» E-mail Scienzaonline.com
IntraVenous Immune Globulins. Storia di un’idea




  Home Page
  Redazione
  Contatti


powered by FreeFind

  Archivio
  Abbonamenti
  Autori
  Pubblicità




Utilità

 I Siti Web consigliati da Scienzaonline.com Link di Scienza
 Sfondi desktop Gratis per il tuo Pc Sfondi Desktop
 Programmi gratuiti per il tuo PC Programmi


Torna al Sommario degli articoli della Sezione

Articolo pubblicato il 17-11-2006
da Massimo Biondi

Numero 33-34 - Anno 3
17 Novembre 2006





IntraVenous Immune Globulins. Storia di un’idea

Esistono «sostanze inibenti che hanno finora ostacolato l’impiego delle concentrazioni di gammaglobuline. [Ma] sembra che siano ormai state identificate tutte le condizioni necessarie alla separazione di quelle sostanze e dunque alla preparazione di gammaglobuline umane sicure per uso endovena.»

Con questa affermazione risalente al 1945 Edwin Cohn, uno degli ematologi maggiormente impegnati nell’estrazione e purificazione delle componenti attive del sangue, commentava gli ultimi sviluppi che erano stati registrati in quell’ambito e mostrava di credere alla possibilità che si sarebbe a breve realizzata un’estesa applicazione alla pratica medica quotidiana dei preparati di anticorpi.

Malgrado il suo ottimismo, comunque, sarebbero state necessarie ancora diverse innovazioni, varie conoscenze e nuove esperienze cliniche, ovvero più di altri venticinque anni di studi, per fare delle preparazioni di gammaglobuline umane somministrabili in vena quell’utile strumento terapeutico che sono oggi diventate.

Tralasciando ogni pretesa di costruire una galleria di antenati “nobili” andando a cercare nel più antico passato incerti precursori degli studiosi più vicini a noi, si può attendibilmente ritenere che l’idea di impiegare gli anticorpi prodotti da un individuo per proteggerne un altro risalga al 1888, quando i francesi Charles Richet e Jules Héricourt la prospettarono a chiare lettere discutendo i risultati di una loro ricerca sullo Staphylococcus pyosepticus intrapresa per conoscer meglio le caratteristiche di questo batterio e per imparare ad evitarne gli effetti patogeni.

Prendendo le mosse da qui, furono due loro colleghi a Berlino, il tedesco Emil von Behring e il giapponese Shibasaburo Kitasato, a tradurla in pratica pochi mesi dopo trasferendo campioni di sangue di un coniglio immunizzato contro la tossina tetanica ad un altro coniglio mai infettato prima da quel bacillo. L’esperimento, elegantemente condotto e chiaramente riuscito, evidenziò come il sangue del primo animale possedesse una non meglio definita capacità di distruggere la tossina tetanica che poteva venire trasmessa ad un secondo animale, il quale risultava così, senza alcuna partecipazione attiva al processo, protetto da una successiva infezione da parte del tetano.

Compiuto con successo questo primo passo, la rosa delle ricerche su quel tipo di immunizzazione passiva si ampliò rapidamente e non trascorse un anno prima che un altro scienziato tedesco, Paul Ehrlich, all’epoca interno nel laboratorio di Behring, intraprendesse un nuovo studio sulle antitossine (anticorpi) specifiche nei confronti della difterite, con l’intento di giungere a definire il rapporto quantitativo sussistente fra il tasso di protezione fornita e la quantità di antitossina presente nel sangue. Nello stesso periodo a Parigi Albert Calmette lavorava nei laboratori dell’Istituto Pasteur all’immunizzazione nei confronti del veleno di serpente, ripercorrendo con una parte delle sue ricerche le stesse tappe delle indagini effettuate in Germania.

Nel 1895 Behring fondò nella capitale tedesca un istituto dedicato esclusivamente alla produzione di antitossina difterica da impiegare nelle indagini sull’immunizzazione passiva nell’organismo animale. Quasi sintonizzato sui suoi ritmi, nella capitale francese Emile Roux, direttore dell’Istituto Pasteur e autore della prima purificazione della tossina difterica, dimostrava l’efficacia dell’antitossina nel trattamento dei bambini esposti al contagio da bacillo difterico. Poi, nel periodo immediatamente successivo, altri ricercatori si sarebbero assunti il compito di allargare in maniera notevole le conoscenze in quell’area.

