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Articolo pubblicato il 17-09-2005
di Roberto Panzarani

Numero 20 - Anno 2
17 Settembre 2005





I nuovi orizzonti dell'innovazione: il viaggio delle idee

"Un mattino mi svegliai cieco. L'occhio sinistro riacquistò la vista il giorno stesso, ma il destro rimase inattivo e offuscato. L'oculista che mi visitò disse che non c'era nulla di organico, e diagnosticò la natura del disturbo. "Hai guardato i quadri troppo da vicino" disse. Perché non li sostituisci con vasti orizzonti?"

Bruce Chatwin

I paradigmi dell'innovazione

La globalizzazione e l'avvento delle tecnologie della comunicazione hanno avviato processi autocatalitici di trasformazione dei mercati e conseguentemente della morfologia organizzativa delle imprese.

I cicli di distruzione creativa che un tempo duravano decenni, oggi durano mesi. Questo fà si che l'innovazione sia diventata un fattore abilitante per l'impresa, una componente necessaria non solo per sopravvivere alle regole economiche che dominano i mercati nazionali, ma anche per garantire i livelli di qualità della vita richiesti dalla complessità del sistema sociale in cui siamo immersi.

Ma la presenza dell'innovazione non è una nota che caratterizza solo la civiltà di oggi. La storia dell'uomo, fin dagli albori si è sviluppata attorno a questo impegnativo e delicato concetto. Dall'invenzione della ruota, all'avvento del motore a scoppio, dall'utilizzazione dei caratteri mobili fino alla prepotente diffusione del lavoro in fabbrica determinato dall'avvento della catena di montaggio, che segna l'inizio dell'era industriale, l'innovazione è stata motore di progresso, se non addirittura generatrice di autentiche rivoluzioni scientifiche ed epistemologiche. Il pensiero innovativo, anche se in alcune epoche è rimasto come nascosto, ha agito nella storia, accelerando fatti, eventi e processi.

Alla base dell'innovazione vi è una cultura, un pensiero, un modello di vita, un paradigma. Le idee innovative in quanto tali non servono a generare un vantaggio competitivo, non sono infatti brevettabili. Quelle che si brevettano sono le soluzioni innovative, perché fanno la differenza, garantiscono quel "quid" in più rispetto ai competitors. E' necessario quindi, liberarsi dai pregiudizi di natura ideologica, che hanno condizionato in maniera molto forte la cultura industriale di casa nostra. Le idee, anche le più brillanti devono poggiare su basi solide, da sole sono "forme vuote", elucubrazioni sterili. L'innovazione deve essere in grado di generare delle soluzioni valide nell'ottica imprenditoriale, cioè utili a migliorare gli standard organizzativi e produttivi.

L'innovazione può essere un diffusore della creatività, che è una condizione necessaria ma non sufficiente affinché si generi una soluzione innovativa. La creatività è il carburante, di cui si alimenta un ambiente innovativo. Nel contesto della net economy l'innovazione è un processo che avviene all'interno della società, che coinvolge più strutture, più attori, più protagonisti.

La creatività per essere sfruttata appieno, richiede che il management cambi il proprio modo di interagire con le persone all'interno dell'organizzazione. La presenza di un alto livello di motivazione intrinseca nelle persone è un aspetto che il management deve attentamente sostenere nel tempo, e al quale dovrebbe dedicare molta più attenzione di quanto normalmente faccia. Il tutto si riconduce alla presenza di forti e condivise valenze culturali che sono alla base dell'innovazione.

