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Articolo pubblicato il 31-01-2004
di Massimo Biondi
Numero 2 - Anno I 31 Gennaio 2004
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La nascita del vampiro
"Mi aspettavo la notizia della morte di qualcuno… e così è stato. È toccato al
povero Polidori. Quando era mio medico parlava continuamente di acido prussico, di
olio d'ambra, di bolle d'aria nelle vene, di soffocamento per vapori di carbone e
di misture velenose… Sembra che la causa sia da ricercarsi nelle sue delusioni…".
Senza manifestare emozioni né commozione, lasciando anzi trasparire una certa irrisione,
con queste parole il poeta George Byron commentò la notizia della morte di John Polidori,
quando gli giunse nella tarda estate del 1821. Byron si trovava allora in Italia e da tempo
aveva perso di vista colui che era stato suo medico personale quando aveva lasciato
precipitosamente la patria.
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Nell'aprile del 1816, al momento della partenza per l'Europa continentale al seguito
del grande e chiacchierato poeta, Polidori era un giovane di belle speranze, un po'
fatuo e presuntuoso, che aveva soprattutto un obiettivo ben fisso in mente: conquistarsi
un posto di rispetto nell'ambiente colto e aristocratico inglese. Figlio di un
letterato e romanziere di origine italiana, Gaetano Polidori, John aveva completato
i suoi studi di medicina all'Università di Edimburgo con una tesi su un argomento
insolito, il sonnambulismo, ed era stato proprio durante la preparazione di questo
elaborato che aveva scoperto di amare più la scrittura che l'arte sanitaria.
Messosi dunque alle spalle gli impegni universitari, nel giro di poche settimane
aveva completato un appassionato pamphlet contro la pena di morte per i reati di
piccola entità ed era riuscito a farselo pubblicare da un editore non del tutto
sconosciuto. Subito dopo, grazie alla frequentazione della buona società londinese,
era stato presentato a Lord Byron, che lo aveva preso in simpatia e gli aveva
proposto di accompagnarlo nel viaggio che si accingeva a compiere per l'Europa,
in qualità di suo medico personale.
Accettando grato l'invito, Polidori aveva sperato di poter sfruttare l'occasione
e prima di salpare aveva incontrato John Murray, editore delle opere di Byron,
per prospettargli la possibilità di redigere un diario per tutto il tempo che
sarebbe durato il viaggio. L'altro aveva acconsentito a pubblicare un testo
del genere, convinto che un'opera sulla personalità più discussa d'Inghilterra
avrebbe riscosso un indubbio successo, e gli aveva promesso un allettante compenso
di 500 ghinee.
Alla partenza Polidori stava già stendendo le sue prime note, ma a mano a mano
che passavano i giorni e che la comitiva di cui faceva parte si trasferiva da
un posto all'altro, il diario di viaggio di Byron andò trasformandosi nel diario
di viaggio di Polidori stesso. Al poeta venivano riservate rare notazioni marginali,
mentre l'autore era tutto preso a fissare sulla carta le proprie impressioni, i
propri pensieri, i propri tormenti estetizzanti.
Comprensibile, perciò, il rifiuto che Murray avrebbe opposto più tardi alla
pubblicazione del testo, quando se lo sarebbe trovato fra le mani con la
pressante richiesta di Polidori di dargli la cifra pattuita.
A fine maggio del 1816, dopo qualche vagabondaggio per l'Europa, a Ginevra la
comitiva di Byron incontrò il poeta Percy Shelley e la moglie, Mary Wollstonecraft,
che per vie diverse erano arrivati in città.
Malgrado qualche riserva reciproca, i viaggiatori decisero di tenersi compagnia
per qualche tempo e andarono a stabilirsi in due dimore distanti pochi minuti di
cammino. Polidori, impacciato e non all'altezza della compagnia, seppe farsi
apprezzare come letterato soltanto dalla moglie di Shelley, alla quale lo univa
soprattutto la passione per i poeti classici italiani. Fu a lei che fece leggere
una commedia che aveva redatto nelle ultime settimane e fu con il suo appoggio che
riuscì a coinvolgere Shelley e Byron a discutere di questioni a lui care: apparizioni
dei morti, orribili fantasmi, macabre visioni.
