» E-mail Scienzaonline.com
transizione vetrosa




  Home Page
  Redazione
  Contatti


powered by FreeFind

  Archivio
  Abbonamenti
  Autori
  Pubblicità




Utilità

 I Siti Web consigliati da Scienzaonline.com Link di Scienza
 Sfondi desktop Gratis per il tuo Pc Sfondi Desktop
 Programmi gratuiti per il tuo PC Programmi


Torna al Sommario degli articoli della Sezione

Articolo pubblicato il 17-09-2005
di Tullio Scopigno, Giancarlo Ruocco
Centro di Ricerca SOFT-INFM-CNR e Dipartimento di Fisica, Univ. Di Roma “La Sapienza”

Numero 20 - Anno 2
17 Settembre 2005





La transizione vetrosa


Quanto a me, perdonatemi per quello che sto per dire, ma preferisco il vetro, che almeno non manda odore. E se non fosse cosi’ fragile, lo preferirei all’oro

Petronio, Satiricon L, I secolo d.C.



Vengono detti vetri i solidi costituiti da una struttura amorfa. Allo stato solido, in effetti, i materiali possono presentarsi in forma cristallina o amorfa: nel primo caso gli atomi (o le molecole) che lo compongono sono disposte in modo da formare un reticolo ordinato (cristallo), mentre nel secondo caso, proprio come accade in un liquido, vi e’ totale assenza di periodicità spaziale, e si parla appunto di sostanze vetrose. . In base a questa definizione rientra nella categoria dei vetri una vasta classe di materiali con le piu’ svariate composizioni chimiche: gli ossidi, le ceramiche, le plastiche, le resine, le gomme, e i materiali polimerici, ma anche alcuni composti organici, alcuni sali, alcuni semiconduttori e alcune leghe metalliche. Nella vita di tutti i giorni si ha dunque a che fare con sostanze vetrose molto piu’ spesso di quanto non suggerisca l’uso comune della parola “vetro”, che fa riferimento specifico a vetri da ossidi, principalmente di silicio.

Dal punto di vista fisico, quindi, il termine vetro puo’ essere inquadrato in un contesto generale, in quanto rappresenta non uno specifico materiale, bensi’ una forma di aggregazione della materia che puo’ acquisire alcune caratteristiche (per es. la rigidita’ meccanica) del solido e altre (come la struttura microscopica) del liquido.

A dispetto della sua larga larga diffusione e delle sue innumerevoli applicazioni, associati ai materiali vtrosi troviamo ancora degli aspetti non del tutto chiariti. In particolare il meccanismo di formazione del vetro a partire dal fuso, la “transizione vetrosa” appunto, risulta essere “il problema piu’ interessante e profondo non ancora risolto nella fisica della materia”, per citare le parole di P.W. Anderson, premio Nobel per la fisica nel 1977.

La fenomenologia della transizione vetrosa puo’ essere analizzata osservando il comportamento termodinamico di alcuni parametri macroscopici. Supponiamo, ad esempio, di ridurre la temperatura di un liquido sottraendogli calore. Se si misura il calore ceduto durante il raffreddamento al variare della temperatura (figura 1) possono essere identificate diverse regioni termodinamiche. Al di sopra della temperatura di fusione il liquido rilascia calore con continuita’. Alla temperatura di fusione il sistema solitamente cristallizza, ma in particolari condizioni puo’ seguire un diverso comportamento, mantenendosi in uno stato metastabile, detto di liquido sottoraffreddato. Nel primo caso il calore rilasciato subisce una brusca variazione (calore latente di fusione) per poi continuare a diminuire, ma con un tasso minore rispetto alla fase liquida. Usando il linguaggio della termodinamica si dice che, alla temperatura di fusione, il sistema compie una transizione di fase del primo ordine. Nel secondo caso il rilascio di calore continua come in fase liquida finche’, ad una temperatura detta di transizione vetrosa, il calore continua ad essere rilasciato in modo continuo ma con minore rapidita’, con un tasso che risulta simile a quella del cristallo. Mentre la cristallizzazione e’ un processo ben definito, nel senso che la temperatura di fusione e’ un parametro che caratterizza univocamente ogni liquido, le modalita’ secondo le quali avviene la transizione vetrosa, ed in particolare la temperatura di transizione vetrosa, dipendono da diversi fattori, come per esempio la storia termica del materiale, ovvero la velocità di raffreddamento.

