singolare per almeno due ragioni: l’ampio arco temporale interessato dai novanta pezzi unici in mostra - che fa da eco alla peculiare stratificazione storica di Roma, città unica al mondo per questo – e la possibilità di godere e fruire di due collezioni private - parte di esse - tra le più prestigiose che, proprio in quanto private, sono precluse alla vista dei più.

Benché la pittura, oggi, abbia raggiunto quotazioni molto alte rispetto alla scultura, considerando gli ultimi venti anni, l’arte scultoria sta registrando un costante aumento del valore. La tridimensionalità nell’arte, effettivamente, è più difficile da gestire, secondo una logica perfettamente in linea, oltretutto, con quella che regge il privilegiato rapporto del pubblico con il cinema, piuttosto che con la presenza fisica, tridimensionale del teatro. Un quadro lo sposti facilmente e si può utilizzare per arredare spazi di diverse ampiezze, operazione più complessa, invece, se riferita agli spazi nei quali collocare con sapienza una scultura, oltre alla maggiore difficoltà di spostamento di una materia ben più pesante – un busto può pesare 3/400 kili, ad esempio. Un errore di pennello lo si risolve facilmente, rispetto ad un colpo di scalpello sbagliato. Il tempo danneggia molto più un’opera d’arte lapidea, spesso ubicata all’aperto, quando non l’interra complicandone l’interpretazione da parte degli esperti, in caso di recupero di reperti poco chiari, perché troppo trasformati dalle stratificazioni delle civiltà e dei secoli che si avvicendano.

