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Articolo pubblicato il 17-11-2005
di Roberto Panzarani1

Numero 22 - Anno 2
17 Novembre 2005





Quale Vision per lo psicologo del lavoro

"Nei processi del sogno
l'uomo si esercita alla vita vera"
Nietzshe


Pc Portatile Una volta era considerato un ossimoro, oggi invece è un binomio indispensabile. Il benessere sul lavoro sembrava una contraddizione in termini. Nelle culture profonde, all'attività lavorativa, è sempre stata attribuita una valenza negativa. "Si lavora per vivere, per sbarcare il lunario", si diceva.

Oppure: "il lavoro è fatica, è sofferenza". Ora molto è cambiato, anche se le vecchie culture tendono a sopravvivere. Sono prevalentemente tre le culture del lavoro in Italia. La prima è la cultura strumentale e ci dice: "il lavoro è un mezzo per vivere, per ottenere un salario, il resto non conta". Sono presenti poi due culture che hanno finito per fondersi, il filone di tradizione marxista e quello che fa riferimento alla più antica tradizione cristiana.

La prima cultura, quella marxista, è sintetizzabile nella frase: "il lavoro serve per rivoluzionare il mondo, per fare la lotta di classe". La seconda quella cattolica, di recente, ha rivalutato il ruolo e il peso della persona e della sua realizzazione, diceva: "il lavoro è espiazione, sacrificio", quasi che fosse il prezzo da pagare alla cacciata dall' Eden.

Si tratta ovviamente di semplificazioni, che però ci danno una rappresentazione delle culture del lavoro ancora presenti soprattutto nelle fasce più mature della popolazione. I giovani, al contrario, in particolare ne sono largamente esenti.

Vi è poi una terza cultura, che per comodità può venir definita espressiva, che dice, grosso modo: "il lavoro è un'opportunità che una persona ha di realizzare progetti, sia di tipo personale, che di tipo professionale".

Quest'ultima è, oltre che presso i giovani una cultura presente più frequentemente presso le donne che presso gli uomini, più orientati alla materialità del lavoro e al metro di misura del successo quale è espresso dallo stipendio.

Ora, grazie ai cambiamenti strutturali della produzione e a quelli culturali della popolazione più giovane, molte cose sono cambiate. E alle culture strumentali ed etico-ideologiche, si stanno anche se con fatica sostituendo le culture espressive, quelle grazie nelle quali le persone sono più sensibili a tematiche quali il benessere e la motivazione.

Insomma, le domande di "star bene", di clima, di senso e significati dentro luoghi di lavoro sono in grande crescita e richiedono risposte, soggettive ed organizzative, più vicine al nuovo comune sentire. C'è una nuova sensibilità nelle aziende. C'è una domanda implicita di ascolto, di sicurezza, di partecipazione ed è quì che si gioca la motivazione.

Velocità di fuga

Se queste sono le esigenze, a volte ancora inespresse, qual è il ruolo degli psicologi del lavoro in questo contesto? Cosa ci si aspetta da loro? Quale la loro funzione all'interno di organizzazioni e scenari sempre più complessi?

Per poter rispondere a questi quesiti è importante analizzare i cambiamenti che hanno profondamente modificato il nostro vivere quotidiano.

Il mondo supertecnologico ed interconnesso del wired, cheaper, better, faster, ha riesumato il classico apologo dell'apprendista stregone, mostrando la nostra incapacità di controllare le forze che abbiamo scatenato. Soprattutto nella società dell'informazione, ma ormai sempre più nella vita di ognuno di noi, la giornata è un insolubile caleidoscopio di posta elettronica, messaggi in voce, sms, notiziari che si accavallano con altri notiziari, finestre che si spalancano una dentro l'altra nella prospettiva infinita e surreale aperta dalla potenza dei processori.

Cresce, un costante panico, davanti a scelte impossibili (quale e-mail apro prima? Quale leggo e quale ignoro? Leggo o scrivo? Rispondo allo sms o continuo il mio lavoro?) e al continuo passaggio tra questa attività ed un'altra.

Il sogno dell' always on, della connessione continua, può trasformarsi in un incubo, perché l'eterno on line diventa una condizione di perenne attività, in cui lavoro e svago si mescolano fino a smarrire ogni confine. Ci stiamo abituando alla complessità, e le nuove generazioni, quanto a multi-tasking (fare più attività nello stesso momento), sembrano superdotate: ci si abitua a fare sempre più cose nello stesso tempo, in questo aiutati o magari costretti dai media e dagli strumenti di cui ci siamo dotati: si guida e si telefona, si guarda la tv e si chiacchiera, si scrive al computer e si ascolta la radio.