In corrispondenza ai diversi stati termodinamici sopra menzionati anche le proprieta’ dinamiche degli atomi e/o molecole subiscono importanti variazioni. Allo stato liquido gli atomi e/o le molecole si muovono in maniera disordinata e la loro posizione cambia in continuazione. Quando un liquido viene raffreddato, normalmente la perdita di energia termica degli atomi induce un progressivo ordinamento spaziale. Se la sostanza cristallizza, gli atomi continuano a muoversi, ma in modo diverso da quanto accadeva nel liquido: il moto di diffusione si arresta e gli atomi vibrano intorno a delle posizioni di equilibrio che rispettano ben definite periodicita’ spaziali (strutture cristalline). Se la sostanza non cristallizza, superato il punto di fusione, la dinamica rallenta ulteriormente finche’, una volta raggiunta la temperatura di transizione vetrosa, Tg , il moto diffusivo e’ praticamente “congelato” e sopravvivono solo le vibrazioni, che avvengono ora intorno a posizioni di equilibrio che non hanno alcuna periodicita’ spaziale. In realta’, la transizione vetrosa marca un confine piu’ labile tra liquido-solido di quanto non avvenga nella cristallizzazione. Come vedremo, infatti, la temperatura di transizione vetrosa identifica uno stato in cui la capacita’ di fluire del liquido scende al di sotto di un certo valore convenzionalmente scelto. Dunque, anche nel vetro, si ha un moto di tipo diffusivo, seppure estremamente lento ovvero su scale temporali molto piu’ lunghe dei tipici tempi di osservazione. Se potessimo dunque “fotografare” la struttura atomica di un vetro otterremmo un’immagine simile a quelle riportata in figura 2B.

A questo proposito, e’ significativo ricordare il “mito delle cattedrali gotiche”, la cui origine viene fatta risalire ad una lezione di chimica tenuta nel 1946 nella West Side High School in Newark, New Jersey. “Il vetro e’ in realta’ un liquido” - pare abbia detto il Prof. Clarence Hoke in questa occasione- “lo si puo’ dire guardando alle vetrate delle antiche cattedrali europee. Il vetro e’ piu’ spesso nella parte bassa che in quella alta”. Il motivo di questa differenza di spessore sarebbe dovuto al flusso del vetro sotto il proprio peso. Pare che la convinzione del Prof. Hoke abbia fatto proseliti negli anni successivi, raccogliendo un significativo numero di citazioni. Del resto bisogna ammettere che questo “mito” presenta un certo fascino: vetro e liquido sono spesso presentati come stati di aggregazione molto simili, caratterizzati dalla mancanza di ordine nella disposizione atomica. Se da un lato questo e’ certamente vero dal punto di vista qualitativo, bisogna fare attenzione agli aspetti quantitativi della similitudine. In realta’ molti scienziati, ma anche semplici appassionati, si sono cimentati nella verifica quantitativa, e dunque sperimentale, dell’ affermazione del Prof. Hoke, con risultati che indicano incontrovertibilmente come il mito sia infondato. Pare che effettivamente si riscontrino disomogeneità nello spessore di vetrate antecedenti il XIX secolo, ma allo stesso tempo il lato con lo spessore maggiore non sempre e’ montato verso il basso. Dunque questa leggenda popolare si spiegherebbe in modo molto semplice: prima del XIX secolo le lastre di vetro venivano prodotte partendo da una sfera di fuso e riducendola a disco mediante percussione. In questo processo inevitabilmente si ottenevano disomogeneità negli spessori ed e’ plausibile che gli artigiani del tempo preferissero montare il lato piu’ spesso verso il basso per sopportare meglio il carico strutturale. Al giorno d’oggi le moderne lastre di vetro vengono formate facendo adagiare per galleggiamento il fuso vetroso su un substrato di stagno fuso, processo che rende la lastra altamente uniforme. D’altra parte, se e’ vero che anche al di sotto della transizione vetrosa il materiale mantiene una certa capacità di fluire, questa e’ talmente bassa che a temperatura ambiente occorrerebbe un tempo pari all’eta’ dell’universo per creare un aumento di spessore di un solo nanometro in una lastra verticale alta un metro. Per contro, per osservare sensibili aumenti di spessore su tempi ragionevolmente brevi (per esempio la vita di media di un essere umano), occorrerebbe applicare alla lastra sforzi talmente grandi da superare il carico di rottura.

