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Articolo pubblicato il 30-07-2005
di Marina Pinto

Numero 18/19 - Anno 2
30 Luglio 2005





Luigi Cherubini: il musicista che disse no a Napoleone

Luigi Cherubini Ad un musicista di talento del Settecento non bastava la bravura per ottenere il successo; egli doveva avere necessariamente un carattere particolarmente conciliante, se non servile.

In un periodo in cui i teatri erano pochissimi, e solo nelle grandi città, la musica veniva eseguita quasi unicamente nei salotti delle famiglie aristocratiche, ed un compositore con la legittima ambizione di farsi ascoltare (e magari anche di tirarci fuori un utile per vivere), doveva per forza possedere delle distinte qualità peculiari: prima di tutto era indispensabile scovare un ricco signore che lo prendesse sotto la sua ala protettrice, e poi, una volta trovato, doveva in ogni modo compiacerlo, assecondare i suoi gusti, le sue tendenze, i suoi umori e perfino le sue lune, e tanto più il signore era potente quanto maggiore era la possibilità di carriera.

In un periodo in cui non esistevano diritti d'autore a tutelare in qualche modo chi creava musica, il compositore aveva quindi davanti a sé scarsissime alternative: dedicarsi all'insegnamento o al mecenate cui doveva sottomettere il proprio estro creativo, pena il licenziamento.

In questo panorama piuttosto limitato di possibilità professionali - che pur vede al presenza di moltissimi valenti musicisti - troviamo la figura di Luigi Cherubini (1760-1842), compositore fiorentino, che non possedeva nessuna delle caratteristiche appena elencate (tranne, naturalmente, un gran talento). Tra l'altro i suoi pochi biografi lo descrivono come un uomo burbero, scontroso, orgoglioso, che mai una volta nella vita (o forse in una sola occasione), compì gesti di servilismo o si inchinò di fronte ad un qualsiasi potente per trarne un profitto economico. Eppure tali occasioni non gli mancarono.

Cherubini fu un artista precocissimo, più o meno come fu Bizet. Egli era il decimo di dodici fratelli, figlio di un clavicembalista del Teatro fiorentino della Pergola ed unico, in famiglia, ad aver assorbito il paterno amore per la musica; a sei anni cominciò a prendere confidenza con le note, a nove iniziò a comporre e a tredici scrisse il suo primo lavoro, una "Messa e Credo" a quattro voci con accompagnamento strumentale, un brano che fu eseguito con "molto applauso" - come riferiscono le cronache del tempo - in una chiesa fiorentina.

Come tanti altri musicisti italiani, Cherubini decise di tentare la fortuna fuori dai confini dell'Italia e, dopo un breve soggiorno a Londra, si trasferì a Parigi, dove decise di restare. E fu proprio a Parigi che sprecò la prima grande occasione della sua vita.

Siamo nel 1797. Napoleone Bonaparte era agli inizi della sua travolgente carriera di condottiero e, ancora "semplice" generale, dopo aver portato a termine la vittoriosa Campagna d'Italia, aveva un desiderio: portare in Francia tutta la bella musica italiana che aveva conosciuto.

Il 28 dicembre di quell'anno, il Conservatorio parigino organizzò in suo onore un concerto, il cui programma prevedeva musiche del già famoso Giovanni Paisiello, di Nicola Zingarelli ed anche di Cherubini. Al termine, Napoleone volle incontrare il compositore fiorentino per parlare con lui di musica e dei suoi progetti futuri in proposito. Ma Luigi non provò alcuna simpatia per l'altezzoso generale: intanto perché lo chiama "signore" e non "maestro" come avrebbe dovuto, poi perché si dichiarò entusiasta della musica di Paisiello e anche di quella dello sconosciuto Zingarelli, ma non fece una parola della sua composizione appena ascoltata. Cherubini si offese, quindi il colloquio ebbe breve durata e non portò a nulla.

Un secondo incontro fra i due avvenne un paio di anni più tardi, quando Napoleone era diventato Primo Console e, in pratica, il padrone della Francia.

Indubbiamente egli aveva una grande stima di Cherubini - anche se non glielo aveva dimostrato - ma si sentiva toccato nell'orgoglio per il fatto che il fiorentino non compiva nemmeno il minimo gesto di sottomissione.