Alla ricerca della felicità impossibile

Accanto a questa invasione tecnologica, rimane ed anzi si amplifica la ricerca costante della felicità.

Ma cos'è la felicità? Negli Stati Uniti e in molti altri paesi industrializzati, viene spesso considerata sinonimo di ricchezza. Gli economisti misurano la fiducia dei consumatori in base al presupposto che questa dica qualcosa sul progresso raggiunto e la qualità di vita di una comunità.

I padri fondatori americani hanno inserito la ricerca della felicità nella Costituzione fin dal 1787.

Nel 1972 lo stato del Buthan l'ha sostituita al Pil, introducendo il "tasso di felicità nazionale". Nelle imprese italiane la stanno cercando puntando sul recruitment di manager della felicità. I greci la chiamavano "eudaimonia", un "buon demone", in parte avuto in dono dalla sorte, in parte da riconoscere con le opere. In Italia prudentemente lo chiamano anche benessere, alla cui ricerca si dedicano amministratori delegati e direttore risorse umane. Nelle imprese è il nuovo imperativo categorico. Serve a creare motivazione, attaccamento, fidelizzazione. Serve ad attrarre e a trattenere i talenti. La ricerca del benessere, più coraggiosamente, della felicità in azienda, non è solo una filosofa. È una pratica. Che va dal miglioramento del clima alla creazione di nuovi benefit. Dal disbrigo delle pratiche per la casa per i dipendenti all'agenzia viaggi. Dagli orari flessibili, agli asili aziendali, all'arredo, alle palestre e alle mense dove dipendenti e figli possono mangiare tutti insieme. La domanda di manager della felicità compare anche nelle inserzioni. Non sempre però la ricerca sembra almeno per ora dare buoni frutti.

Ma il piccolo regno himalayano del Buthan, sperimenta una nuova vita. Nel 1972, preoccupato da quei problemi che affliggono i paesi in via di sviluppo che puntano quasi esclusivamente sulla crescita economica, il neo eletto sovrano Jigme Singye Wangchuck decise di fare del "fil" - felicità interna lorda - la priorità del suo paese. Il Buthan secondo il re, doveva assicurarsi che all'interno della società, le ricchezze fossero equamente distribuite, e il rispetto delle tradizioni culturali, la protezione dell'ambiente e la presenza di un governo attento ai bisogni dei cittadini venissero garantiti.

Il re, che ora ha 49 anni, ha stabilito linee guida al raggiungimento di questo obietttivi, e oggi il Buthan è un esempio catalizzante per il benessere delle nazioni. Sempre più economisti, sociologi, capitani d'industria e burocrati del mondo cercano di estrapolare dei parametri per misurare, oltre al flusso di denaro, l'accesso alle cure sanitarie, il tempo trascorso con la famiglia, la conservazione delle risorse naturali ed altri fattori non economici. L'obiettivo è in parte quello di arrivare ad una definizione più complessa della felicità del mondo, qualcosa che ricorda ciò che i firmatari della Dichiarazione di Indipendenza avevano in mente quando inclusero "la ricerca della felicità" tra i diritti inalienabili degli americani, come la libertà e la vita stessa.

Mentre il reddito procapite nel Buthan resta tra i più bassi del mondo, la durata della vita è aumentata di 19 anni dal 1984 al 1988, saltando a 66 anni. Il paese, che si prepara a passare ad un governo eletto e ad una costituzione, ha adibito almeno il 60 per cento del territorio a foreste, accetta un numero limitato di turisti ed esporta energia elettrica all'India.

Alla base, il pensiero di fondo è: "il benessere materiale è una delle componenti, e non assicura che ci si senta in pace con il mondo che ci circonda ed in armonia con il prossimo". È un concetto che affonda le radici nella dottrina buddista, e che dieci anni fa sarebbe stato respinto perchè idealistico dalla maggioranza di economisti ed esperti di politica internazionale. Nelle prime fasi della lotta alla povertà , reddito e felicità crescono di pari passo. Ma vari studi, mostrano come raggiunta una certa soglia di reddito, la felicità non aumenta più allo stesso ritmo. Inoltre alcuni paesi sono più felici di quanto non dovrebbero. Nell' " Indagine sui Valori mondiali", un progetto in corso dal 1995, è stato scoperto che i paesi latino-americani, ad esempio registrano tassi di felicità soggettiva superiori a quanto il loro stato economico lascerebbe supporre.