Questo tipo di calcolo ci porta ad introdurre il concetto di viscosità, ovvero la quantificazione della capacità di fluire di un materiale, che si misura usualmente in unita’ chiamate poise. Per farci un’idea, l’acqua ha una viscosità di 0.01 poise, il sangue di 10 poise, l’olio per il motore di 1.000 poise, il ketchup di 100.000 poise, il grasso animale di 1.000.000 di poise e lo stucco di 100.000.000 di poise. Per fare un’esempio, il formaggio Brie ha una viscosita’ di 500.000 poise, e alla fine di una cena potremmo forse osservare un certo rammollimento di una fetta sotto il proprio peso. Ebbene, un vetro di finestra a temperatura ambiente possiede una viscosità di 10 alla 20 poise, ovvero mille milioni di volte piu’ del piombo. Ora il piombo viene proprio utilizzato per le rilegature artistiche delle stesse vetrate “incriminate” e nessuno ha mai osservato tali rilegature fluire neanche sotto i grandi carichi strutturali ai quali queste sono soggette. E ancora, se a temperatura ambiente le vetrate gotiche potessero davvero essersi deformate sotto il proprio peso, perche’ non dovrebbe aver fatto altrettanto anche il vasellame ritrovato qualche migliaio di anni prima nelle tombe egizie o negli scavi greci e romani e la cui viscosita’ e’ del tutto analoga a quella del vetro delle finestre?

Al livello macroscopico dunque, il parametro fisico che controlla la verificazione, ovvero il rallentamento delle variabili dinamiche microscopiche, e’ la viscosità. In particolare, il comportamento della viscosità al diminuire della temperatura in prossimità della Tg permette di classificare i materiali vetrosi secondo uno schema universale, reso celebre dallo scienziato americano C.A. Angell. Secondo questo schema, i vetri (o meglio i liquidi in grado di vetrificare) si dividono in duri e fragili (strong e fragile), a seconda della rapidità con la quale la viscosità cambia al variare della temperatura in prossimità di Tg. In generale, nel processo di vetrificazione, la viscosità aumenta di molti ordini di grandezza, passando da circa 10-4 poise, valore caratteristico dello stato liquido alle alte temperature, a circa 1013 poise nel vetro, valore convenzionalmente scelto come caratteristico dello stato vetroso (un aumento di 1017 volte, dunque).

Per rappresentare graficamente questo enorme aumento si usa riportare il logaritmo della viscosita’ in funzione dell’inverso della temperatura, scalato per la Tg. In questo modo, con riferimento alla figura 1, seguendo il verso dei valori crescenti lungo l’asse delle ascisse si puo’ quantificare l’aumento della viscosità al diminuire della temperatura, fino all’approssimarsi del valore 1013 alla transizione vetrosa, ovvero quando ogni sistema raggiunge la sua temperatura di transizione vetrosa (T=Tg , valore unitario dell’ascissa).

Osservando gli andamenti schematicamente riportati in figura 1, e’ possibile evidenziare alcuni aspetti generali: i) alcuni liquidi, detti forti, mostrano –con questa scelta degli assi cartesiani- un andamento lineare della viscosità, altre, dette fragili, mostrano un andamento concavo: la rapidità con cui aumenta la viscosità al diminuire della temperatura verso Tg aumenta con la diminuzione stessa della temperatura. ii) Le curve caratteristiche di ciascun materiale non si incrociano mai. Dunque, intorno a Tg, nelle sostanze forti la viscosità cresce piu’ lentamente, mentre in quelle fragili piu’ rapidamente.

Volendo andare oltre questa distinzione qualitativa, e’ possibile quantificare il concetto di fragilità, m, misurando la pendenza delle curve in prossimità della transizione vetrosa (valore unitario dell’ascissa). In questo modo si va dal valore di m=20, che caratterizza il prototipo di vetro duro -la silice pura-, verso valori via via crescenti che, per le sostanze polimeriche possono arrivare a m>200. Mentre esiste un limite inferiore di fragilità (nessun materiale mostra un andamento convesso, ovvero con pendenza minore di 17 in vicinanza di Tg, non esiste a priori nessun limite superiore alla fragilità. Ecco dunque perche’, essendo la fragilità una caratteristica definita nello stato liquido (sottoraffreddato) e non vetroso, sarebbe piu’ corretto parlare di fragilità dei liquidi piuttosto che dei vetri.

Lungi dall’essere un mero esercizio matematico, il concetto e la quantificazione della fragilita’ racchiude in se alcuni aspetti essenziali della transizione vetrosa, primo fra tutti quello dell’universalità: sistemi diversi si comportano qualitativamente in maniera simile, differendo solo nell’aspetto quantitativo. Il concetto di fragilità, inoltre, ha implicazioni fondamentali anche negli aspetti pratici legati alla lavorazione del vetro. Tali implicazioni erano probabilmente note, in forma qualitativa, dai tempi dei pionieri della lavorazione del vetro (Fenici ed Egiziani), e certamente sono ben note ai soffiatori che da lungo tempo identificano i vetri duri in lunghi e quelli fragili in corti. La ragione di questa diversa nomenclatura e’ proprio legata alle implicazioni pratiche del concetto di fragilità. Solitamente, infatti, l’intervallo di viscosita’ utile per permettere la lavorazione del vetro con la tecnica della soffiatura e’ compreso tra 104 e 108 poise.

