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Articolo pubblicato il 17-05-2004
di Marina Pinto
Numero 5 - Anno I 17 Maggio 2004
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Musicoterapia
Gli studi sull'impiego della musica per alleviare il dolore o per la riabilitazione dei malati d'Alzheimer, autismo o dislessia, sono recenti, essi risalgono circa al periodo che va dagli anni '80 ai '90.
La musica forse può guarire, certamente fa stare meglio, e così note e melodie sono entrate negli ospedali per aiutare la scienza soprattutto nei casi in cui il malessere del fisico si accompagna con quello dell'anima, la musica placa dolori ed aiuta a comunicare, recupera abilità perdute e dà nuova fiducia nella vita. Oltretutto il nostro cervello la riconosce: numerosi studi dimostrano che le aree cerebrali attivate dalla musica - qualunque musica - sono diverse da quelle che rispondono al rumore.
Robert Zatorre, un neurologo canadese e massimo esperto nel settore, studiando le reazioni del corpo provocate dall'ascolto di un motivo musicale emozionante, ha facilmente identificato e tradotto in parametri fisiologici le reazioni di alcune aree cerebrali, in particolare della corteccia frontale e dell'amigdala, reazioni simili a quelle provocate da altre esperienze piacevoli, tipo la droga, il cibo o l'attività sessuale. Per questo in questi ultimi anni c'è un eccezionale sviluppo degli studi sulla relazione fra musica e cervello, e oggi sappiamo che la musica, proprio per la sua complessità, può aiutare a capire meglio alcune funzioni cerebrali.
E' quindi chiaro che questo linguaggio universale, che "comincia dove la parola è impotente" - sono termini di Claude Debussy - offre preziose opportunità terapeutiche in casi spesso disperati.
La musicoterapica non ha niente a che vedere con la medicina alternativa, che sia chiaro, è però un valido aiuto soprattutto in quei casi dove tanto - anche tutto - è stato tentato senza grande riuscita; per esempio negli ospedali psichiatrici essa riesce in tanti casi dove non funziona nient'altro, laddove la musica accede direttamente al mondo emotivo può curare ansie, nevrosi e stress. Oggi la maggior parte dei musicoterapisti italiani affronta pazienti difficili: bambini, adolescenti problematici o adulti con varie disabilità intellettive (soprattutto autistici), e si studiano i processi di questi pazienti nell'apprendimento e nella memorizzazione, che sono resi più gradevoli grazie a nuove tecniche basate sulla psicologia cognitivo-comportamentale. Poi naturalmente si usa la musicoterapica sugli psicotici ed anziani colpiti da varie forme di demenza e pazienti comatosi in riabilitazione. La musica consente di comunicare con chi non è in grado di usare la parola, parliamo di bambini piccolissimi, handicappati o persone affette da disturbi neurologici o mentali. E poi si aprono nuove strade: si utilizza la musica in gravidanza, nel puerperio e naturalmente durante il parto.
Gli entusiasmi per il cosiddetto "effetto Mozart" hanno di che dire, non c'è dubbio.
Naturalmente bisogna sapere come usare questa nuova scienza: nell'usare la musicoterapia non si tratta di prescrivere un quarto d'ora d'ascolto invece di una pillola, significa cantare, suonare o anche ascoltare la musica insieme al paziente, improvvisando o seguendo le suggestioni del momento, inventando nuovi strumenti con quel che si ha a disposizione oppure usando una tastiera o una chitarra, strumenti discreti che entrano in punta di piedi ed aiutano a stabilire una relazione con chi da tempo non si relaziona più con niente e nessuno. I risultati? Importanti, a volte sconvolgenti. In diversi ospedali ci sono stati pazienti psicotici gravi che hanno scritto ed interpretato canzoni, ed in una struttura per malati terminali la musicoterapia ha permesso ai pazienti di vivere pienamente il tempo che avevano a disposizione con una serenità unica, migliorando sensibilmente la loro qualità della vita.
Naturalmente tutto ciò va seriamente considerato nell'ambito di una preparazione specifica; in Italia i corsi di laurea in musicoterapia sono ancora lontani, ma pian piano vediamo che questa scienza inizia ad entrare nelle Università: a Genova essa è inserita nel corso di laurea breve di riabilitazione psichiatrica, a Torino si sono svolte ricerche importanti sull'impiego della musicoterapia per pazienti in coma post-traumatico, al Dipartimento di Psicologia dell'Università di Bologna e all'Università Cattolica di Roma è stato attivato un Master in Musicoterapia per pazienti psichiatrici. La professione, però, non è ancora regolamentata per legge, e quindi chiunque può improvvisarsi musicoterapista, a rischio di fare esperimenti a danno di persone spesso incapaci di difendersi; per questo nell'ambito di associazioni diverse è nato un registro di musicoterapisti, in analogia con i terapisti della riabilitazione, che anticipa la normativa sulla regolamentazione delle nuove professioni.
Gli interventi sono naturalmente differenziati, data la diversità dei casi: c'è chi punta sull'effetto terapeutico del suono in quanto tale, oppure usa ritmi elementari per muovere emozioni sopite, conosciamo il valore emotivo ed anche cognitivo del linguaggio musicale, ma per far questo bisogna conoscere a fondo forme e generi musicali, saper fare e creare musica, battere un tamburo o ascoltare un brano per poi discuterne non basta. Ecco il perché è assolutamente necessaria una preparazione specifica ed adeguata.
