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Articolo pubblicato il 17-06-2005
Marina Pinto
Numero 17 - Anno 2 17 Giugno 2005
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La morte del cigno

Il musicista Vincenzo Bellini (1801-1835) fu chiamato “il cigno” per l’eleganza e la delicatezza del suo stile musicale, evidente nelle sue romanze e nelle opere, il cui pathos malinconico e sentimentale ha sempre intenerito chiunque ne ascoltasse qualche brano.
La sua bellezza fisica, i suoi amori e la sua inaspettata quanto prematura morte hanno incuriosito e stimolato la fantasia di scrittori, poeti e cineasti, anche perché la sua fine, che fu tremenda, solitaria, fulminea e sofferta, per molto tempo ha portato in sé anche un certo mistero che ancora non è del tutto risolto.
Bellini fu un musicista di fama internazionale, egli resta ancor oggi un raro esempio di sensibilità musicale, capace di grande espressione drammatica unita ad una poesia di estremo fascino e dolcezza romantica; egli fu, con Donizetti e Rossini, uno dei tre grandi operisti italiani del primo Ottocento, le sue melodie divennero subito popolari e si guadagnarono l’ammirazione di Chopin e di altri artisti contemporanei.
La musica di Bellini è un singolare connubio tra classicità e romanticismo. Certamente classica fu la sua formazione, ed in più egli aveva in sé anche una particolare tendenza verso i valori poetici dell’armonia e compostezza che tanto erano decantate dai classici, ma assolutamente romantico era lo spirito delle sue composizioni, dove le passioni ed i sentimenti assumono il primo posto nelle vicende rappresentate.
Il punto di raccordo fra i due stili è la melodia, che senza venir meno alla classica sobrietà ed eleganza, sa creare atmosfere sognanti, sensuali e notturne, in linea perfetta con il gusto del romanticismo.
La vita di Bellini si spostò presto dalla sua piccola provincia – Catania – a Napoli (dove studiò) e poi a Londra ed a Parigi, dove incontrò cantanti famosi, poeti, intellettuali e musicisti con i quali strinse grandi amicizie.
Soprattutto nella capitale francese furono in tanti a conoscerlo ed apprezzarlo, ma in molti anche ad invidiarlo, viste le festose accoglienze che sempre riceveva; egli era addirittura conteso dai circoli culturali o politici e dai salotti aristocratici più in vista del momento, ma era soprattutto il mondo artistico che ruotava intorno a lui.
Musicisti come Rossini, Chopin, Liszt, Cherubini, gli scrittori Alessandro Dumas e Victor Hugo erano spesso insieme a lui, egli frequentava i salotti più importanti ed i teatri come fossero la sua casa, tanto che scrisse “le serate, i balli, i pranzi mi hanno fatto guadagnare una specie di mal di testa”, ma non c’era alcuno snobismo in queste parole, egli stesso si stupiva della meraviglia che suscitava la sua musica; Bellini era un giovane musicista proveniente da una piccola provincia, dove tutto era semplice e naturale, e quel grande sfarzo non gli era certo familiare.
Nel 1833 Bellini era a Parigi, nel salotto aristocratico della principessa di Belgioioso Cristina Trivulzio, e lì incontrò il bizzarro poeta tedesco Heinrich Heine, il quale, osservando quel giovane dall’aspetto gradevole e bene educato che proveniva dal profondo sud dell’Italia, che si faceva così benvolere e che si muoveva “con garbo e con civetteria, sempre elegante fino all’affettazione”, fu preso da un moto d’invidia, e, sottolineando la sua antipatia, gli predisse che sarebbe morto giovane.
Al bel catanese mancavano in effetti ancora solo due anni di vita, ma in quel momento nulla lo lasciava prevedere, anzi, egli appariva in forma ed era come sempre al centro dell’interesse dei suoi ospiti, era “adulato dalle più belle donne di Parigi” ed in più stava per completare la sua decima opera – “I Puritani” - concludendo l’accordo per la sua rappresentazione al Teatro degli Italiani, ed in quell’occasione le parole di Heine – piuttosto sgradevoli e malevole - furono accolte con una certa incredulità, un sospiro di sopportazione e nulla di più.
Ma l’anno seguente Bellini iniziò ad essere tormentato da una strana malattia viscerale che nessun medico riusciva a curare, e con questo problema di salute egli trascorse più di un anno, tutto il tempo della composizione dei “Puritani”.
Essa fu rappresentata a Parigi nel Gennaio del 1835, con grandi interpreti ed un gran successo di pubblico e di critica; sui giornali del tempo leggiamo articoli di grande ammirazione e la cronaca riporta quella serata sottolineando che “tutte le donne sventolavano i fazzoletti e tutti gli uomini agitavano in aria i loro cappelli”. Il musicista fu assolutamente felice di questo grande successo, naturalmente, e decise di prendersi un periodo di riposo, visto che quel lavoro gli era costato tanta fatica.
Alcuni suoi amici, la famiglia Lewis – o Levys - gli offrirono ospitalità nella loro villa di Puteaux, appena fuori Parigi, un’amena residenza immersa nel verde, elegante ed ospitale, che si presentava come il luogo ideale per una tregua dall’incessante lavoro cui il musicista era stato sottoposto, ma proprio allora iniziarono i problemi più gravi.
