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Articolo pubblicato il 17-05-2004
di Marina Pinto
Numero 5 - Anno I 17 Maggio 2004
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I Preziosi Mostri
Quando si vuole rappresentare in teatro un melodramma di quelli che la gente comune definisce "antico" (lavori del Sei-Settecento) accade spesso che parti di personaggi maschili - anche protagonisti - vengano affidate a cantanti di sesso femminile, soprani o contralti.
Con questo procedimento si vuole riprodurre, per quanto possibile, i ruoli originari dei personaggi dell'opera rappresentata, e si ha cura di avvertire lo spettatore che, all'origine, quelle parti erano scritte per "sopranisti" o "contraltisti"; più brutalmente si potrebbe specificare che quei cantanti erano "evirati" o "castrati" che dir si voglia. Un genere di cantanti scomparso, naturalmente, ma essi furono sommi vocalisti idolatrati da tutt'Europa.
Tracciamo una loro breve storia. Quando si volge il pensiero alla storia del melodramma vediamo che esso si trovò ad essere uno dei più efficaci moduli espressivi del barocco musicale. Il fine ultimo del teatro di quell'epoca era lo "stupore", la "meraviglia", e che meraviglia davvero furono i "preziosi mostri"; essi crearono quello "stile fiorentino" ricercato e virtuoso, con il loro canto ricco di scale cromatiche, arpeggi, volatine, trilli, gruppetti, mordenti e passaggi di agilità a non finire, tutto quello che fu definito "belcanto".
Il canto dei preziosi mostri furoreggiò per tutto il Seicento ed il Settecento, prolungandosi in qualche caso fino all'Ottocento. Celebri cantanti furono il Caffarelli e il Pacchierotti, entrambi del XVIII secolo, e il massimo esponente fu Carlo Broschi, detto Farinelli (1705-1782), che toccò i vertici della bravura canora con interpretazioni di una bellezza mai più ripetuta. Il detto cantante incantò con la sua abilità vocale il re Filippo V di Spagna, tanto da divenirne l'unico consigliere ascoltato, e, praticamente, il padrone dello stato.
L'influenza sulla musica d'opera degli "evirati cantori" (per dirla col Foscolo) o dei "canori elefanti" (per dirla col Parini) è evidente da una semplice statistica: per tutto il XVIII secolo su cento cantanti settanta erano castrati.
La pratica delle castrazioni era sorta in Oriente, e giunse in Italia di rimbalzo dalla Spagna, dove l'avevano portata i Mori, e si rese necessaria dapprima per la sola musica da chiesa per sostituire le donne, non ammesse nelle Cappelle. Ci si faceva forti d'una prescrizione di S. Paolo: "le donne in chiesa tacciano" (I Corinzi, XIV-34).
I Papi, pur fulminando con la scomunica chi sottoponeva i fanciulli ad una simile operazione mutilante - l'orchiotomia - accettavano e addirittura ricercavano questi cantori dalle "voci bianche" (troviamo questo fatto il massimo del controsenso e dell'ipocrisia). Ma dopo le Cappelle papali venne il melodramma, e il divieto che le donne calcassero il palcoscenico fu irremovibile, e così si favorì l'ingresso degli evirati nell'opera; il gusto del pubblico fece il resto.
Le "operazioni", decise per l'avidità dei futuri lautissimi guadagni dai genitori dei fanciulli che mostravano buone doti canore, venivano preparate drogando con oppio il paziente, poi immergendolo in un bagno caldissimo in una sorta di "anestesia": a quel punto interveniva il chirurgo.
Il sistema più diffuso era quello di usare delle particolari tenaglie che avevano degli orli arrotondati in modo da non cagionare graffi e ferite intorno all'area interessata: con queste si afferrava il cordone testicolare e poi si stringeva con forza intorno ad esso, in modo che all'interno non affluisse più sangue. Stringendo ulteriormente si provocava l'interruzione del funicolo spermatico, così che i testicoli venivano via quasi senza emorragia, a patto che la pressione esercitata inizialmente fosse stata sufficientemente prolungata da consentire la coagulazione del sangue nei vasi.