I ricercatori sono stati incoraggiati a sviluppare tecniche di misurazione che permettano di definire questo più ampio concetto di benessere. A Marzo del 2006, la Gran Bretagna ha annunciato l'inizio di lavori per definire un "indice del benessere" che prendesse in considerazione non solo il reddito, ma anche le facoltà mentali, il progresso civile, l'accesso alle aree verdi e i dati sulla criminalità. A Giugno le autorità britanniche hanno reso pubblici i primi dati sulla criminalità, con un compendio di "indicatori di sviluppo sostenibile" che volevano dare uno spaccato degli indicatori sociali ed ambientali come criminalità, traffico, inquinamento e livelli di riciclaggio.

Conclusioni

Come si colloca, il mestiere dello psicologo del lavoro, all'interno di organizzazioni, che sono alla ricerca costante di un equilibrio tra innovazione e felicità e benessere?

Jung, a questo proposito, ci ricorda che "La novità della psiche individuale è una combinazione variata all'infinito di componenti antichissime.. Siamo ben lungi dall'aver lasciato dietro di noi il medioevo, l'antichità classica e l'età primitiva, Siamo invece precipitati nella fiumana di un progresso che ci proietta verso il futuro con una violenza tanto maggiore quanto ci strappa dalle nostre radici. Ma è proprio la mancanza di radici che genera tale "disagio della civiltà". Ci precipitiamo sfrenatamente verso il nuovo spinti da un crescente senso di irrequietezza, insufficienza, insoddisfazione. Non viviamo più di ciò che abbiamo ma di promesse, non più nella luce del presente ma nel buio del futuro…I miglioramenti che si realizzano con il progresso…sono addolcimenti dell'esistenza fallaci, come le comunicazioni più veloci ,che accelerando il ritmo della vita ma ci lasciano con meno tempo disposizione di quanto ne avessimo prima. …la pace e l'appagamento interiori dipendono in gran parte dal consenso o dal rifiuto che la famiglia storica,personificata nell'individuo, dà o nega alle effimere condizioni del Presente". (Ricordi, sogni riflessioni, p.284-285)

Possiamo di certo affermare che, compito dello psicologo del lavoro è quello di, facilitare la creazione di contesti organizzativi caratterizzati da un clima di fiducia, e favorevoli allo sviluppo della creatività. E' in questi ambienti che si può coltivare l'innovazione e sviluppare dei nuovi prodotti.

L'augurio è che gli psicologi adottino uno "sguardo cosmopolita", capace di leggere i mutamenti esterni nella loro profondità, il senso del mondo e della mancanza di confini. Uno sguardo quotidiano, vigile sulla storia, riflessivo, uno sguardo dialogico capace di cogliere le ambivalenze nel contesto delle differenze che sfumano e delle contraddizioni culturali. Esso mostra non soltanto la "lacerazione", ma anche la possibilità di organizzare in una cornice culturale multietnica la propria vita e la convivenza.

È uno sguardo nello stesso tempo scettico, disilluso, autocritico che consenti però di approdare nell' empatia delle emozioni.

Per la prima volta nella storia umana è data la possibilità, a seguito di profonde trasformazioni politiche e tecnologiche, che nasca lo spazio esperenziale contemporaneo di una civiltà globale caratterizzata da eventi globali quotidiani, dalla cooperazione globale e dall'empatia globale. Il fatto è che assistiamo alla possibilità di un orizzonte di percezione e di esperienza di un solo mondo, nel quale però continuano ad esistere le diversità delle culture e crescono le interdipendenze.

L'empatia cosmopolita si compenetra, si integra e si colora con l'empatia nazionale.

