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Articolo pubblicato il 19-04-2006
di Filippo Di Sacco
Numero 27 - Anno 3
19 Aprile 2006
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Awareness e PTSD in anestesia generale
‘Dottore come era Napoli a Natale?-eppure è capitato; pazienti che al risveglio
ricordano episodi narrati dagli operatori chirurgici durante un intervento sono
una realtà, certamente infinitesima, ma pur sempre una realtà.
Per limitare l’entità di questi fenomeni e i contenziosi medico legali
che da questi sono derivati , da ormai molti anni si è cercato un
rimedio attraverso la creazione di un sistema che fosse in grado di monitorizzare
la profondità dell’anestesia ed in particolare lo stato di coscienza del
paziente anestetizzato.
Sono nati sistemi sempre più raffinati e precisi che a partire dalle prime
registrazioni EEG fino ad arrivare al moderno BIS ( bispectral index) e
all’ entropia possono aiutare l’anestesista ad avere un’ idea del livello di
coscienza del paziente.
Ma cosa capita ai pazienti vittime di quella che in termini tecnici viene definita
una awake ( risveglio intraoperatorio)? E’ doveroso dire che non sempre capita
qualcosa, anzi per i più rimane un brutto ricordo.
Tuttavia per alcuni l’episodio non passa inosservato: non deve essere una
esperienza molto piacevole prendere coscienza di ciò che sta accadendo nel
bel mezzo di un intervento chirurgico ed essere al tempo stesso curarizzati,
cioè incapaci di compiere il minimo movimento, tantomeno di parlare.
La letteratura riporta diversi casi di pazienti che in seguito ad una awake hanno
sviluppato delle vere e proprie patologie psichiatriche di cui la più nota
viene definita ‘disturbo da stress post traumatico’ (PTSD), malattia non molto
dissimile da quella di tanti ex veterani di guerra o di superstiti a cataclismi
naturali (terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, tsunami ), nonchè ad
aggressioni o ad abusi sessuali.
La diagnosi non sempre è agevole e molto spesso il disturbo non viene riconosciuto
perché confuso con altre problematiche della sfera emotiva.
La sintomatologia classica prevede uno stato di allarme e di ipervigilanza
talvolta associata ad ansia marcata o ad esplosioni di aggressività e collera,
altre volte è la sintomatologia stessa a raccontarci ciò che è avvenuto attraverso
la ripetuta esperienza dell’ evento scatenante (sogni o incubi notturni, ricordi
improvvisi e vividi) ma anche per mezzo dell’evitamento fobico degli stimoli
che possono rievocare l’evento traumatico.
Secondo il modello neurobiologico, può essere distinta una memoria a breve termine
(di lavoro) ed una a lungo termine, quest’ ultima a sua volta distinguibile
in una dichiarativa (cosciente,esplicita) ed una procedurale (repressa, implicita).
Mentre la memoria dichiarativa utilizza il circuito che fa capo all’ ippocampo,
una struttura dedicata all’ acquisizione ed al mantenimento dei nuovi ricordi
coscienti, la memoria procedurale fa capo all’ amigdala, struttura che media
l’esperienza emotiva della paura.
Le due vie sono completamente indipendenti. Mentre nell’amigdala le connessioni
neurali che mediano le associazioni traumatiche tendono a rimanere intatte per
tutta la vita del paziente , l’ippocampo, che si è perfezionato nella capacità di
ricordare i dettagli e le sfumature degli eventi presenta una maggiore plasticità
e dunque dimentica con più facilità.
I ricordi lampo (flashbulb memories) e l’amnesia o i falsi ricordi caratterizzano
i disturbi post traumatici.
I ricordi lampo possono essere attribuiti alla liberazione di cortisolo e
catecolamine in seguito alla ‘risposta di lotta o fuga’ che segue uno stress.
Il cortisolo agisce con un’ azione opposta su amigdala e ippocampo.
Sull’amigdala ne aumenta l’attività cosi da avere un rinforzo della memoria emozionale
legata all’ evento, sull’ippocampo invece ha un’azione di soppressione così che
la memoria cosciente risulta essere confusa o assente.
E’ attraverso questo meccanismo che si creano i ricordi di sentirsi ‘ seppelliti
vivi’ o di una ‘ morte silenziosa’ riferiti da tante vittime di un PTSD.
Per quanto riguarda il meccanismo della false memorie è dimostrato che durante
situazioni traumatiche il soggetto può trattenre sia vere che false tracce mnesiche.
La vittima di un trauma spesso utilizza meccanismi quali la dissociazione dei
sentimenti o l’amnesia per fronteggiare l’evento. La liberazione di cortisolo
durante uno stress provocherebbe una riduzione del volume dell’ippocampo destro di
circa l’ 8% nei pazienti con PTSD e la riduzione del volume sarebbe proporzionale
alla durata dell’evento stressante.
La creazione delle false memorie sarebbe dovuta al tentativo di colmare gli intervalli
vuoti tra quello che si prova realmente grazie alle sensazioni di paura generate
dall’amigdala e la frammentata memoria dichiarativa che proviene dall’ ippocampo.
Attraverso studi di diagnostica funzionale condotti con la PET, i ricercatori sono
stati inoltre in grado di discriminare i ricordi veri dalle false memorie in quanto
associati a differenti modelli di attività cerebrale. Quando si compara l’attività
regionale cerebrale durante un ricordo vero ed un ricordo falso, in entrambi si ha
un aumento di attività dell’ ippocampo sinistro e questo spiega il perché i ricordi
falsi sembrano perfettamente reali alla persona che li prova.
Tuttavia soltanto le memorie vere sono associate ad un aumento dell’ attività della
corteccia temporo- parietale sinistra dove viene processata l’ informazione verbale
uditiva.
Memorie vere e memorie false sono dunque associate a schemi di attività
neurale differenti ma parzialmente sovrapposti.
E’ dunque possibile guarire o un simile evento è destinato a rimanere una ferita
indelebile per la nostra mente? Il PTSD è evento un che richiede un intervento
psicoterapeutico che attraverso la rielaborazione dell’esperienza traumatica volga ad
ottenere una sua completa rielaborazione nella vita psichica del paziente così che il
trauma venga distanziato e da fatto attuale possa divenire un evento storico.
Di primaria importanza è l’affiancamento farmacologico a base di BDZ nel breve termine e
di SSRI, TCI e iMAO nel trattamento prolungato così da ottenere il controllo del quadro
sintomatologico. |
Autore: Filippo Di Sacco
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