A questi temi Polidori era assuefatto fin dall'epoca della laurea, ma Mary Shelley ci
era giunta dopo aver letto una raccolta di novelle gotiche originariamente apparse in
tedesco, Fantasmagoriana, ove si fingeva che una comitiva di amici si riunisse per
raccontarsi vicende terribili e soprannaturali.
La sera del 18 agosto 1816, forse ispirato da quel volume, Byron lanciò una sfida ai
suoi compagni: tutti si sarebbero dovuti impegnare a scrivere una storia gotica, con
l'intento esplicito di indurre nel lettore i maggiori effetti
impressionanti e orrorifici. Dei presenti, solo due sarebbero riusciti a portare a
termine il progetto: Polidori e Mary Wollstonecraft. La scrittrice anzi avrebbe
compiuto in questa occasione l'opera che le avrebbe procurato la fama tra
contemporanei e posteri: la storia di Frankestein, chiaramente ispirata agli
inquietanti lavori di Erasmus Darwin sulla creazione della vita in laboratorio.
Pochi giorni dopo quella sera, i rapporti tra Polidori e Byron si interruppero
bruscamente e il medico tornò in patria, per accorgersi ben presto di non riuscire
a sfondare nel campo letterario. Costretto a confrontarsi con le esigenze quotidiane,
sconsolato, tornò alla professione medica e nel 1817 aprì uno studio a Londra.
Anche così, però, le cose furono tutt'altro che facili, in quanto una clientela
capace di garantirgli di che vivere dignitosamente tardava a materializzarsi.
Polidori si ritrovò allora a riempire i vuoti tra una visita e l'altra scrivendo a
più non posso, collaborando a diversi giornali e tirando fuori dai cassetti, ad ogni
occasione propizia, i vecchi manoscritti degli anni precedenti.
* * *
Il 1° aprile del 1819 il New Monthly Magazine pubblicò "Un racconto di Lord Byron",
che fece scalpore, suscitando un tale entusiasmo che prima della fine dell'anno ne
andarono esaurite ben cinque edizioni in volume. Da principio, ingannati dalla scritta
che campeggiava in cima al testo, tutti credettero si trattasse di una storia uscita
dalla penna del grande poeta e l'opera fu acquistata per questo. Poco dopo si
diffuse la notizia che il vero autore era Polidori, ma l'interesse del pubblico
era ormai catturato da una duplice circostanza: si diceva che il racconto fosse
stato ispirato da Byron stesso e che nella storia era possibile riconoscere,
sotto falso nome, il personaggio e le vicende del discusso poeta. Quel testo
altro non era che Il Vampiro, scritto da Polidori in occasione della gara
promossa da Byron, e in effetti conteneva scoperti richiami al medico
(un gentiluomo inglese vittima-eroe della vicenda), a Byron (un nobile che
sotto un aspetto elegante nasconde una natura demoniaca) e al
loro viaggio in Europa.
Purtroppo per lui, però, Polidori non poté beneficiare più di tanto del successo
incontrato dal racconto. Aveva ceduto i diritti di pubblicazione alla rivista mensile
e, secondo le leggi dell'epoca, nulla gli era dovuto per le edizioni successive.
Malgrado la straordinaria diffusione, insomma, Polidori non guadagnò pressoché
nulla dall'opera e continuò la sua esistenza di stenti proprio come prima. Finché,
probabilmente, non ce la fece più.
La mattina del 21 agosto del 1821, entrati nel suo appartamento, i familiari lo
trovarono cadavere, vicino ad alcune boccette piene di sostanze "farmaceutiche".
La commissione di inchiesta che si occupò del caso specificò essersi trattato
di "morte per intervento divino", formula usata per indicare una fine improvvisa
ma naturale. Nessuno chiese l'autopsia e nessuna indagine venne fatta per accertare
le cause reali del decesso. Al momento della morte Polidori aveva 26 anni.
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Autore: Massimo Biondi
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