Un intervento di musicoterapia ha, infatti, modalità precise, bisogna capire innanzi tutto se il paziente può trarre beneficio da quel particolare trattamento, e seguire quindi un protocollo di lavoro con tappe definite che abbia un riferimento teorico e delle modalità di verifica, altrimenti si tratta di sola animazione musicale, che può essere validissima, ma è un'altra cosa.
In un ambiente altamente disumanizzante come l'ospedale la musica aiuta a riscoprire la propria umanità, a vincere l'ansia e a comunicare più facilmente con gli altri.
Nell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze un gruppo di musicisti è una presenza costante nei reparti, dalle sale d'attesa alla rianimazione, i rumori dell'ospedale spaventano i bambini e ne aumentano l'emotività, e si è provato a sostituirli con la musica.
Ma fare musica in ospedale non vuol dire solo suonare accanto ad un bambino (altrimenti basterebbe la filodiffusione), i musicisti devono essere in grado di far giocare un bambino con la musica, inventando con lui uno strumento o farlo addormentare con una ninna nanna. Grazie alla musica iniezioni e medicazioni diventano meno traumatiche, e in qualche modo si può eliminare, o per lo meno ridurre, la sedazione; nel caso specifico sono i terapisti stessi a chiamare i musicisti allorquando devono effettuare manovre dolorose.
Ora bisogna lavorare per tradurre tutto questo in dati scientifici, un'esigenza questa condivisa da quanti lavorano con la musica, e la sfida è appassionante. Bisogna capire come quantificare i risultati ottenuti, non si può lavorare solo con le impressioni, i pazienti sono spesso persone particolari, e non è facile rilevare parametri fisiologici come il battito cardiaco o il livello di cortisolo - l'ormone dello stress - nel sangue.
Solo le tecnologie più sofisticate permettono di registrare una seduta per poi monitorare istante dopo istante il comportamento del paziente, ed esse sono le sole che potranno garantire un radioso futuro alla musicoterapia.
Per ora abbiamo alcuni dati che possono aiutarci a capire come quanto la musicoterapia aiuti in diverse patologie:
Alzheimer: la musicoterapia ha ridotto in modo indicativo frequenza e gravità dei disturbi, mentre le capacità comunicative sono migliorate (Istituto ospedaliero di Sospiro, Cremona).
Anestesia: su dieci pazienti volontari che necessitavano di un intervento plastico ricostruttivo, un trattamento di musicoterapia prima, durante e dopo l'intervento stesso ha permesso di ottenere un maggior rilassamento e un'anestesia ottimale usando minore quantità d'anestetico (Ospedale di Castelfranco Veneto).
Attività cerebrale: la costante pratica musicale ha permesso a 26 pazienti di sesso maschile un aumento della densità della materia grigia nell'area del Broca, un dato questo che potrebbe mitigare l'atrofia cerebrale dovuta all'invecchiamento (Università di Liverpool).
Dipendenza dal gioco: uno studio finlandese realizzato dal dipartimento di musicologia dell'Università di Jyvaskyla mostra che la musicoterapia associata ad altre terapie si rivela efficace nel trattare la dipendenza dal gioco, essa è risultata utile in particolare nel trattare e nell'affrontare gli aspetti emotivi della dipendenza e nell'aiutare i giocatori a superare problemi di stress.
Dislessia: l'educazione musicale nel curriculum scolastico di bambini dislessici migliorerebbe in modo efficace la loro capacità di lettura e di pronuncia.
Dolore: 151 pazienti sottoposti ad interventi chirurgici cui è stata fatta ascoltare musica durante l'intervento o immediatamente dopo, hanno avuto bisogno di minori quantità di sedativi (Università di Linkoping, Svezia).
Handicap mentale: la musicoterapia è assolutamente efficace nel trattamento di disturbi relazionali e comportamentali di pazienti con ritardo mentale. Ne emerge un miglioramento significativo e una maggiore collaborazione alle attività (Irccs San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli di Brescia).
Intelligenza: i bambini che studiano musica possono contare su un vantaggio cognitivo da sei mesi a due anni rispetto ai loro coetanei, ed ottengono un punteggio sopra la media nei test d'intelligenza (Università di Friburgo).
Parto: partorienti primipare che hanno seguito sessioni di musicoterapia all'interno della preparazione al parto sono molto più rilassate nelle tre ore precedenti all'evento (Università dell'Ontario).
Pazienti oncologici: su 69 pazienti operati di trapianto di midollo che hanno partecipato alle sedute di musicoterapia si è registrato una diminuzione del 37% di disturbi tipo ansia o depressione o disturbi generici dell'umore (Ospedale Sloan Kettering di New York).
Sistema immunitario: a pazienti operati di trapianto di midollo un ciclo bisettimanale di musicoterapia ha consentito non solo di contenere gli effetti collaterali del trattamento, ma anche di rafforzare il sistema immunitario abbreviando da 15 a 13 giorni il periodo in cui l'organismo ricomincia a produrre autonomamente globuli bianchi (Università di Rochester, USA).
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Autore: Marina Pinto
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