Ulrick Beck ( cfr. Lo sguardo cosmopolita, 2005) individua cinque principi costitutivi dello sguardo cosmopolita:

  • Il principio dell'esperienza di crisi della società mondiale, ossia dell'interdipendenza percepita attraverso i rischi e le crisi globali, il crollo dei confini tra interno ed esterno, tra noi e gli altri, tra il nazionale e l'internazionale
  • Il riconoscimento delle differenze della società mondiale, con il conseguente carattere conflittuale della società mondiale e la curiosità per l'alterità degli altri
  • L'empatia cosmopolita e il cambiamento di prospettiva e quindi della virtuale intercambiabilità delle situazioni (come opportunità e come minaccia)
  • L'invivibilità di una società mondiale senza confini con la spinta che ne deriva a tracciare nuovi-vecchi confini e a innalzare nuovi-vecchi muri
  • La mescolanza, che afferma che le culture e le tradizioni locali, nazionali, etniche, religiose e cosmopolite si compenetrano, si connettono, si mescolano; il cosmopolitismo senza provincialismo è vuoto, il provincialismo senza cosmopolitismo è cieco.


Nell'era dello sguardo cosmopolita, dal momento che tutti gli uomini pensano e sentono più o meno nello stesso modo, ogni essere umano può accedere alle sensazioni di tutti gli altri: gli basterà gettare uno sguardo rapido su se stesso.

Perciò non vi sarà nessuna miseria che egli non possa comprendere senza fatica e le cui proporzioni non suscitino in lui l'istinto della solidarietà, si tratti di amici o di nemici: la sua forza immaginativa fa si che egli possa mettersi immediatamente nei panni altrui.

Il mondo dello sguardo cosmopolita è in un certo senso un mondo di vetro. Le differenze, i contrasti, i confini devono essere definiti a partire dal presupposto che gli altri sono per principio uguali. I confini rispetto all'altro non sono più bloccati e oscurati, ma diventano trasparenti.

Entrambi, l'empatia e l'odio, il senso della mancanza dei confini e la nostalgia per i vecchi-nuovi confini, mettono in luce che lo sguardo cosmopolita è uno sguardo politicamente ambivalente, riflessivo. Dove le distinzioni e le dicotomie apparentemente eterne diventano sterili, si arrestano, si dissolvono e si mescolano.

Riferimenti Bibliografici

Beck U., Lo sguardo cosmopolita, Carocci, Roma, 2005
Florida R., L' ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano, 2003
Low J., Cohen K., Il vantaggio invisibile. Perché sono gli asset intangibili a guidare la performance delle imprese, Franco Angeli, Milano, 2003
Jung C.G., Ricordi, sogni riflessioni, Rizzoli, Milano,1998
Panzarani R., (a cura di), Gestione e Sviluppo del Capitale Umano, Franco Angeli, Milano, 2004
Panzarani R., Il viaggio delle idee, Franco Angeli, Milano, 2005
Rifkin J., Il sogno Europeo, Mondadori, Milano 2004
Rogers, C., La terapia centrata sul cliente, Psycho, Firenze, 2000
Rogers, C., Un modo di essere. I più recenti pensieri dell'autore su una concezione di vita centrata sulla-persona, Psycho, Firenze, 2001
Toffler A., L' azienda flessibile, Sperling & Kupfer, Milano, 1990


1 Roberto Panzarani è Presidente dello Studio Panzarani & Associates e docente di "Processi di Innovazione nelle organizzazioni" presso la Facoltà di Psicologia 2 dell'Università La Sapienza di Roma.
Da molti anni opera nella formazione in Italia. E' stato tra l'altro responsabile della formazione in Alitalia, dove ha fondato l'Alitalia Business School. E' stato Presidente dell'A.I.F. (Associazione Italiana Formatori) e attualmente è Presidente di Governance (Associazione per la promozione della conoscenza e delle competenze per l'esercizio delle responsabilità direzionali). Studioso delle problematiche relative al capitale intellettuale in contesti ad elevata innovazione e autore di svariate pubblicazioni, nel 1999 è stato consulente per la Presidenza del Consiglio nella stesura del Master Plan per la Formazione. Esperto di Business Innovation, attualmente si occupa dello sviluppo di programmi di formazione manageriale per il top management delle principali aziende ed istituzioni italiane. I suoi ultimi libri sono : "Gestione e sviluppo del Capitale Umano: le persone nel bilancio dell'Intangibile di una organizzazione " Ed. Franco Angeli 2004 e "Il viaggio delle idee: per una governance dell'innovazione" Ed. Franco Angeli 2005.
www.robertopanzarani.it
L'autore ringrazia la Dr.ssa Paola Previdi per il prezioso contributo alla stesura del capitolo.


Autore: Roberto Panzarani




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