I maestri di Bologna erano i migliori, ma famosi erano anche quelli di Norcia. A Napoli, nella seconda metà del Settecento, c'erano delle botteghe con cartelli che recavano la scritta "Qui si castrano ragazzi".
Così conciati, i disgraziati fanciulli venivano messi a pensione nei Conservatori, trattati con severità ma anche con infinite cure (dato che erano pozzi di quattrini), e pensiamo anche a quanti di loro sopravvivevano a tale trattamento e a quanti invece soccombevano per infezioni, emorragie, o anche solo per le ustioni provocate dal bagno bollente. I ragazzi venivano sottoposti a studi durissimi per molti anni, ne uscivano in tutto e per tutto dei portenti. Esordivano, e la loro fortuna era fatta.
Contesi dai migliori teatri d'Europa, essi suscitavano un fanatismo indescrivibile: adorati, idoleggiati, decorati, ammirati oltre ogni dire, nessuna rock star odierna né nessun divo del cinema ha mai avuto nemmeno la metà dei clamori suscitati da ognuno di loro. Possiamo comunque credere che per alcuni questa fortuna e notorietà poteva ripagarli di tanta crudeltà, e a volte era anche così, per molti la felicità dei cantare era la sola che gli rimaneva. Sembra anche però che le possibilità amatorie non venissero loro a mancare del tutto, probabilmente essi erano ricercati anche in quel senso per il loro fascino ambiguo, ma preferiamo pensare che la gioia di ogni evirato fosse soprattutto quella di cantare, esibendosi virtuosisticamente e divisticamente in ogni occasione.
Come cantavano i preziosi mostri? Forniti di voce chiara ed acuta come quella delle donne (poiché la cosiddetta "muta" era stata artificialmente impedita), essi usufruivano però della potenza d'insufflazione propria di un torace maschile e della mascolina robustezza ed ampiezza delle corde vocali, cosicché il canto era di una bellezza tale che davvero mandava in delirio il pubblico.
Il poeta Enrico Panzacchi scrisse, dopo aver ascoltato uno degli ultimi cantanti evirati sopravvissuti nella Cappella Sistina verso la fine dell'Ottocento: "immaginate una voce che fonda insieme la dolcezza del flauto e l'animata soavità della laringe umana; una voce che salga, salga leggera e spontanea come vola per l'aria un'allodola…"
Nella Cappella papale i preziosi mostri durarono molto di più che in teatro. Castrato era il maestro Domenico Mustafà (1829-1912) che diresse la Cappella fino all'arrivo, nel 1902, di don Lorenzo Perosi (1872-1856). Infine nel 1903 arrivò dalla Chiesa il divieto riguardo la pratica dell'evirazione. In teatro invece gli evirati erano già scomparsi, l'ultimo che calcò le scene fu Giovan Battista Velluti (1781-1861), ormai al melodramma bastavano uomini e donne.
Nonostante le grandi fortune e i consensi di pubblico nei confronti di questi cantanti, il teatro musicale per oltre due secoli fondò il proprio prestigio su una vergogna sociale: aveva creato una razza di acclamati infelici, che sublimavano il loro dolore per l'orrenda solitudine a cui erano stati condannati in volute canore di stupefacente bellezza.
Amaramente pagato, ma immenso, il loro potere emotivo. Si racconta che un giorno del 1785 il Pacchierotti cantava in un teatro di Roma, e si accorse ad un certo punto che l'orchestra aveva smesso di suonare; allora smise di cantare anche lui, e, rivolto ai professori, domandò: "Che vi succede?" Si alzò il primo violino: "Piangiamo" rispose.
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Autore: Marina Pinto
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