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In data 07.11.07
Guido Scialpi

Anno 4
Edizione Novembre 2007





A cosa è servita la Chikungunya

Molto raramente è mortale, anche se provoca invalidanti dolori articolari nella fase acuta. Ma l’epidemia di Chikungunya, che l’estate scorsa si è per la prima volta affacciata in Italia, deve servirci per lanciare un allarme: così come siamo stati vulnerabili davanti a questo morbo infettivo importato da un viaggiatore indiano, altrettanto potremmo esserlo per epidemie ben più micidiali che incombono sul genere umano, a qualsiasi latitudine.

E’ stata questa la tematica del convegno su “Globalizzazione e Salute: dall’epidemia di Chikungunya alla pandemia influenzale”, organizzato dal Centro di Global Health che, sotto la direzione di Walter Pasini, è stato istituito recentemente per sviluppare la globalizzazione della medicina e stimolare la collaborazione sanitaria fra i governi.

Come sede del convegno e della relativa conferenza stampa è stata scelta la sala conferenze del Senato della Repubblica, a Palazzo Madama, proprio per meglio sensibilizzare i membri del Parlamento alla necessità di una visione internazionale della medicina e della prevenzione globale delle epidemie.

L’allarme è già percepito acutamente dalla popolazione: basti pensare all’evidenza mediatica ed alle preoccupazioni nutrite dal grande pubblico per l’epidemia del virus H5N1, ossia la “influenza aviaria”, la cui pandemia è purtuttavia rimasta poco più che ipotetica per l’uomo, almeno per ora.

Ma la gente non tarda a rendersi conto che – come è stato evidenziato al convegno – il rischio di una pandemia influenzale da H5N1 o da altro virus simile si fa sempre più concreto, poiché sono aumentati i casi di contagio da animale a uomo non solo in estremo oriente, ma anche in Egitto e in Turchia.

Alla conferenza stampa è stato fatto presente che sono emerse ultimamente le temutissime mutazioni del virus in forme più pericolose per l’uomo, nonché il suo adattamento a temperature più basse, quelle dei paesi più sviluppati.

Ed è stato anche dimostrato – come hanno sottolineato i relatori – che il virus dell’influenza aviaria può attraversare la placenta e raggiungere il feto, infettandone diversi organi, oltre ai polmoni come accade in tutti i pazienti contagiati.

Chikungunya è un termine della lingua swahili, che indica la camminata di un azzoppato quale è quella provocata dai dolori articolari indotti dalla fase acuta del morbo: ma l’esoticità dell’origine non deve ingannare nessuno, perché in Italia il contagio è stato diffuso (in particolare in Emilia-Romagna) dalla zanzara tigre, che ormai da noi è stanziale: esemplari nostrani dell’insetto si sono infettati pungendo il paziente indiano che ha importato il virus, ed hanno poi diffuso il contagio alla popolazione locale.

Sono già stati segnalati l’anno scorso in diversi paesi dell’Europa occidentale numerosi casi di importazione del morbo ad opera di viaggiatori provenienti dalle regioni tropicali in cui la Chikungunya è endemica. Ma in quegli stessi paesi è endemica anche la febbre di Dengue, che è veicolata anch’essa tramite la puntura di zanzare infettate da pazienti colpiti dal virus.

In una breve intervista a Scienzaonline, concessa a margine del Convegno da lui organizzato, Pasini ha fatto presente che non vale l’obiezione di quanti sottolineano l’ipoteticità delle epidemie alla cui prevenzione si vuole provvedere con la predisposizione di vaccini: “Le migliaia e migliaia di dosi di vaccino nei nostri magazzini – ha spiegato lo studioso – sono come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: noi sappiamo che un giorno il nemico attaccherà, non sappiamo quando, ma dobbiamo tenerci pronti perché l’attacco certamente arriverà.

E se non avremo disposto le difese, saranno guai seri, con un tasso di mortalità tragico”.

Autore: Guido Scialpi




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