È proprio sull’interpretazione, tuttavia, che verte tanto la debolezza – sempre più difficile con frammenti via via più piccoli rispetto all’unità originaria – quanto l’hardcore delle opere scolpite. La loro interpretazione si colora di suggestione e richiede sforzi maggiori e studi più approfonditi, quando resta ben poco dell’opera primaria tra le mani.
Quelli in mostra sono capolavori acquistati anche con poco dispendio di denaro, come si può dedurre da quanto enunciato poc’anzi. Federico Zeri, da quel grande critico che è stato, sapeva vedere lontano, quando aveva di fronte un’opera d’arte; oppure si tratta di meraviglie, che una famiglia d’imprenditori romani, tra le più facoltose, i Santarelli, ha saputo far proprie, grazie ad un gusto ed una sensibilità raffinate, specie se indirizzate da esperti di altrettanto buon gusto, come l’architetto Dario del Bufalo. Dunque, sapere, possibilità concrete, lungimiranza e buon gusto sono gli ingredienti sfociati nella generosità di offrire simili rarità al grande pubblico. A tutto ciò si aggiunge il ruolo primario svolto dal Prof Emanuele - uomo di legge, università ed economia per i più, uomo dalla matrice umanistica più pura, per coloro che sanno leggerla e per gli habitué delle mostre allestite nei Palazzi Sciarra e Cipolla. Il Professore, infatti, è un costante sostenitore e fautore della bellezza, dell’innovazione, dell’originalità, che veicola e condivide con gli altri, attraverso gli allestimenti ad hoc ospitati all’interno della Fondazione Roma.
Roma è tutta di marmo, è un colosso di città perché solida come il marmo. I suoi abitanti sono assuefatti al marmo, dunque, lo schivano o non lo vedono più, compiendo fra i più inimmaginabili sacrilegi. Ecco che rifugiarsi per un’oretta in una esibizione come questa, significa riaccendere la propria attenzione e stimolare la propria sensibilità. La collezione di marmi antichi, che si vi può ammirare, è talmente ricca e talmente preziosa nella sua unicità, da contemplare più di 400 campioni provenienti da cave per lo più estinte. Al marmo ed ai suoi colori è dedicato anche un breve video-documentario fruibile in mostra, curato dal Prof. Del Bufalo, uno dei maggiori esperti della materia, che lo conduce lo spettatore dentro l’affascinante mondo del marmo e lo informa sul suo valore, sulle sue peculiarità, sulle sue ricche varietà, sui suoi colori per così dire in Technicolor. È un pregio accresciuto, inoltre, quello delle pietre destinate a diventare opere d’arte, se si pensa, ad esempio, alle difficoltà di trasporto e di lavorazione in epoca romana.
Va da sé che, trattandosi di un saggio di collezioni private, sia stato toccato un lasso temporale molto ampio, partendo dal I-II secolo d.c. fino ad arrivare al neoclassicismo ottocentesco e oltre.
La mostra si divide in tre parti: la prima dedicata alle sculture più grandi, una seconda che si concentra su sculture più piccole ed una terza sezione riservata ai busti, al ritratto.
Molte sono le opere degne di nota e non posso tacere, a tal proposito, due parole sul Busto del Cardinale Marzio Ginetti (1673) in marmo e porfido di Alessandro Rondone, appartenente alla collezione Santarelli. La minuzia di particolari, come i bottoni del manto cardinalizio e la morbidezza delle pieghe della veste, che viene voglia di toccarla, tanto sembra lontana dalla durezza di un’opera lapidea, sono solo un pallido esempio di quel che si può scorgere ed ammirare in questa esibizione.
Al curatore, il Prof De Marchi, invece, tra i tanti meriti, va quello di aver fatto allestire in mostra un suggestivo gioco di luci, che offre al visitatore più vedute di una stessa opera e dunque stimola maggiormente l’osservazione, facendo emergere meglio e molto più i particolari e la bellezza della stessa.
Lungo i corridoi vedrete, invece, due capolavori di Pietro Bernini, padre del più famoso Gian Lorenzo – Andromeda (1615-17) e l’Allegoria vittoriosa della Virtù sul Vizio (1610); lasciti di Federico Zeri all’Accademia Carrara di Bergamo. Non è un caso, se a metà della mostra si ha la sensazione di essere osservati del Prof. Zeri, presente attraverso una gigantografia che lo ritrae in Turchia nel 1987, quasi a voler supervisionare il tutto e a voler vegliare sui visitatori.
Sempre un lascito di Federico Zeri sono le due sculture dell’artista ottocentesco americano Randolph Rogers: Giovane cacciatore indiano d’America e Giovane pescatrice indiana d’America. In marmo di Carrara bianchissimo e purissimo, dalle linee pulite e squisitamente neoclassiche, la differenza di sesso tra i due soggetti scolpiti è tutta affidata alla postura e all’espressione del volto. Virile lui, quanto dolce, benché fiera, lei, nel volto; con una posa da combattimento lui, cui risponde un atteggiamento più morbido ma non rilassato e di paziente attesa, ravvisabile nella plasticità della fanciulla. Da sottolineare è, inoltre, la singolarità dei soggetti rappresentati; una nota esotica, per così dire, che certamente un intenditore come Zeri non poteva lasciarsi sfuggire. Rogers rende in qualche modo giustizia ad un’etnia spesso rappresentata e presentata come primitiva e selvaggia, offrendo allo spettatore tutta la fiera nobiltà ravvisabile nei due ragazzi scolpiti. Forse, un omaggio dell’artista al popolo-padre della sua terra d’origine.
Un’altra singolarità di questa esibizione è rappresentata dello studio dello scultore, ricostruito in mostra con tanto di toppo, mazzuoli - una specie di martelli - scalpelli e binda - una sorta di crick antico, per sollevare con meno sforzo i massi di marmo. All’interno dello studio, da ammirare è un bassorilievo di Madonna col bambino sul cuscino, commissionato all’antiquario Gildo Pedrazzoni di Parma - assistente del falsario Alceo Dossena, di cui, invece, vediamo una scultura incompiuta. Quella di Pedrazzoni è un’opera singolare per la sua storia. Datata 1963, il committente la rifiutò perché il marmo presentava una macchia e una crepa ed è proprio grazie al suo rifiuto che noi possiamo goderne, ora.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul questa carrellata di meraviglie ma non si vuole togliere il piacere della scoperta a coloro che volessero farvi un salto, confortati, magari, da queste poche linee di massima. E se la scultura fosse l’arte dell’intelligenza, come asseriva Picasso? Lunga vita alla pietra, dunque.

Margherita Lamesta

 

 

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