Di certo, oggi si lavora nella logica dei progetti. Molti studiosi, basta citare per tutti Domenico De Masi (La fantasia e la concretezza. Creatività individuale e di gruppo, 2003) lo hanno evidenziato molto bene, osservando il comportamento e le logiche che animano i gruppi creativi che, al contrario di quanto la logica corrente farebbe credere, non vivono nel fascino indefinibile dell'anarchia, ma si muovono nell'ambito di regole precise. Affinità diverse si intrecciano, spirito e culture che hanno estrazioni etno-geografiche lontane, linguaggi con codici dissimili, si confrontano nell'agorà telematica, rappresentata dalla rete. Questa trasformazione dei "luoghi" del confronto ha fatto crollare ogni "turris eburnea", facendo si che il pensiero innovativo potesse attraversando più menti, stabilire una corrente creativa, alimentata dal circuito intangibile dell'"intelligenza collettiva" e dalla potenza dirompente della connettività. Pierre Levy (L'intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio, 2002)e Derrick De Kerckhove (Architettura dell' intelligenza, 2001) hanno sottolineato le cruciali conseguenze che provengono dalla possibilità di mettere in rete l'intelligenza, fenomeno che banalmente sperimentiamo quando "chattando" inneschiamo una discussione, un confronto che ci immerge, a volte inconsapevolmente in una koinè che non ha confini. L'idea stessa della rete è coerente con il concetto di "intelligenza collettiva" di Levy. Non possiamo, infatti, comprendere le dinamiche che generano l'innovazione se non consideriamo che il successo di una idea, di un'intuizione, di una scoperta oggi si costruisce su una complessità di ruoli, professionalità, discipline e competenze.

Il nostro quotidiano è caratterizzato da uno scenario di "information overload". Ciascuno di noi è bombardato da un sovracarico di stimoli informativi che non è in grado di processare. Nell'epoca analogica avendo poche informazioni eravamo in grado di analizzarle. Oggi non è più così. Questa nuova realtà da luogo ad un fenomeno: un aumento vertiginoso della responsabilità individuale.

Grazie agli strumenti della tecnologia, noi abbiamo oggi la possibilità di riuscire a "costruire" un nostro palinsesto della comunicazione, non fa altro che aumentare le nostre responsabilità. Con l'avvento del digitale il mondo della televisione è diventato un universo attivo, in cui l'interazione tra l'utente e il conduttore, tra il giornalista e il fruitore del programma sarà sempre più forte e caratterizzante. Penso alla televisione, in quanto è il mezzo che riassume le straordinarie prospettive che ci si aprono di fronte con la comunicazione integrata: computer, tv via cavo e via satellite, Umts.

Pensiamo alla realtà italiana. Avendo a disposizione la possibilità di scegliere tra centinaia di trasmissioni televisive, scatterà nell'utente un meccanismo di analisi e di critica. Diventa allora importante capire i criteri di selezione, che muovono i comportamenti. Questo regno della libertà non è però ancora maturo, la fase che stiamo vivendo la definirei come un "regno della possibilità" , che risulta troppo vincolato dagli alti costi e da un'effettiva carenza infrastrutturale. Quando avremo a disposizione mezzi più "user friendly"(strumenti a misura di utenti) , allora realmente si aprirà uno scenario in cui i "clienti", agiranno con maggiore responsabilità e consapevolezza.

L'accrescimento della conoscenza e del progresso sociale dei popoli è un compito dell'etica, che deve presupporre un modello di ragione flessibile capace di contrastare ogni forma di dogmatismo e di cieca chiusura aprioristica. Etica e innovazione è un altro punto di discussione, da cui non ci si può sottrarre.

Più, aumenta la capacità tecnologica, maggiore è la "necessità etica". La possibilità di arrecare un danno, di esercitare il male, è sempre esistita, ma nel passato questa era molto limitata. Ogni individuo possiede la memoria e la capacità infinita che la potenza informatica gli mette a disposizione. Senza una altrettanta capacità di orientare eticamente i comportamenti, i diritti universali finirebbero fatalmente con l'essere calpestati. Puntare l'attenzione sull'etica, potrebbe inoltre consentire ai capi di stato e di governo di realizzare un progresso umano e sociale di dimensioni reali. Altrimenti il rischio maggiore che corriamo è quello di trovarci di fronte ad una grande evoluzione tecnologica immersa in un contesto di "medio evo politico". Einstein diceva: la terza guerra mondiale la faremo con la bomba atomica, la quarta con la clava a significare che anche una fase di forte crescita del fattore tecnologico, come quella che stiamo vivendo, può risultare sterile, quando non addirittura pericolosa se non c'è un'adeguata spinta etica.

