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In data 09.03.07
di Massimo Biondi

Anno 4
Edizione Marzo 2007





Evoluzione del linguaggio medico

È incontestabile che la lingua più diffusa per la comunicazione a largo raggio in medicina – così come in numerosi campi del sapere – sia oggi l’inglese. In inglese sono redatti tutti i periodici medici accreditati su scala mondiale e i volumi che ambiscono a segnare tappe importanti nello sviluppo di questa o quella specialità clinica; ed è paradossalmente in inglese che vengono pubblicate anche molte riviste a circolazione locale in numerose nazioni dell’Europa (esclusa la Francia) e dell’Asia, ove si parlano altre lingue.

Fino a un paio di secoli fa questa stessa funzione di lingua universale per la medicina era assolta dal latino, secondo una tradizione consolidatasi in epoca classica e continuata poi senza eccezioni di rilievo per circa millesettecento anni, complice il dominio culturale esercitato dal cattolicesimo in tutta Europa e in ampie regioni delle Americhe.


Il latino medico non aveva, comunque, elaborato autonomamente il proprio vocabolario, ma a somiglianza di quanto accaduto per altri ambiti aveva per lo più prelevato e incorporato forme linguistiche che erano originate nella Grecia antica. I più remoti testi greci di medicina sono quelli ora noti sotto la denominazione collettiva di Corpus Ippocraticum, risalenti al V-IV secolo a.C. Illustravano e argomentavano gran parte delle conoscenze razionali dell’epoca, spaziando dall’igiene alla pedagogia, dalla chirurgia a ciò che oggi definiremmo infettivologia e medicina interna.

A tal fine usavano un linguaggio relativamente specialistico, cui si accompagnava una serie di vocaboli e di espressioni fantasiose, spesso attinenti a settori diversi della realtà e della vita quotidiana. Nacque allora la maggior parte delle definizioni anatomiche, come pyloros, kynodòntes, thorax (rispettivamente: piloro, denti di cane, piastra pettorale), e molti termini descrittivi di sintomi, disturbi e patologie, quali ad esempio kata-rein e dia-rein (scorrere verso il basso o attraverso, cioè catarro e diarrea) o pyr-essein(esser caldo), dys-pnoe (cattivo respiro) e melas-chole (bile nera, generatrice di condizione depressa).

Utilizzato anche nelle opere successive, questo linguaggio si mantenne pressoché inalterato per secoli e fu esportato altrove dai medici che andavano a esercitare fuori dei confini della Grecia. Nella Roma repubblicana e nell’impero romano dei primi secoli d.C., di origine greca era la maggior parte dei medici di talento, che tendevano ovviamente a conservare non solo le conoscenze apprese in patria ma anche le espressioni linguistiche più tipiche ed efficaci.

Nel I secolo dell’èra attuale un autore romano del quale si conosce assai poco, Aulo Cornelio Celso, compilò in latino una summa enciclopedica del sapere medico che nei secoli a venire avrebbe costituito una sorta di trattato di riferimento, non diversamente da quanto era avvenuto in precedenza con il Corpus Ippocraticum. Diversi furono gli espedienti cui questo autore ricorse nella sua opera, nota con la semplice denominazione di De re medica, per formalizzare un linguaggio appropriato per l’arte medica romana.


A volte si limitò a importare tal quali i vocaboli della lingua greca naturalizzandoli latini, come fece tra l’altro per pyloros o eileos (ileo). Altre volte ne trasformò soltanto le desinenze: è il caso ad esempio di stòmachos divenuto stomachus, e di brakìon modificato in brachium. Infine, per le espressioni più “colorite” si attenne al criterio generale di tradurle integralmente nella lingua latina: come con i dentes canini, derivati dai kynodontes, o con il caecum corrispondente all’equivalente greco typhlon, che denotava l’assenza della vista. Molta attenzione Celso spese nel ricostruire le immaginifiche descrizioni greche basate su parallelismi e similitudini con strutture di animali, piante e strumenti musicali.

Il tragus (che sarebbe divenuto il trago dell’italiano moderno) era così detto dall’originale greco tragos, capro, in quanto la peluria che lo ricopre ricorderebbe il ciuffo di barbetta sotto il mento delle capre. Musculus derivava dal termine greco che indicava il topolino, animale i cui movimenti scattanti e sinuosi sarebbero analoghi a quelli di gran parte della muscolatura scheletrica. Tibia (così in latino e in greco) era invece il nome dello strumento da noi conosciuto come flauto; tuba la tromba e così via.

Grazie all’estrema perizia nell’arte medica, oltre che all’uso raffinato della lingua (venne per questo chiamato il Cicerone della medicina), le soluzioni verbali di Celso si affermarono immediatamente e per molti secoli il suo testo – o meglio, la parte che riuscì a sopravvivere – rimase ben presente a generazioni di medici, che spesso lo mandavano a memoria considerandolo a ragione il momento più alto della trattatistica specifica latina.