Nello stesso anno vennero pubblicati i risultati di studi sull’immunizzazione passiva nei riguardi della scarlattina (anche se sull’eziologia di questa “febbre” le conoscenze erano ancora molto rudimentali) effettuati di nuovo a Parigi presso l’Istituto Pasteur; e altri autori presero a dedicarsi allo studio della tossina botulinica. Poco dopo, nel 1903, l’Associazione Medica Americana sponsorizzava una serie di lavori sull’impiego dell’antitossina tetanica per prevenire il tetano nei vigili del fuoco che si infortunavano nel corso della loro attività. Quattro anni più tardi era la volta degli antisieri anti-meningococco ad essere sviluppati in Germania, ma i risultati ottenuti furono tutt’altro che chiari.

Uno studio italiano

Nel 1907 sull’italiana Rivista di Clinica Pediatrica apparve un articolo di F. Cenci relativo ad «Alcune esperienze di sieroimmunizzazione e sieroterapia nel morbillo». Nel lavoro si rendeva noto il riuscito utilizzo di sieri provenienti da bambini convalescenti dal morbillo che erano stati iniettati ad altri bambini non immunizzati al fine di proteggerli dall’infezione.

Era il primo tentativo mai effettuato sull’uomo di trasferire passivamente l’immunità mediante un siero umano, espediente che mirava ad evitare il rischio della “malattia da siero” che si manifestava quale reazione alle proteine ematiche di specie diversa ricevute dai soggetti ai quali si iniettavano preparazioni di anticorpi estratte da sangue animale.

La soluzione proposta da questo lavoro italiano fu ripresa, negli anni successivi, da Charles Nicolle e Ernest Conseil che operavano nella sede di Tunisi dell’Istituto Pasteur; le loro indagini, relative però alla rosolia, si conclusero nel 1917 con gli stessi risultati positivi già ottenuti da Cenci.

Più tardi si cominciarono a usare preparati liofilizzati e misture di più sieri provenienti da vari individui (per aumentare sia l’intensità che lo spettro della protezione) e nel 1933 alcuni autori segnalarono la possibilità di ricavare concentrazioni efficaci di anticorpi dal tessuto placentare. La tecnica di estrazione della parte “utile” del siero cui si ricorreva all’epoca, messa a punto inizialmente nel 1906, consisteva in una reazione di precipitazione favorita dal solfato di ammonio: si sarebbe dovuto attendere il 1937 e l’”invenzione” dell’elettroforesi da parte degli svedesi Arne Tiselius ed Elvin Kabat perché ci si rendesse conto che in questa maniera a precipitare erano specificamente le globuline, la classe di proteine cui appartengono gli anticorpi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, in concomitanza con l’accresciuta richiesta di sangue per far fronte alle necessità legate alle ferite in combattimento, si studiarono estensivamente nuove metodiche di lavorazione dei prodotti ematici da poter conservare, trasportare e somministrare facilmente in zona di operazioni senza l’obbligo di eseguire difficoltose risospensioni e ricostituzioni.

Alla Harvard University, Cohn e alcuni colleghi intrapresero una ricerca finalizzata a individuare il metodo migliore per la separazione delle proteine plasmatiche in frazioni stabili dotate delle loro proprietà biologiche naturali, scoprendo alla fine che la tecnica più efficiente consisteva nel sottoporre il plasma a centrifugazione e poi a raffreddamento a 0°C. Dopo aggiunta di etanolo e tampone, la temperatura andava ridotta ulteriormente fin quasi al punto di congelamento; poi si aumentava il contenuto di etanolo fino a raggiungere il livello dell’8% in volume, si portava la temperatura a –3°C, il pH a 7,2 e la forza ionica a 0,14.

In questa maniera si otteneva la precipitazione di tutte le componenti biologiche del sangue in quattro frazioni, in una sola delle quali (la seconda) si localizzava la quantità maggiore di gamma-immunoglobuline, nel 1964 ridenominate IgG. Verso la fine della guerra diversi ricercatori dimostrarono che questa “frazione II di Cohn”, somministrata intramuscolo in quantità non eccessivamente elevate, era in grado di proteggere efficacemente dal morbillo (o attenuarne gli effetti in coloro che lo avevano già contratto) e dall’epatite infettiva (tipo A), ed era moderatamente efficace anche nella profilassi della poliomielite.

