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Articolo pubblicato il 17-02-2005
di Massimo Biondi

Numero 13 - Anno 2
17 Febbraio 2005





Il gioco degli scacchi

La virtù del gioco

Terminando gli studi di medicina, nel 1995, nella stessa maniera brillante con cui li aveva seguiti, il dottor Siegbert Tarrasch pensava di riuscire a trovare in breve tempo un'occupazione adeguata alle sue ambizioni. Tentò di entrare nella carriera universitaria, rispose a tutti gli annunci per posti da assistente in clinica o in ospedale di cui venne a conoscenza, si recò ovunque fosse richiesto di presentarsi personalmente, ma non ci fu nulla da fare: ogni volta le speranze dovettero arrendersi a un rifiuto, causa probabilmente anche una certa mancanza di aggressività nel giovane dottore e la sua estraneità alle fratellanze e alle amicizie influenti che allora, diversamente da oggi, tanto contavano per chiunque intendesse salire i gradini del successo sociale.

Scacchi Dopo un ennesimo insuccesso, Tarrasch si trovò obbligato a pensare "come scuotere l'albero della scienza per far sì che i suoi frutti" gli dessero da vivere e, non avendo il minimo desiderio di stabilirsi in una grande città come Berlino, dove avrebbe soltanto aumentato il numero di coloro che riuscivano a tirare avanti a stento, accettò di fare il medico nella modesta cittadina di Geroldsgrün, centro industriale della Franconia settentrionale. Si trovava, secondo le sue stesse parole, "ai confini estremi della civiltà" e l'unica prospettiva che gli dischiudeva era quella di svolgere una vita piuttosto anonima e monotona. Tuttavia l'accettò di buon grado - e l'avrebbe percorsa fino alla fine senza recriminazioni - perché aveva intanto deciso di assecondare un altro dei suoi interessi, fino ad allora tenuto dietro a quello della medicina: il gioco degli scacchi.

Nata in lui durante gli anni del liceo, questa passione era presto cresciuta a dismisura e se da un lato gli aveva dato qualche soddisfazione, dall'altro aveva rischiato seriamente di allontanarlo dalla medicina. Nel 1881, l'anno in cui si era iscritto alla facoltà universitaria, era giunto tra i primi classificati in un torneo a Berlino dell'Associazione Scacchistica Tedesca, ma il tempo che dedicava al gioco stava diventando di gran lunga superiore a quello riservato allo studio. Il celebre neurofisiologo DuBois Reymond, accortosi delle doti del giovane, lo esortò a non sprecare il suo talento per la medicina e ad impegnarsi maggiormente sui libri, ma nel contempo gli consigliò di non abbandonare del tutto la via degli scacchi, dove avrebbe potuto mietere lusinghieri successi. Fu così che, mentre riprendeva con rinnovato vigore gli studi e gli esami, già due anni dopo Tarrasch aveva vinto un torneo a Nuremburg e aveva conseguito il tutolo di Maestro.

Dopo alcuni anni passati a Geroldsgrün, Tarrasch si trasferì a Nuremburg per stabilirsi infine, molto tempo dopo, a Monaco. Anche in queste città continuò a svolgere la professione medica senza raggiungere particolari livelli di distinzione - cui del resto non ambiva - e dedicò sempre le sue maggiori energie al gioco degli scacchi, ambito nel quale raggiunse notorietà mondiale. Il periodo tra il 1890 e il 1910 venne definito l'"èra di Tarrasch" e con lui il gioco assunse una nuova qualità che l'avrebbe segnato per sempre. Tarrasch elaborò infatti - e descrisse in tre volumi e numerosi contributi a riviste del settore - un'analisi razionale del gioco, basata su una valutazione della partita in termini di spazio, tempo e materiale posseduto dai giocatori. Chi dei due è in vantaggio in uno o più di questi parametri ha maggiori probabilità di vittoria, mentre chi nel corso delle mosse perde "punteggio" è destinato in tempi più o meno brevi alla sconfitta. La strategia indicata da Tarrasch si riassume dunque in un graduale ma costante sforzo di sviluppare il gioco nei tre fattori indicati, senza mirare a una vittoria immediata da conseguire con mosse scomposte e prive di rapporti con la conquista e il dominio della scacchiera.

