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Articolo pubblicato il 17-05-2005
di Marina Pinto
Numero 16 - Anno 2 17 Maggio 2005
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La voce miracolosa
Questa storia inizia in una corte prestigiosa dell’Europa del 1737, dove vivevano un re ed una regina: Ma il re era sempre triste, non parlava, non dormiva, non mangiava, e la regina era molto preoccupata.
Un bel giorno in quella sfarzosa dimora arrivò un cantante. La sua voce splendida e delicata riempì le sale di quella grande reggia di suoni meravigliosi: melodie distese, fiorite ed abbellite da scale, arpeggi, mordenti, volatine e trilli argentini si rincorsero l’una via l’altra fra i saloni dorati e le sale eleganti, ed il re, quasi senza accorgersene, accennò un sorriso.
Quel grande cantante, che era famoso in tutta Europa ed all’apice della sua carriera di virtuoso, fu in seguito chiamato dalla regina, e da lei ricevette una proposta, ben difficile da valutare. Ma non si trattava di esibirsi, di cantare ancora in quella corte o su di un palcoscenico, la proposta della regina al cantante in questione fu tutt’altra cosa.
Fu così che infatti Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V di Spagna, chiese al grande divo canoro Carlo Broschi, il celebre castrato italiano altrimenti noto col nome di Farinelli, di ritirarsi dalle scene per diventare egli stesso un “farmaco musicale” sempre a portata di mano del re.
La regina era convinta che solo il canto di Farinelli fosse in grado di lenire i mali psichici che affliggevano Filippo, che era un uomo depresso, cupo, infelice, incapace di seguire gli affari di Stato per giorni, per mesi, talvolta.
Elisabetta apprezzò il canto di Farinelli al punto da rimanerne scossa, ed ella ritenne che quella sua voce portentosa potesse avere effetti miracolosi sull’animo perturbato del re, e per questo volle assoldare quell’ugola vibrante di mille emozioni.
E per far si che il suo progetto si realizzasse, predispose una accorta regia.
Per alcune notti ella ordinò che il Farinelli cantasse dietro la porta dell’appartamento del re. Il suo canto echeggiava ora lontano ora più vicino, quasi nella stanza, appena fuori di essa.
A tratti era tanto prossimo, ma invisibile: Filippo lo avrebbe potuto raggiungere, se solo quel torpore fiaccante ogni energia avesse per un momento abbandonato le sue stanche membra... Un atto di volontà e quel canto avrebbe potuto risuonare nella stanza, benefico, risolutivo, quella voce meravigliosa sarebbe stata il rimedio miracoloso tanto cercato.
La regina scelse Farinelli a ragion veduta. Una voce naturale sarebbe stata troppo normale per riuscire a scuotere il re dalla sua apatia. La voce del castrato Farinelli, invece, nella sua artificiosa stupefacente bellezza, le apparve una sorta di ricetta alchemica miracolosa, un farmaco potentissimo capace di insinuarsi nell’animo discorde del re e renderlo di nuovo sereno, ridando misura ed equilibrio all’instabile sua mente.
Il principio della regina non era certo sbagliato, di quale possibilità di seduzione sia capace una voce è argomento conosciuto, del quale ha scritto alcune pagine mirabili Italo Calvino nel racconto “Un re in ascolto”, in cui è riportato proprio l’episodio del re Filippo.
Riportiamo alcuni passaggi. Leggiamoli per immergerci nel clima dei momenti in cui l’orecchio del re malato scopre la voce misteriosa di Farinelli.
"Appena ti sembrava d’averne afferrato qualche nota già si perdeva, non eri mai sicuro d’averla sentita davvero e non solo immaginata, non solo desiderato di sentirla, il sogno di una voce di donna [?], che canta nell’incubo della tua lunga insonnia.
Ecco cosa stavi aspettando zitto e attento: non è più la paura a farti tendere l’orecchio. Sei tornato a sentire questo canto che ora ti arriva distintamente in ogni nota e timbro e velatura .... Da tanto
tempo non ti sentivi più attratto da niente. ... E quando nel buio una voce ... s’abbandona a cantare, ... ecco che d’improvviso ti ritornano dei pensieri di vita. ...
Quella voce viene certamente da una persona, unica, irripetibile come ogni persona, però una voce non è una persona, è qualcosa di sospeso nell’aria, staccato dalla solidità delle cose. ... Ciò che ti attira è il piacere che questa voce mette nell’esistere: nell’esistere come voce, ma questo piacere ti porta ad immaginare il modo in cui la persona potrebbe essere diversa da ogni altra quanto è diversa la voce. ...
Peccato che tu non sappia cantare. Se tu avessi saputo cantare forse la tua vita sarebbe stata diversa, più felice; o triste di una tristezza diversa, un’armoniosa melanconia".
Filippo, lusingato per alcune notti dal canto misterioso ed ammaliante di Farinelli, finalmente uscì dalla sua stanza chiedendo al cantante quale ricompensa egli avrebbe desiderato ricevere. E questi, pronto, rispose di volere che Filippo si lasci radere, si vesta e dimentichi la desolazione, accettando finalmente di occuparsi degli affari di stato assieme alla sua sposa.
Il re accettò e ricompensò il “miracoloso” cantante nominandolo "criado familiar" cioè servo ammesso al cospetto della famiglia reale, riconoscendogli la paga annua di 1500 ghinee inglesi, un alloggio conveniente al suo status ed una carrozza con cavalli.
Da quel momento in avanti Farinelli non canterà più in un teatro pubblico.
Tutte le notti, dal 25 agosto 1737 al 9 luglio 1746 - data della morte di Filippo V - Farinelli cantò otto, nove arie per volta, solo per placare l’angoscia del monarca. Più o meno sempre le stesse melodie, ma variate come solo la perizia di Farinelli sapeva fare.
Ma quale fu il “miracolo” di quella voce? Senz’altro la sua bellezza incomparabile, ma non basta. Probabilmente quel canto dolcissimo dal timbro unico – com’era la voce d’ogni castrato, e quella di Farinelli superava ogni aspettativa – riuscì a risvegliare da quell’accidia innaturale la stanca mente del re Filippo, e la musica sappiamo per certo che ha questo potere.
Essa infatti, per la propria peculiare ricchezza, riesce a toccare le corde più profonde dell’animo umano fino ad arrivare laddove parole e pensieri non possono giungere, dove immagini e fantasie non riescono da sole a creare benessere e serenità interiore, ed è proprio lì che il valore terapeutico della musica si libera e si rivela indiscutibilmente superiore.
A questo proposito è accertato che determinati tipi di musica possono essere davvero importanti nelle terapie contro la depressione e l’ansia, nonché nella cura di tante nevrosi e di diversi disturbi del comportamento, e per tali trattamenti sono utilizzate la musica classica, quella da camera o quella del più moderno filone new-age, ed in particolare la pratica del canto aiuta a vincere lo stress o anche solo ad alleggerire tensioni e far riposare la mente.
La storia di Farinelli e Filippo V è senz’altro singolare, ma non è la sola vicenda del genere: un altro musicista, addirittura il sommo Bach, a suo tempo si adoperò a favore dell’insonne e melanconico conte Hans Karl von Keyserling, l’ambasciatore di Russia in Sassonia.
Per lui egli infatti compose le “Variazioni Goldberg”, la cui efficacia terapeutica doveva consistere nel proporre la ripetizione di 960 variazioni d’un tema di sarabanda.
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Autore: Marina Pinto
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