Ed allora, per provocarlo, gli disse: "Io vado pazzo per la musica di Paisiello, mi culla dolcemente e mi mette in letizia. Voi possedete certamente un bel talento, ma i vostri accompagnamenti hanno troppe note, insomma a me piace la musica monotona".

E Luigi, seccamente: "Capisco. Voi amate la musica che non v'impedisce di pensare agli affari di stato".

Nulla di fatto, né proposte, né lavoro. In conclusione, un'altra opportunità di far carriera andata in fumo. La cosa, tra l'altro, non finì così repentinamente, Napoleone scrisse a Cherubini una lettera in cui ribadiva ulteriormente il suo gusto musicale così lontano da quelle che erano le idee del musicista, un carteggio ritrovato bene attesta quanto fossero aspri i rapporti fra i due.

Napoleone scrisse: "Mio caro Cherubini, sarete di sicuro un eccellente musicista, ma a dire il vero la vostra musica è così rumorosa e complicata che io non so che farmene".

Risposta di Cherubini a Napoleone: "Mio caro generale, anche voi sarete di sicuro un eccellente soldato, ma per quanto riguarda la musica, dovrete sicuramente scusarmi se io non ritengo necessario adattare le mie composizioni alla vostra capacità di comprensione".

E non c'è da meravigliarsi se proprio in quel periodo cominciarono ad affiorare nella psiche del musicista i primi disagi di origine nervosa. Niente di grave, almeno all'inizio: una certa abulia, mancanza di creatività (due anni senza comporre), pochi sorrisi… Fortuna che aveva una moglie che lo amava e tre bei bambini che lo rendevano felice.

La terza ed ultima occasione per cambiare radicalmente la sua esistenza di compositore geniale ma, tutto sommato, scarsamente apprezzato - ed ancor meno conosciuto - avviene a Vienna nel 1805.

Cherubini si trovava nella capitale austriaca per scrivere due opere e dirigere alcuni concerti. Durante il soggiorno, irruppe di nuovo nella sua vita l'ingombrante figura di Napoleone, ormai diventato Imperatore e padrone di mezza Europa, dopo la vittoria di Austerlitz.

Ma adesso è un Napoleone diverso; sembrava meno arrogante e disposto ad ascoltare più che a parlare. Invece Cherubini era sempre lo stesso, il suo carattere affatto conciliante, e, soprattutto, per nulla sottomesso, non era cambiato.

Quando infatti l'Imperatore gli chiese di dirgli qualcosa sulla sua opera "Lodoiska", che aveva appena terminato, il mordace fiorentino non perdette l'occasione per fargli capire di non aver dimenticato: "A Vostra Maestà non piacerebbe. Ci sono gli accompagnamenti troppo forti".

Ma Napoleone fece finta di nulla e ugualmente invitò il musicista a dirigere alcuni concerti nella reggia di Schoenbrunn che si era fatto preparare per il suo soggiorno a Vienna. Cherubini accettò - meno male - e tutto sembrò procedere bene, almeno per un po'.

Alla vigilia della partenza, Napoleone gli lanciò un'altra offerta, una proposta che nessuna persona normale avrebbe mai avuto l'ardire di rifiutare: gli chiese di accompagnarlo a Parigi. Tale invito in pratica significava piena fiducia e un futuro sicuro sotto la protezione dell'uomo più potente del mondo.

Ma ecco che il carattere di Cherubini si mostrò di nuovo in tutta la sua schiettezza ed alterigia. "Grazie. Non posso. Ho già impegni qui a Vienna che non intendo disattendere". Così, con la partenza della carrozza imperiale se ne partirono anche tutte le possibilità di fortuna per l'orgoglioso Luigi. E invece gli ritornarono quei noiosi bruciori di stomaco, quel broncio e quel malumore costante

Cherubini morì a Parigi, farneticando su di un viaggio di ritorno nella sua Firenze che invece non rivide mai più; quei malesseri fisici e soprattutto psichici che sin dalla gioventù lo avevano afflitto continuamente si erano acuiti fino a farlo diventare un uomo vaneggiante e poco attendibile per quello che diceva.

Una sera le stanche membra del maestro si paralizzarono, forti dolori lo assalirono in tutto il corpo ed egli morì in pochissime ore. La diagnosi fu: paralisi completa.


Autore: Marina Pinto

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