Verso una visione organicistica delle imprese

Per muoversi all'interno di un contesto dominato dalla globalizzazione, ogni organizzazione deve imparare a presidiare una serie di aspetti. Prima di tutto la "varietà", che va intesa come una precisa attitudine a reagire ad ogni forma di omologazione, poi la "permeabilità", che deve tradursi in un'abilità specifica di fare network, di comunicare, di scambiare esperienze e know-how. Terzo elemento è l'"instabilità", che vuol dire sapersi mantenere vicini alla soglia del caos, senza farsi inghiottire, senza farsi schiacciare da gerarchie e percorsi precostituiti. Queste qualità non reggono se il management non dimostra elasticità, se non riesce a sconfiggere le definizioni rigide.

Il testo "Blur" è considerato ormai da molti studiosi come la "bibbia dell'innovazione". Gli autori Stan Davis e Chris Meyer parlano di "ragnatela organizzativa", per definire e circoscrivere con una espressione il corrispondente "astratto" della ragnatela economica, in cui tutti siamo avvolti.

L'obiettivo, però, più difficile da raggiungere, è quello di creare nuovi modelli di relazioni umane all'interno delle organizzazioni produttive. Fino ad ora in questa direzione si sono registrati solo dei tentativi, che risultano ancora poco leggibili, soprattutto se si considera l'accentuata condizione di "nomadismo" culturale, che caratterizza questo particolare momento della storia.

Nel passato l'"azienda castello" aveva basato la sua forza sulla "volontà" di mantenere, conservare, quando non rafforzare, i simboli e le strutture del potere. Nel quadro della post modernità è emersa progressivamente la difficoltà di penetrare, di comprendere, il contesto di una società diversa, in cui hanno cambiato natura e fisionomia non solo i meccanismi di potere, ma anche i canali di mediazione.

Sono saltate alcune componenti molto importanti per gli equilibri del sistema, che potremmo definire di compensation come ad esempio la valutazione del potenziale, i criteri e le politiche di gestione e sviluppo delle risorse umane. La conseguenza più diretta è che prima di tutto occorre rifare una mappatura generale delle competenze. Nel panorama frastagliato della "complessità" sociologica ed epistemologica, si è verificato un profondo disallineamento tra capacità gestionale e sviluppo dell'Information Communication Technology.

L'impresa del futuro deve costruirsi sulla "governance dell' innovazione", in termini reali, concreti, in funzione della nuova dimensione che è quella del mondo futuro.

L'impresa deve diventare soggetto - oggetto dell'innovazione: deve essere il "luogo" deputato a sviluppare innovazione. Molti autori parlano addirittura della necessità di ufficializzare un doppio bilancio: il primo destinato alla gestione ordinaria dell'azienda, il secondo all'innovazione.

La governance dell'innovazione, cioè la gestione del progresso scientifico e tecnologico, richiede un management, una classe politica, un'economia di pensiero, adeguata alle esigenze che questa fase della storia sta esprimendo.

Ogni progetto deve passare attraverso la formazione delle risorse umane. Esiste una tradizione storica centenaria, che ha cominciato a svilupparsi con la rivoluzione industriale, che ha generato una "cultura" specifica dell'addestramento. La sfida di oggi matura in uno scenario globale, per cui i vecchi schemi sono crollati, di fronte all'ambizioso obiettivo di fornire ad ogni individuo le categorie per comprendere il cambiamento. La trasformazione non deve trasformarci in automi, dobbiamo piuttosto elaborare capacità critica secondo punti di vista e di prospettiva sempre diversi. Non si tratta di una disquisizione solo di carattere teorico. Il problema è anche molto pratico: l'individuo non riesce a decidere se non conosce a fondo i processi. La sollecitazione viene dalla velocità del cambiamento. Nel passato l'accumulazione di conoscenza finalizzata alle decisioni era più breve, lineare e duratura, adesso di fronte alla rapidità delle trasformazioni non basta che si crei una conoscenza superficiale, bisogna avere sotto controllo la catena delle implicazioni che sono generate dai processi di acquisizione e elaborazione della conoscenza. Il ragionamento non deve essere vissuto dagli stessi manager come un imperativo, quanto come una commodities. Ciascuno deve avere una solida base di conoscenza per fare bene il proprio lavoro, per prendere decisioni, per essere parte attiva della realtà in cui si muove.