Ovviamente non si potrà mai sapere se, dedicando le sue doti e l'inventività alla medicina, Tarrasch avrebbe apportato in questo campo innovazioni dello stesso livello di quelle introdotte negli scacchi. E' invece probabile che lo studio della medicina l'abbia aiutato a impostare le basi del suo metodo "razionale", che avrebbe rivoluzionato i vecchi schemi di gioco a favore di un'impostazione "scientifica" della strategia della partita. E' altresì probabile che la pratica della medicina l'abbia aiutato anche in un altro senso, contribuendo a fargli mantenere il contatto con la vita e la condizione umana; percezione della realtà vera che è invece mancata - e tuttora sfugge - a molti campioni entrati nella storia del gioco degli scacchi e rimasti intrappolati in un mondo che è privo di rapporti con quello delle vicende quotidiane.

Il vizio del gioco

"Vorrei descrivere in che modo mi sono liberato da un tenace e rigido vizio che minacciava gravemente il mio futuro: il gioco degli scacchi.

"Sapendo della mia passione per il nobile gioco di Ruy Lopez e Philidor, alcuni membri del Circolo Militare mi invitarono ad unirmi a loro. E avendo avuto la debolezza di accettare, gareggiai con alterna fortuna con alcuni giocatori di una certa abilità. La mia bravura andò aumentando e con essa l'insana passione di battere i miei avversari. Nella mia insensata vanità cominciai a giocare quattro partite simultaneamente con avversari diversi, incoraggiato dai numerosi spettatori che discutevano a lungo le conseguenze di ogni mossa. Una partita durava due o tre giorni. Nel mio sforzo di eccellere ad ogni costo, e basandomi sulla mia ottima memoria visiva, cominciai a giocare alla cieca.

"Inutile dirlo: ogni volta che riuscivo a metterci le mani sopra acquistavo libri sul gioco degli scacchi, e sono stato perfino tanto pazzo da inviare a riviste straniere le soluzioni ai problemi proposti. Agitato da una crescente passione, il mio sonno era popolato di sogni e incubi nei quali pedine, re, regine e alfieri si inseguivano in furiose sarabande. Se ero stato sconfitto in una o due partite, la sera prima, mi succedeva spesso che mi svegliassi alle prime ore del mattino con la testa eccitata e in preda alle vertigini e me ne uscissi con frasi di irritazione e disperazione: "Che stupido!", esclamavo, "potevo dare scacco in quattro mosse e non me ne sono accorto!". Poi, proteso sulla scacchiera, comprovavo dolorosamente la tardiva chiaroveggenza dell'inconscio che aveva lavorato per me durante le scarse ore di riposo.

"Non potevo sopportarlo. Lo sforzo pressoché continuo e la congestione cerebrale mi esaurirono. Se il gioco degli scacchi non consuma denaro, consuma però tempo e impegno mentale, che sono infinitamente più importanti. Oltre a ciò, fiacca la volontà, che si incanala per vie improduttive. Invece di esercitare la mente, come molti dicono, gli scacchi secondo me pervertono e vanificano gli sforzi mentali."

A descrivere in questo modo, a un tempo contrito e sprezzante, la sua forte passione giovanile per gli scacchi fu una delle menti più brillanti della ricerca anatomica a cavallo tra il secolo scorso e l'attuale, Santiago Ramon y Cajal. Autore delle ricerche sulla microstruttura del sistema nervoso centrale che portarono - lui per primo - a concepire i neuroni come entità singole che sono in contatto e si succedono l'una all'altra, Ramon y Cajal fece in effetti ben più di questo, dato che praticamente fondò, e a lungo perseguì da solo, la disciplina della neuroanatomia microscopica.

