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Articolo pubblicato il 17-01-2006
di Marina Pinto
Numero 24 - Anno 3 17 Gennaio 2006
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Vita dura e morte triste per Scott Joplin
Parliamo oggi del musicista di colore Scott Joplin (1868-1917), che fu un autore fra
i più originali della storia della musica non solo per la sua produzione e per il
suo stile musicale, ma anche per la vita randagia ed errabonda che condusse,
per le misere condizioni economiche e sociali in cui si trovò a gestire la propria
esistenza e per il modo in cui egli scivolò nell’oscurità quando la malattia gli
impedì di procurarsi da vivere.
Anche la sua nascita è singolare: nella sua città natale, Texarkana, nel Texas,
non esiste alcun documento ufficiale su di lui, e la sua tomba è anch’essa
in una fossa comune (quindi non rintracciabile), come se la sua vita fosse
stata una meteora nel firmamento, qualcosa che passa veloce e non lascia segno.
Invece una traccia c’è, ed è la sua musica.
Le condizioni di estrema povertà, la malattia ed i pregiudizi del mondo congiurarono
per impedire la piena realizzazione del suo talento, ma quello che lui fece è, invece,
assai notevole.
Purtroppo la vita di allora era assolutamente precaria, e, nonostante i suoi grandi sforzi,
Joplin rimase sempre ai margini della società.
Da bambino egli mostrò una predisposizione alla musica che davvero non era comune,
e tali sorprendenti doti attrassero l’attenzione dei maestri di musica della comunità
afro-americana, che gli impartirono lezioni gratuitamente dandogli istruzione riguardo
le forme della musica occidentale senza trascurare la tradizionale musica nera,
che per lui divenne assoluta fonte di sostentamento morale e materiale.
Nella sua vita di adulto Joplin mostrò sempre un intelletto acuto, tanto che
divenne un compositore abile e soprattutto un improvvisatore grandioso;
nel momento in cui la società era dominata dai bianchi e la cultura musicale
di questi ultimi cancellava gran parte della tradizione africana – nonostante
le leggi razziali ed i vari movimenti di protesta che continuarono negli anni –
Joplin capì che la musica della comunità nera era di
estrema importanza ma che poteva rivolgersi ad un pubblico generico
non certo formato da intellettuali, e fu un gran senso d’intuito quello che
lo guidò in questa scelta, che, unito ad una gran resistenza e dedizione nonché
ad una forte ambizione, lo aiutarono a concretizzare gran parte del suo sogno.
Verso la metà degli anni ’80 Joplin divenne un pianista vagabondo,
una sorta di artista apolide e girovago: egli attraversava il
Midwest in treno o sui battelli che navigavano i fiumi,
e si guadagnava da vivere suonando per strada, nei saloon ed alle cerimonie
tipiche della comunità nera, o dove poteva esibirsi senza venire cacciato
(come nei matrimoni o nelle feste dei bianchi), preferendo i ritrovi
malfamati che si trovavano nei quartieri a luci rosse delle varie città
nei quali il razzismo era meno forte ed un musicista di talento che
sapesse intrattenere e divertire i clienti era un’ottima attrazione
per qualsiasi locale.
La sua prima pubblicazione – ottenuta dopo una considerevole fatica - fu il brano
“Maple Leaf Rag”, che divenne una musica popolare soprattutto nelle comunità nere,
anche se le case editrici bianche non le disdegnarono la loro attenzione,
ma ugualmente il prestigio del musicista non si arricchì minimamente di stima
e men che meno di denaro, ed il suo personale genere musicale rimase
apprezzato solo dai neri e da pochissimi intenditori bianchi.
È chiaro che la sua fu una vita difficile e dura, messa a dura prova
da mille difficoltà, e, come se non bastasse, il suo epilogo fu assai più triste,
quando sopraggiunse la malattia.
Gli ultimi anni di vita di Scott Joplin furono, infatti, segnati da una
terribile neurosifilide. La malattia, implacabile e spietata, contratta nel 1890,
fu la diretta responsabile del declino, e i suoi primi effetti si manifestarono
nelle esecuzioni al pianoforte.
Questo male, infatti, colpisce il midollo spinale, con il risultato che chi ne
soffre perde il senso della posizione e di conseguenza l’equilibrio ed il
controllo motorio. Il modo di suonare di Joplin divenne sconnesso ed imprevedibile,
piuttosto dilettantesco, ed i suoi colleghi trovarono deprimente vederlo al pianoforte,
lui che un tempo era così professionale, mentre pestava selvaggiamente sullo strumento,
con la rabbia e l’incredulità di non sa e non capisce – o non accetta – il perché non
può più suonare come prima.
A mano a mano che la malattia progrediva le sue esecuzioni persero d’espressività,
diventando, alla fine, praticamente inascoltabili.
Una diagnosi clinica di sifilide fu confermata dagli esami del sangue, ed i medici
poterono fare ben poco per lui.
La memoria e le funzioni intellettive del compositore vennero meno progressivamente,
il suo carattere si inasprì al punto da farlo diventare violento ed intollerante, quasi
tutti lo abbandonarono, e la solitudine fece il resto. Ad un certo punto fu indispensabile
ricoverarlo, egli non riconosceva più quei pochi amici che venivano a trovarlo ed aveva
anche paralisi e diffusa debolezza; gli fu diagnosticata anche una forma di demenza
paralitica, una conseguenza della malattia che aveva intaccato la corteccia cerebrale.
La sua carriera fu stroncata dalla terribile malattia che contrasse,
e la cosa dimostra quanto questa patologia fosse diffusa nel mondo ancora alle soglie
del XX secolo, essa era lo spettro della morte ovunque, ed era enorme il numero di
persone che ne moriva prima della scoperta della penicillina.
Joplin morì solo e povero, di lui è rimasta solo la musica e la leggenda
della sua vita.
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Autore: Marina Pinto
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