Esiste inoltre, un' attitudine all'innovazione. Spesso dimentichiamo che il processo educativo della specie umana è molto lungo in virtù della complessa struttura neuronale, che caratterizza ogni individuo. La riflessione non è solo di natura fisiologica, perché ha delle implicazioni economiche semplici e immediate: riesco, infatti, a fare economia nella misura in cui possiedo la moneta della conoscenza. Ci troviamo in una dimensione emozionale, in cui termini quali paura, coraggio, "forma mentale", motivazione hanno un senso. Non è importante l'aspetto nozionistico nell'analisi della "rivoluzione digitale", né il dosaggio delle "quantità", quanto la definizione della qualità e la focalizzazione del metodo che guida i processi e le scelte manageriali.

Esiste un orizzonte fondamentale e delicato che dobbiamo curare come manager e formatori: quello della psiche. Se nell'universo del lavoro riuscissimo, perciò, a privilegiare una dimensione organicistica anziché meccanicistica, certamente più aderente a quella che è la dimensione umana, questa azione potrà rendere ogni attività imprenditoriale più gratificante e produttiva. Se al contrario la dimensione dell'"adattamento" non troverà spazio, sarà difficile, per non dire impossibile reggere i ritmi del cambiamento.

Tutto ciò avveniva anche nel passato, come ad esempio nell'era postindustriale, che è stata segnata da tanti cambiamenti. La differenza profonda sta nel fatto che adesso la velocità del divenire cresce in misura esponenziale. Per questo è difficile riuscire a creare un sistema di governance dei processi. Un punto rimane ben saldo: la persona è di fatto al centro.

Quale futuro per l'organizzazione che innova

A partire da Armani, Prada, Gucci e Versace, per passare a Pininfarina e Ferrari, Bianchi e Campagnolo nel ciclismo, l'Italia ha sempre svolto un ruolo di primissimo piano nell'innovazione in ambiti come: la moda, l'automobilismo, il ciclismo, l'architettura, il design e in tutto quello che è costruito sulla creatività. È altrettanto vero, però, che il nostro Paese registra risultati deludenti in tema di innovazione industriale e soprattutto tecnologica. Basta pensare che mentre il 28% delle innovazioni (brevetti) prodotte dalla Finlandia (paese leader sul fronte dell'innovazione tecnologica) - riguarda alte tecnologie, ovvero innovazioni nei settori come software, industria farmaceutica, progettazione aereo spaziale, biotecnologie etc. , appena il 13% dei brevetti italiani nasce da questi settori. Anche il numero di ricercatori e scienziati e tra i più bassi in Europa (0,3% della forza lavoro contro l'1,1% della Finlandia); mentre negli ultimi 5 anni tutti i paesi europei hanno visto crescere il numero di scienziati e ricercatori, il tasso di crescita di questa categoria in Italia é stato pari a zero. Per uscire da questa situazione dovremo dunque focalizzarci sulla mobilitazione delle risorse esistenti nel Paese, per far si che le nostre città e le nostre regioni diventino dei centri di attrazione, cui può guardare con interesse quella forza critica nell'economia globale di oggi, che è rappresentata dalla "classe creativa". La sfida è ardua ma non impossibile, se consideriamo che l'Italia ha moltissime risorse da impegnare per trattenere quelle persone di talento, che possono ridare vitalità al mondo industriale e quindi all'economia.