È su questa metodica di base che da allora in poi si sono sviluppate tutte le tecniche di preparazione di concentrazioni di immunoglobuline e in un simile contesto Cohn – come abbiamo visto – riteneva prossimo l’impiego della frazione II anche in somministrazione endovenosa. Di fatto, comunque, la via d’elezione rimase quasi soltanto quella intramuscolo, e per i soli morbillo ed epatite A, in quanto si notò che se l’utilizzo per endovena risultava innocuo negli individui sani, si accompagnava a reazioni di tipo anafilattico proprio in coloro avevano più bisogno di protezione immunitaria, cioè i bambini con infezioni acute e con (ma questo sarebbe stato capito più tardi) immunodeficienze congenite. Una battuta d’arresto nella stessa fase sperimentale si ebbe quando Charles Janeway, medico e collaboratore di Cohn, sviluppò una grave reazione acuta a seguito di un inoculo e.v. di frazione II.

In caso fu dovuto, molto probabilmente, a una contaminazione del preparato da parte di un’enterotossina stafilococcica; indusse tuttavia una maggior prudenza nei tentativi di applicazione delle immunoglobuline sieriche e portò a un profondo riesame dei problemi legati a queste preparazioni.

Verso la preparazione industriale

Ci volle una decina d’anni prima che S. Barandun e alcuni colleghi comprendessero che le singole molecole di IgG negli estratti della frazione II di Cohn tendevano ad aggregarsi diventando “anticomplementari” e dando origine a reazioni anafilattiche o anafilattoidi.

Il loro studio aveva preso origine da quel che era accaduto dopo una comunicazione di Ogden Bruton del 1952 sugli ottimi risultati conseguiti con una terapia di sostituzione con immunoglobuline praticata a un bambino agammaglobulinemico: altri pediatri avevano seguito le sue orme, ma se tutte le terapie effettuate intramuscolo si erano dimostrate efficaci, quelle per endovena erano state spesso seguite da gravi reazioni.

Nel 1962 Barandun, che lavorava nei laboratori svizzeri della Croce Rossa, riportò che le reazioni avverse dopo somministrazione e.v. erano molto comuni nei soggetti agammaglobulinemici (93%) e infrequenti in quelli sani (13%), e che si dovevano ascrivere alla presenza di aggregati di IgG nei preparati di gammaglobuline utilizzati fino ad allora.

I primi tentativi di evitare il problema si fondarono su un trattamento degli anticorpi con pepsina, un enzima proteolitico, durante la fase iniziale di lavorazione della frazione II.

L’attività di questo enzima si esplicava nella distruzione di piccole porzioni dell’anticorpo (i cosiddetti frammenti F(ab1)2), che favoriva di conseguenza una rapida eliminazione del materiale disaggregato. Sul piano clinico le preparazioni risultavano ora maggiormente tollerate, ma ancora non erano esenti da effetti avversi e inoltre i ridotti tempi di emivita plasmatici rendevano un po’ più complicati i trattamenti terapeutici. Successivamente si sperimentarono enzimi diversi, quali ad esempio la plasmina derivata da sangue umano, e i risultati migliorarono leggermente.

Risolutiva sembrò la scoperta che riducendo il pH ben al di sotto del valore stabilito da Cohn e portandolo a 4 si riusciva a eliminare del tutto l’attività “anticomplementare” degli aggregati, preservando intatta la molecola di anticorpo e la durata “naturale” della sua emivita plasmatica. Non ci fu il tempo per rallegrarsi di questo passo avanti, però, perché divenne presto chiaro che se il preparato rimaneva fermo la soluzione si intorbidiva e ricompariva l’attività “anticomplementare” spontanea.

La chiave davvero risolutiva della questione fu trovata di lì a poco nell’aggiunta di quantità minime di pepsina (concentrazioni 1:10.000), insufficienti per frammentare le molecole di anticorpo ma bastanti a stabilizzare la soluzione. Ciò che si otteneva allora era un materiale biologico dalle proprietà immunitarie originali, con un coefficiente di sedimentazione a 7 S coincidente con quello delle immunoglobuline non trattate.

