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Articolo pubblicato il 17-05-2005
di Massimo Biondi


Numero 16 - Anno 2
17 Maggio 2005





Cibo per Polli

Contrariamente a un'opinione che è stata largamente diffusa negli ultimi venti anni, innovazioni e scoperte non nascono - o non nascono sempre - da colpi di fortuna e da circostanze che si impongono da sole all'attenzione degli scienziati.

Molto più spesso sono il frutto di un duro lavoro sperimentale e di approfondite riflessioni sui problemi; uno sforzo le cui conseguenze prime sono quelle di favorire il superamento delle conoscenze comuni dell'epoca e di consentire di porre in una prospettiva originale questioni che restano impenetrabili secondo gli schemi tradizionali.

Se dire questo serve a riconoscere agli scienziati e agli innovatori i loro meriti, è pure giusto aggiungere che non di rado essi stessi sembrano sopravanzati dalle loro scoperte, più dirompenti e fruttuose di quanto riescano ad immaginare o ad ammettere. Esempi possono trovarsene in ogni epoca e in ogni settore del pensiero umano, ma tra i più significativi figura senza dubbio il caso del medico olandese Christian Eijkman (1858-1930).

Eijkman era partito nel 1886 assieme a una frotta abbastanza numerosa di medici e ricercatori per Batavia, sull'isola di Giava, principale insediamento del suo governo nelle Indie Occidentali. Il loro compito era quello di studiare le cause che producevano il beri-beri, malattia responsabile di inabilità e morte tra i soldati inviati dall'Olanda in quelle lontane regioni, ma che era non meno diffusa tra i marinai di qualunque nazionalità in navigazione in mare aperto lontano dalle coste.



Eijkman era uno dei componenti più giovani della spedizione, essendosi laureato solo tre anni prima in medicina; ma anche uno dei più brillanti, avendo messo a buon frutto gli insegnamenti di una serie di illustri professori, non ultimo dei quali Robert Koch, fondatore della batteriologia moderna. Era stato ritenuto utile per questa missione a motivo proprio della sua preparazione specialistica nel campo della microbiologia, in quanto la maggior parte dei "commissari" olandesi, suggestionata dalle recenti scoperte di Pasteur, era partita con l'idea preconcetta che il beri-beri fosse dovuto a un "microbo".

Fin dall'arrivo a Batavia i medici si erano messi a cercare tracce di batteri, forse di tipo sconosciuto, in tutti i campioni biologici dei pazienti e avevano anche tentato di trasmettere la malattia negli animali di laboratorio. Per nove mesi si erano sforzati di dare una soluzione al problema, ma poiché non avevano collezionato altro che una regolare serie di insuccessi, alla fine avevano deciso di rinunciare.

Partendo, avevano lasciato Eijkman a capo del laboratorio annesso all'ospedale militare di Batavia e qui il giovane aveva ricominciato, instancabile, l'intero programma di analisi e ricerche, portandolo avanti per mesi e mesi senza risultati degni di nota.

Un giorno, nel giugno del 1888, visitando la zona del laboratorio in cui erano contenute le gabbie degli animali, Eijkman notò qualcosa di strano nei polli; sembravano star male, non riuscivano a reggersi sulle zampe, barcollavano o procedevano a strattoni, pencolando da un lato.

L'edema, la nevrite, la paralisi erano sintomi simili a quelli del beri-beri, ma questo non voleva dir molto: la malattia era tipicamente umana e non se ne conoscevano casi negli animali. La cosa tuttavia meritava di essere studiata di per sé e il giovane ricercatore passò le settimane successive - anche l'11 agosto, giorno del suo compleanno - iniettando sangue e saliva dei polli ammalati in topi e conigli sani.

Invano, perché come con il beri-beri, non riuscì ad ottenere alcun passaggio di malattia.

A novembre d'improvviso la strana epidemia nelle gabbie dei polli ebbe termine spontaneamente, così come spontaneamente e repentinamente era cominciata cinque mesi prima. Eijkman ne fu particolarmente turbato. Finora non era riuscito a chiarire nulla, di quell'enigma, e adesso gli veniva meno anche il materiale su cui lavorare.