Un segno dell’enorme successo del De Medicina è dato dal fatto che la prima edizione moderna dell’opera risale al 1478, cioè appena una ventina di anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, ed è anteriore alla pubblicazione di alcune raccolte di scritti di Galeno.


Nel corso del Medioevo, nell’area geografica europea il linguaggio medico dotto non subì particolari cambiamenti e si mantenne sullo standard codificato da Celso. A seguito della penetrazione araba qualche vocabolo – come ad esempio il termine nuca – finì per incorporarsi nel patrimonio linguistico tradizionale, ma si trattò di casi sporadici di ben scarso rilievo.

I monaci amanuensi prima, gli stampatori poi, riproducevano le edizioni antiche nelle lingue d’origine e furono pochissime le opere contenenti nozioni di cultura medica composte in volgare da qualche dotto, di solito non medico, allo scopo di “educare” il popolo.

I testi giuridici e morali che affrontavano questioni di medicina e sessuologia lo facevano servendosi della terminologia di Celso: senza alcuna forzatura, giacché erano anch’essi interamente redatti in latino.

Più tardi, durante il Rinascimento e fino a tutto l’Illuminismo, in Europa e nella colonia nord-americana pressoché tutti gli autori continuarono a usare quasi esclusivamente il latino. Lo fecero nelle loro opere i grandi medici e i grandi innovatori come Vesalio, Harvey, Sydenham e Morgagni, ma anche gli esponenti meno noti dell’arte di Esculapio quando dovevano compilare lettere con indicazioni di prognosi e cura per i loro pazienti illustri, scrivere note e promemoria negli ospedali (antesignani delle “cartelle cliniche”), redigere per gli speziali ricette di rimedi erboristici e galenici.


In latino, inoltre, si tenevano ovunque le lezioni universitarie e spesso anche i consulti per i malati più difficili. Una simile usanza continuò fin verso la fine del XVIII secolo. Dalla seconda metà del Settecento, comunque, comparvero e divennero sempre più frequenti le eccezioni: un numero progressivamente crescente di testi medici giunse alle stampe nelle varie lingue nazionali, ognuna delle quali stava intanto elaborando modalità proprie per approntare un vocabolario medico autonomo.

Più aderente alla tradizione rimase il tedesco, che per tutto l’Ottocento mantenne e ancora oggi conserva invariate molte espressioni latine; una per tutte, ulcus ventriculi. Nelle altre lingue europee i termini hanno subito trasformazioni più o meno pronunciate, adeguate ai diversi stili: ulcère gastrique, ulcera gastrica. L’inglese, che in larga misura deriva dal ceppo linguistico germanico, ha naturalizzato molti vocaboli latini, ad esempio rispettando la regola di anteporre l’articolo al sostantivo: gastric ulcer.

Ancora a scrivere consistentemente di medicina in latino fu nel 1802 il celebre medico inglese William Heberden, definito per questo nella sua terra ultimus romanorum. Negli Stati italiani, pur tenendosi ancora molti corsi universitari in latino, fin dalla prima metà dell’Ottocento si affermò consistentemente la lingua nazionale, che era allora un italiano assai “imperfetto” e disomogeneo rispetto a quello che si sarebbe formalizzato dopo l’Unità; al suo interno, particolarmente spurio rimaneva il lessico medico, pesantemente contaminato da influenze francesi e tedesche.


In special modo queste ultime divennero consistenti alla fine del XIX secolo e nei decenni successivi, quando le vicende belliche e politiche forzarono e rafforzarono la vicinanza con il riferimento culturale tedesco. Dalla ricostruzione successiva alla II guerra mondiale e per la massiccia presenza statunitense in Europa, il linguaggio di tutte le scienze – con l’unica eccezione forse dell’archeologia – è divenuto quello inglese, che ha poi conosciuto un incontrastato successo con l’avvento della tecnologia informatica e di Internet.

Le lingue nazionali sono state relegate a una circolazione di secondo piano, esclusivamente locale, mentre la produzione bibliografica più accreditata, i forum, le iniziative congressuali hanno adottato senza eccezione il codice dominante. Si è ancora lontani dagli scenari vagheggiati pochi decenni fa da coloro che parlavano per il dopo-Duemila di una collettività umana unificata a livello planetario, dotata di un solo sistema sociale e di un’unica lingua comune.

Se il mancato raggiungimento di una tale evoluzione sociale sia un bene o un male, o sia auspicabile o meno, è cosa che va lasciata al giudizio di ognuno. Ciò che con una certa sicurezza è possibile dire, se segni e sintomi è lecito cogliere sul corpo dell’umanità oltre che su quello degli individui, è che si tratta soltanto di una questione di tempo: prima o poi, implacabile, arriverà l’epoca in cui medici e pazienti si scopriranno a parlare another language.

Autore: di Massimo Biondi




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