In apparenza questo prodotto era del tutto adeguato alle esigenze della somministrazione in vena. Le prime esperienze cliniche confermarono una simile impressione e in effetti a partire dalla metà degli anni Sessanta le terapie con immunoglobuline per endovena divennero sempre più comuni in Europa.

Nel decennio successivo vennero elaborate nuove procedure per preparare concentrazioni di anticorpi con attività terapeutica, ma nessuna riuscì a esprimere la stessa efficacia di quella derivata dal metodo di Cohn.

Il beta-propionolattone ad esempio, o l’aggiunta di zolfo alteravano la struttura primaria delle molecole e deprimevano le funzioni dovute alla frazione Fc; l’alchilazione, per quanto accompagnata da inferiori tassi di effetti collaterali, riduceva le proprietà protettive nei confronti di diversi agenti patogeni (come l’Hemophilus influenzae usato sperimentalmente); e così via. In generale, tutti i sistemi che rompevano le molecole finivano per deprimere o modificare l’attività biologica delle immunoglobuline e vennero quindi presto abbandonati, lasciando il campo a due metodiche che preservavano le IgG assolutamente intatte e adeguate all’uso endovena.

La prima prevedeva il trattamento con quantità minime di proteasi, cui vennero aggiunti alcuni passaggi di lavorazione finalizzati a purificare il preparato eliminandone gli enzimi. La seconda consisteva nella purificazione cromatografica delle IgG, seguita da uno di vari processi (acidificazione; aggiunta di zuccheri e aminoacidi; aggiunta di albumina o altre proteine sieriche) tesi a stabilizzare la soluzione.

Sul piano clinico, a questi progressi industriali corrispondeva un deciso incremento dei tentativi di impiego dei preparati. Molte delle indicazioni riguardavano gli stati di immunodeficienza, primaria o acquisita, le agammaglobulinemie e varie patologie infettive, che reagivano ora in maniera soddisfacente alla somministrazione per endovena di massicce quantità di anticorpi estranei.

Alle prime si sono poi aggiunte ulteriori patologie immunitarie e autoimmunitarie, e i successi conseguiti in queste prime aree – che vengono ormai ritenute consolidate – hanno indotto diversi autori a tentare l’impiego delle IVIG (come vengono oggi chiamate le IntraVenous Ig) anche a quadri clinici assai diversi, che spaziano dall’autismo ad alcune neuropatie, dalle patologie reumatiche a quelle autoimmunitarie e a diverse vasculiti, dal pemfigo ai tumori. I risultati conseguiti in questi altri contesti, che annoverano anche esiti eccezionalmente positivi, appaiono promettenti ma non va dimenticato che spesso derivano da esperienze sporadiche, sulla cui base è difficile stabilire quali siano le situazioni che potrebbero in ogni caso giovarsi della somministrazione di anticorpi.

A oltre un secolo di distanza dalle prime esperienze di sieroterapia, insomma, il lavoro con le immunoglobuline non è ancora giunto alla fine. Non resta che aspettare, per capire quanto lontano potrà ancora spingersi.


Bibl: M. Biondi: Il profilo storico: da Atene all’anticorpo. In: G. Luzi: IVIG, storia di un’idea, GSE Edizioni, Roma 2005.

Autore: Massimo Biondi

Scarica questo articolo nel tuo computer  
  

© 2006 Scienzaonline.com


Acquista il Cd-Rom di Scienzaonline
Acquista il primo numero di scienzaonline.com in Cd-Rom!

Elenco Materie

    Medicina
    Scienze Naturali
    Astronomia
    Paleontologia
    Archeologia
    Genetica
    Geologia
    Antropologia
    Matematica
    Fisica
    Chimica
    Epidemiologia
    Ambiente
    Malacologia
    Nucleare
    Tecnologia
    Etica
    Informatica
    Giochi e Rompicapi
    Eventi
    Sessuologia
    Botanica
    Zoologia


Link Partner

 Il Portale della Paleontologia Italiana Paleofox.com
 Agenzia Stampa Agenziastampa.org





   Autorizzazione del Tribunale di Roma n 293/2003 del 7/07/2003 Giornale a periodicità Mensile - Pubblicato a Roma - V. A. De Viti de Marco, 50
   Direttore Responsabile: Guido Donati