L'Italia sopravvivrà fino a quando riuscirà a mettere la sua ultima griffe, una firma che significa una storia di creatività, di immagine, che altri non possiedono e che costituisce quel valore distintivo che ci permette di essere competitivi nel mondo. Emblematico è a questo proposito l'aneddoto di Picasso :
In un caffè di Parigi una bella signora chiese al grande pittore di farle il ritratto, promettendo di pagarlo bene. In pochi minuti l'artista eseguì il disegno e chiese 500 mila franchi.
"Ma lo ha fatto in pochi minuti!" protestò la turista".
"No" replicò Picasso, "mi ci sono voluti 40 anni di preparazione". Picasso, dunque, mette in conto il suo capitale umano, non il lavoro. Il principio sta diventando realtà. Nel mondo agrario, i proprietari terrieri valutavano gli uomini alla stessa stregua degli animali. Nel mondo industriale i capi d'azienda valutavano le persone per i loro skills, quasi fossero parti di una macchina. Nella connected economy, valutiamo le persone per le loro conoscenze e il loro talento. Considerato che il software automatizza il lavoro umano tradizionale, il capitale umano diventerà la risorsa più preziosa e più scarsa. E proprio per questo motivo che nel mondo delle imprese domina la "guerra del talento". Il vantaggio competitivo dipende dalla capacità di attrarre e di conservare i migliori talenti.

Il principio di Picasso vale per un numero infinito di non artisti: chirurghi, piloti, scienziati etc. etc. Il loro valore (il loro prezzo) è dato dalla somma delle loro esperienze, skill e potenziale, rapportata alla scarsità del loro talento e alla domanda. Questa regola vale per tutti. Tutto ciò che si sa e che si è realizzato, le reti di amicizie e l'intelligenza che si porta al futuro lavoro, conferiscono un valore sul mercato.

Quando la terra era il bene produttivo per eccellenza, le nazioni combattevano per il suo possesso. Oggi accade la stessa cosa - è in una guerra globale - per il possesso delle persone di talento. Quando nel 1980 Singapore adottò la strategia "isola intelligente" il suo ministero per lo sviluppo economico concluse che al Paese mancava il capitale umano per realizzarla. Allora contattò tutti i cittadini che erano espatriati per sviluppare all'estero il loro capitale umano e cercò di convincerli a rientrare con offerte allettanti. In questa situazione il capitale umano italiano è costituto proprio dallo stile, dall'immagine, dalla capacità di "sentire", che sono la vera chiave del successo nel mondo del Made in Italy. Moda e design in primo luogo, oltre che le sue molteplici vocazioni locali, di cui è ricco il nostro territorio, se valorizzate adeguatamente, porteranno il nostro paese a giocare nei prossimi anni un ruolo completamente nuovo nello scacchiere internazionale.

Unicità come diversità

Il rapporto globale locale riguarda ormai tutto il mondo. Da una parte abbiamo la tendenza molto forte ad omologare, dall'altro lato una serie di storie e dimensioni locali che si "difendono". Chiunque ha bisogno di rinforzare la propria identità in un momento di globalizzazione pervasiva e da questa realtà possono nascere minacce e opportunità.

Ogni anno scompaiono centinaia di lingue, nell'indifferenza più completa dei governi e degli stati nazione. Questo dovrebbe bastare a farci capire che la dimensione glocale diventa la dimensione più importante, lo possiamo vedere dall'economia più semplice, come il diffondersi dello stile etnico nella moda, alla rivitalizzazione dei prodotti locali, che con Internet possono conquistare il mercato globale, ai fenomeni più complessi che caratterizzano lo sviluppo dei mercati finanziari.