In tale intervallo di viscosità e’ coperto da un liquido molto fragile in un intervallo di temperatura relativamente piccolo, al contrario di un vetro duro coprira’ questo intervallo di viscosita’ in un intervallo di temperatura relativamente piu’ ampio. Corrispondentemente, a parita’ di condizioni ambientali, i liquidi fragili vetrificano in tempi relativamente corti, mentre quelli duri in tempi piu’ lunghi. I vetri corti quindi si preferiscono nelle applicazioni di tipo industriale, in cui un fattore decisivo e’ la velocità di produzione. Viceversa nelle applicazioni artigianali e artistiche, nelle quali la lavorazione avviene per soffiatura, sono i vetri lunghi (duri) ad essere preferiti, poiche’ permettono, appunto, tempi di lavorazione piu’ lunghi.

Concludendo, sebbene negli ultimi venti anni enormi progressi siano stati fatti verso la comprensione dei meccanismi che regolano la transizione vetrosa, e fra questi bisogna certo annoverare l’introduzione del concetto di fragilita’, l’affermazione di Anderson che individua in questo problema uno degli aspetti ancora irrisolti nella fisica della materia sembra essere ancora decisamente attuale.

Figura 1

Fig. 1: Calore scambiato da un fuso in fase di raffreddamento. Rosso: fase liquida. Nero: Fase cristallina, che si genera alla temperatura di fusione Tm. Arancio: Il fluido, in particolari condizioni (per es. raffreddamento veloce) puo’ mantenersi in una fase liquida metastabile, detta di liquido sottoraffreddato. Blu: Diverse fasi vetrose, che si generano alle temperature di transizione vetrosa Tg, dipendenti dalla velocita’ di raffreddamento. Si osservi la diversa dipendenza del calore dalla temperatura (capacita’ termica) nella fase liquida e nelle fasi solide.



Figura 2

Fig. 2: Struttura e dinamica nelle varie fasi termodinamiche. A) Liquido e liquido sottoraffreddato. Gli atomi compiono un moto di tipo diffusivo, la loro posizione media varia nel tempo. B) ase vetrosa: Gli atomi sono “congelati” in posizioni di equilibrio disordinate, attorno alle quali compiono un moto vibrazionale. C) Gli atomi sono “congelati” in posizioni di equilibrio disposte su un reticolo ordinato, attorno alle quali compiono un moto vibrazionale.



Figura 3

Fig. 3: Andamento della viscosità al variare della temperatura. La fragilita’ di un liquido e’ data dalla pendenza in prossimità della temperatura di transizione vetrosa (Tg/T=1). Questo importante parametro e’ dunque legato alla variazione di temperatura nell’intervallo di viscosità in cui il vetro puo’ essere lavorato. Intervalli di temperatura piu’ o meno ampi, a loro volta, determinano i tempi di lavorazione, piu’ o meno lunghi, per esempio durante la soffiatura. La silice e’ il prototipo di vetro duro (adatto per applicazioni con tempi di lavorazione lunghi), il glicerolo e’ un liquido intermedio, mentre i materiali polimerici sono solitamente molto “fragili” (necessitano di tempi di lavorazione relativamente brevi).






Autore: di Tullio Scopigno, Giancarlo Ruocco
Centro di Ricerca SOFT-INFM-CNR e Dipartimento di Fisica, Univ. Di Roma “La Sapienza”


Scarica questo articolo nel tuo computer  
  

© 2005 Scienzaonline.com


Acquista il Cd-Rom di Scienzaonline
Acquista il primo numero di scienzaonline.com in Cd-Rom!

Elenco Materie

    Medicina
    Scienze Naturali
    Astronomia
    Paleontologia
    Archeologia
    Genetica
    Geologia
    Antropologia
    Matematica
    Fisica
    Chimica
    Epidemiologia
    Ambiente
    Malacologia
    Nucleare
    Tecnologia
    Etica
    Informatica
    Giochi e Rompicapi
    Eventi
    Sessuologia
    Botanica
    Zoologia


Link Partner

 Il Portale della Paleontologia Italiana Paleofox.com
 Agenzia Stampa Agenziastampa.org

   Autorizzazione del Tribunale di Roma n 293/2003 del 7/07/2003 Giornale a periodicità Mensile - Pubblicato a Roma - V. A. De Viti de Marco, 50
   Direttore Responsabile: Guido Donati