Bellini passò a Puteaux tutta l’estate del 1835, la casa era piuttosto isolata e la famiglia che ospitava il musicista non permetteva a nessuno di avvicinarlo, con il pretesto che dovesse riposare. Bellini annullò tutti i suoi impegni e disertò per un po’ la vita di società, forse per un eccesso di zelo o perché davvero si sentiva stanco, ma iniziò presto a sentirsi solo ed anche un po’ triste. Ancora egli accusava “una febbre infiammatoria gastrica biliosa”, come egli stesso definì il suo malessere, e che inizialmente fu preso davvero come un segno di affaticamento, ma che certo non lo era visto che peggiorava con il passar del tempo; egli si trovava quindi in una condizione debilitante che però non presagiva affatto una fine così imminente e dolorosa.
Invece l’irrimediabile accadde in un attimo.
Alla fine dell’estate Bellini avrebbe dovuto recarsi a Parigi per una nuova rappresentazione dei “Puritani” ma non poté muoversi a causa di una “leggera indisposizione” (come egli stesso scrisse), che però tale non era, visto che fu l’inizio del fulminante male che in meno di venti giorni lo avrebbe ucciso.
Dopo qualche giorno da questa lettera, il 23 Settembre, Samuele Lewis e sua moglie partirono improvvisamente per ignota destinazione, lasciando il loro giovane e celebre amico solo e sofferente, il quale, abbandonato a sé stesso e con la sola compagnia di un giardiniere, si spense un’ora dopo, a soli 34 anni, in preda a tremende convulsioni.
Perché era rimasto solo? Non s’è mai saputo.
Il giardiniere, attonito ed addolorato per l’accaduto, riferì che il malato era disteso, pallido e sudato, freddo e tremante prima della morte e con un’espressione di gran dolore negli occhi, ma nulla era in grado di salvarlo, e l’uomo poté solo inginocchiarsi ai piedi di quel letto e pregare. L’assenza dei padroni di casa proprio quella sera parve fortemente sospetta, ed indusse a congetturare che Bellini fosse stato avvelenato dai suoi ospiti. In seguito a ciò il re ordinò l’autopsia del cadavere, ma il risultato fu negativo.
Questa morte così misteriosa fu oggetto di tante storie e congetture di ogni tipo, e certo che le circostanze strane in cui essa avvenne le avallarono tutte.
Si vociferarono addirittura vicende di natura esoterica e fantasiosa, come l’avverarsi della iattura enunciata da parte di quel poeta invidioso, oppure quella che vede la signora Lewis come un’amante segreta del musicista, e che quindi il delitto fosse nato nella mente del marito offuscata dalla tremenda gelosia, ma anche questa diceria non portò da nessuna parte.
Ma le chiacchiere non si fermarono così presto, ed i Lewis furono al centro del pettegolezzo più avverso, al punto che furono definiti “gente che lascia di sé una curiosità sospettosa ed insoddisfatta, quanto più si mostra facile alle amicizie, si sbraccia, invita, accoglie e facilmente abbandona gli ospiti e gli amici.
Gente che predilige le compagnie varie, le persone del giorno; capricci, simpatie da villeggiatura che svaniscono con l’autunno. Poi, chi s’è visto s’è visto, te lo lasciano morire senza un soccorso…”.
Vincenzo Bellini fu dapprima sepolto a Parigi, ma nel 1876 la sua salma fu traslata a Catania, dove riposa nella Cattedrale. Gabriele D’Annunzio dedicò a questo splendido e delicato musicista romantico dei versi poetici, e laddove egli si trova oggi si legge un’epigrafe dettata da Mario Rapisarda che dice: “Questa basilica, ove giacciono dimenticate le ossa di tanti re, diverrà famosa per la tomba di Vincenzo Bellini”.
Ma le domande sulla natura di questo male incurabile e violento che finì il “cigno della musica” nel fiore degli anni e nel momento del suo più grande successo, hanno nel tempo trovato una risposta: si trattò di colera.
Questa verità certamente affranca la famiglia Lewis da ogni sospetto di avvelenamento o storie simili – anche perché non vi fu mai alcuna prova in proposito - ma rimane sempre la domanda del perché il giovane Vincenzo fu lasciato da solo nel momento più terribile della sua malattia, probabilmente essi non si avvidero della sua gravità e così non gli diedero la giusta importanza.
L’ipotesi che la malattia che finì il giovane Bellini fosse proprio il colera trova conferma nei tanti sintomi da lui stesso descritti in proposito, ed ancor di più nel fatto che un’epidemia di questa malattia colpì l’Europa nel 1832, quando i rimedi erano assolutamente sconosciuti, dato che la scoperta del vibrione che ne è la causa risale a molti anni dopo.
Il “bacillo virgola” che causa tale malattia fu scoperto infatti da Robert Koch solo nel 1883, mentre prima di allora il male era sconosciuto e, soprattutto, mortale.
Nell’uomo il colera inizia generalmente con dolori intestinali ed una diarrea banale, le cui scariche però diventano progressivamente più numerose (fino a quindici o venti al giorno), accompagnate da vomiti biliari. Il polso diviene debolissimo, la sete è sempre più intensa per via della forte disidratazione e la temperatura corporea si abbassa fino ai 32 gradi, ed è questo un chiaro sintomo dell’infezione colerica.
Successivamente si hanno dei crampi ai polpacci, la pelle diventa cianotica, gli occhi si incavano dando al malato un’aria di estrema sofferenza, poi la superficie corporea viene ricoperta da una secrezione sudorale vischiosa e l’ammalato, giunto a questo stadio, muore rapidamente. Nei casi detti di colera fulminante, tutti i sintomi compaiono contemporaneamente, ma la diarrea è generalmente terminale.
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Autore:Marina Pinto
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