Malgrado quanto lui stesso ne avrebbe detto in seguito, era dotato di una non comune forza di volontà. Lo dimostra il fatto che da ragazzo, dopo due "false partenze" in scuole religiose, e già avviato nella strada della vita dapprima come apprendista di un barbiere, poi come aiuto ciabattino, verso i quindici anni sentì che il desideriod i dare un significato alla sua esistenza lo spingeva da tutt'altra parte e decise di impegnarsi a fondo per raggiungere nuovi ambiziosi obiettivi. Dovette insistere un bel po' con suo padre (professore di anatomia applicata a Saragozza) per poter tornare a scuola, ma quando ottenne il permesso di farlo superò con agilità tutto il corso di studi, laureandosi brillantemente in medicina all'età di 21 anni, nel 1873. Entrò immediatamente nel servizio sanitario militare ma, inviato a Cuba, dopo due anni fu rimpatriato poiché aveva contratto la malaria. Si dette allora da fare per entrare nella carriera universitaria e in effetti riuscì ad occupare il posto di Assistente alla Scuola di Anatomia della facoltà medica di Saragozza e, dopo pochi anni, quello di Direttore del Museo anatomico della città. Fu a questo punto che cominciò a pubblicare lavori scientifici di notevole valore sull'istologia del sistema nervoso, corredandoli di disegni precisi e chiari che eseguiva lui stesso. Nel 1892 divenne professore di istologia e anatomia patologica a Madrid e dieci anni dopo fu nominato capo dell'Intituto de Investigaciones Biologicas e dell'Instituto Nacional de Higiene. Nel 1897 iniziava la pubblicazione di un monumentale testo di Istologia del Sistema Nervoso, che includeva più di 500 suoi disegni di osservazioni microscopiche, e nel 1906 gli sarebbe stato conferito il premio Nobel (assieme a Golgi) per le sue scoperte in quest'area.

La passione per gli scacchi, scoppiata quando aveva 25-26 anni, divenne totalizzante, al punto da minacciare la sua attività scientifica, intorno al 1888. Per giocare Ramon y Cajal trascurava la famiglia (si era sposato nel 1880) e si assentava per giorni dal lavoro; come descrisse nella sua autobiografia, questo "vizio" gli assorbiva ogni energia fisica e psichica, perfino nel sonno. Consapevole che continuando così metteva a repentaglio tutto ciò che aveva costruito nella vita, Ramon y Cajal prese la decisione di smettere di giocare. Una decisione che probabilmente gli costò molto, ma che perseguì, ancora una volta, con successo.

"Conscio dei rischi della mia situazione, ho avuto paura di diventare uno di quegli informi oggetti, sedentari e panciuti, che invecchiano improduttivamente e ottusamente a un tavolo di carte o di scacchi senza provare una singola emozione sincera né essere in grado di causare, quando arriva un inevitabile colpo apoplettico o una grave uremia, qualcosa di più di una fredda impressione e una formale simpatia: "Che peccato, quel Perez! Era un buon giocatore. Sarà difficile sostituirlo". Perché il giocatore di club o di circolo è nulla più di una zampa del tavolo, di un quadro di scarsa qualità appeso alla parete solo per far da riempitivo tra gli altri.

"Ma come effettuare una cura drastica? Sentendomi incapace dell'inesorabile "Non giocherò più", adatto solo a chi ha una volontà di ferro, e agitato dall'eccitazione della vendetta - il cattivo genio di ogni giocatore - sono riuscito a pensare solo come ultimo rimedio a "il simile cura il suo simile" degli omeopati. Era necessario studiare a fondo i trattati di scacchi e rigiocare le partite più famose. Era anche necessario disciplinare il mio troppo labile sistema nervoso, aumentando al massimo la tensione immaginativa e dei riflessi. Era obbligatorio, inoltre, abbandonare il mio normale stie di gioco, consistente in romantici e audaci attacchi, e adottare le regole della più accorta prudenza.

"Dispiegando perciò tutto il mio autocontrollo, ho finalmente raggiunto l'obiettivo che mi ero proposto. Questo consisteva - il lettore l'avrà capito - nel lusingare e illudere il mio insaziabile ego frustrando tutti i miei avversari, abili o meno capaci, per un'intera settimana. Avendo dimostrato la mia superiorità, per calcolo o per caso, il demone del mio orgoglio sorrise soddisfatto. Poi, per paura di una ricaduta, mi sono dimesso dal Circolo e non ho toccato un pedone per più di venticinque anni."

L'affermazione che non toccò un pezzo di scacchi per altri venticinque anni è esagerata: una fotografia dimostra che nel 1898 Ramon y Cajal giocava di nuovo: tuttavia l'infatuazione era passata. Come disse lui stesso, "Grazie al mio trucchetto psicologico ho liberato il mio modesto intelletto, che era stato catturato da un contesto tanto crudo e sterile e sono riuscito a dedicarlo pienamente e imperturbato alla nobile devozione per la scienza."


Autore: Massimo Biondi


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