Una delle conseguenze del dominio della cultura occidentale nel mondo è che spesso altre culture e tradizioni vengono identificate e definite per contrasto con la cultura occidentale contemporanea. Diverse culture vengono così interpretate in una maniera che sembra rinforzare la convinzione politica che la civiltà occidentale sia in qualche maniera la principale, forse l'unica fondata su risorse di idee razionali e liberali. L'Occidente è visto, da una certa tradizione, come l'area che ha esclusivo accesso ai valori che stanno alla base della razionalità e del pensiero, della scienza e della verificabilità, della libertà e della tolleranza, oltre che del diritto e della giustizia. Una volta radicata questa visione dell'Occidente, tende a giustificare se stessa negando il confronto con altri mondi, altre culture. Dal momento che ogni civiltà contiene diversi elementi, una cultura non Occidentale può essere caratterizzata in base a quelle tendenze ritenute più distanti dai valori e dalle tradizioni "altre" rispetto alla nostra. Questi elementi selezionati tendono ad essere considerati più "autentici" o più genuinamente "endogeni" rispetto ad altri relativamente simili a quelli che si possono rintracciare in Occidente. In questo senso le idee hanno sicuramente viaggiato più veloci di una politica ancora vittima di vecchi retaggi, ancora troppo soffocata da stereotipi e pregiudizi. E' diventato improrogabile imparare a vivere l'unità nella diversità. Si tratta di creare una nuova dimensione mondiale, mettendo all'ordine del giorno il problema della convivenza di popoli e culture diversissime. Parlare di governance significa sottolineare questa esigenza, improrogabile, di ripensare gli equilibri di un Pianeta, che ha un profilo intriso di complessità e interdipendenza e di ancorarli a dei saldi principi etici.

La chiave della coesione sociale è la comunità forte, e non le singole istituzioni al suo interno. Con lo sfaldarsi dei legami di gruppo, è la stessa comunità che deve fare da collante sociale, così come è già il collante economico che lega insieme persone e opportunità, e le imprese alle persone. Quando tutto il resto è fluttuante - le imprese, le carriere, perfino le famiglie- le nostre comunità sono spesso la sola vera costante dell'equazione sociale. Ciascuno di noi vive in una comunità anche solo temporaneamente. E se sono le comunità a svolgere questo ruolo chiave, ci conviene renderle più forti e coese possibili, ma allo stesso tempo, paradossalmente, più aperte ad accogliere la mobilità e il cambiamento che definiscono tanta parte della nostra vita sociale.

Oggi, il nostro obiettivo è quello di porre l'accento sulle relazioni comunitarie più che sull'autonomia individuale, sulla diversità culturale più che sull'assimilazione, sulla qualità della vita più che sull'accumulazione di ricchezza, sullo sviluppo sostenibile più che sull'illimitata crescita materiale, sul "gioco profondo" più che sull'incessante fatica, sui diritti umani universali e su quelli della natura più che sui diritti di proprietà, sulla cooperazione globale più che sull'esercizio unilaterale del potere.

E' necessario creare un nuovo schema storico di riferimento, che liberi l'individuo dal vecchio gioco dell'ideologia occidentale e, nello stesso tempo, leghi l'umanità a una nuova storia condivisa, fatta di diritti umani universali e di diritti intrinseci della natura.

Nella nuova visione del futuro, l'evoluzione personale diventa più importante dell'accumulazione individuale di ricchezza. È necessario riservare attenzione ad aspetti come: la qualità della vita, la sostenibilità, la pace e l'armonia.

L'accento si sposta dall'avere beni materiali al vivere una vita spiritualmente piena.

Riferimenti bibliografici
Davis S., Meyer C., Blur, Ed. Olivares, Milano, 1999
De Kerckhove D., Architettura dell' intelligenza, Testo & Immagine, Torino,2001
De Masi D., Il futuro del lavoro, Rizzoli, Milano,2003
De Masi D., La fantasia e la concretezza. Creatività individuale e di gruppo, Rizzoli, Milano, 2003
Einstein A., Il significato della relatività, Newton & Compton, Torino, 1997
Florida R., L' ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano, 2003
Kauffman S., A casa nell'universo, Editori Riuniti, Roma, 2001
Lévy P., L'intelligenza collettiva. Per una antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 2002
Panzarani R., (a cura di), Gestione e Sviluppo del Capitale Umano, Franco Angeli, Milano, 2004
Panzarani R., Il viaggio delle idee: per una governance dell'innovazione, Franco Angeli, Milano, 2005
Panzarani R., New Economy e Capitale Umano, in Ingenium, 27 Luglio 2000
Rajan Raghuram G.; Zingales L., Salvare il capitalismo dai capitalisti, Einaudi, Torino, 2004
Rifkin J., Il sogno Europeo, Mondadori, Milano 2004

Autore: Roberto Panzarani




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