La frustrazione stava raggiungendo il massimo. Decise allora di passare in rassegna per l'ennesima volta i dati disponibili sull'incongrua malattia degli animali e si chiuse nel suo studio con i protocolli di tutti gli esperimenti compiuti, con le schede relative a ogni singolo animale, con la nota di ciò che avevano mangiato, con i risultati delle analisi di laboratorio condotte nei mesi cruciali.

Forse non nutriva eccessive speranze nemmeno in questo tentativo estremo e invece proprio dal confronto simultaneo di tutte le informazioni sarebbe scaturito l'indizio utile per venire a capo della faccenda.

Eijkman si accorse infatti che nel periodo compreso tra giugno e novembre ai polli era stato cambiato regime alimentare. In seguito al mancato arrivo di un carico di riso non raffinato da impiegare come mangime, a fine maggio l'assistente di laboratorio si era rivolto alle cucine dell'ospedale facendosi dare una scorta del riso destinato ai malati; poi, passata l'emergenza, aveva continuato a procurarsi il mangime in questo modo, molto più pratico, finché il nuovo direttore amministrativo dell'ospedale aveva deciso che una simile soluzione era troppo dispendiosa e aveva imposto il ritorno al sistema precedente: a novembre.

La comparsa e il dissolversi della malattia risultavano in perfetta sincronia con i cambiamenti di riso, il cui tipo per uso animale era non raffinato, al contrario di quello per l'alimentazione umana, privato della pula. Poteva darsi che la malattia dei polli originasse dalla mancanza della capsula esterna dei chicchi di riso?

Ci volle poco, ad Eijkman, per comprovare la fondatezza della sua supposizione: in qualche giorno di dieta a riso brillato riuscì a indurre la malattia negli animali e a risolvergliela ripristinando un'alimentazione con riso integrale. Bisognava però ancora dimostrare che ciò avesse rilevanza anche per il beri-beri e per farlo era necessario raccogliere informazioni dettagliate e complete sul regime alimentare di molte persone, per controllare in quali condizioni sviluppavano la malattia.

Con rinnovato entusiasmo Eijkman cominciò allora a girare per le prigioni dell'isola facendosi consegnare rapporti minuziosi sull'alimentazione dei detenuti. In breve tempo trovò che tra centomila prigionieri che avevano ricevuto regolarmente riso non raffinato si erano prodotti nove casi di beri-beri, mentre fra centocinquantamila alimentati con riso brillato le segnalazioni di malattia erano state più di quattrocento. Il problema stava dunque trovando la sua soluzione: per allontanare il rischio di beri-beri sarebbe bastato arricchire la dieta dei soldati e dei marinai con la pula del riso.

Cosa che effettivamente - qualche tempo dopo - venne fatta, con ottimi risultati.

Malgrado la sua brillante intuizione e l'ineccepibile ricerca derivatane, Eijkman tuttavia non aveva affatto capito i termini reali della scoperta. Ancora convinto, a dispetto di ogni evidenza, che il beri-beri derivasse da un'infezione batterica, per spiegare i suoi dati ipotizzò che il chicco del riso contenesse un particolare veleno, il cui antidoto la natura aveva posto nella pula.

La verità sarebbe venuta a galla più tardi, quando si comprese che il beri-beri non aveva origine infettiva né era dovuto all'intossicazione per un ipotetico veleno del riso, ma conseguiva alle carenze di una sostanza fondamentale per l'organismo che si trova anche nella pula. Quarantasette anni dopo, nel 1936, il biochimico polacco Casimir Funk avrebbe identificato con esattezza quella sostanza, denominata tiamina, o vitamina B1.

Essendo morto nel novembre del 1930, Eijkman non aveva fatto in tempo a conoscere gli ultimi sviluppi della sua ricerca. Undici mesi prima, comunque, aveva avuto la soddisfazione di ricevere assieme a Frederick Gowland Hopkins il premio Nobel per la medicina. Il riconoscimento gli era stato dato perché il suo lontano lavoro a Batavia, ora ribattezzata Giacarta, aveva non tanto portato alla risoluzione del problema del beri-beri quanto concettualmente spianato la strada alla fondamentale scoperta delle vitamine.


Autore: Massimo Biondi

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