Piergiorgio Welby
Da quando Welby ha deciso di rendere pubblica la propria vicenda umana scrivendo al
presidente Giorgio Napolitano, (continuando così l’iniziativa politica intrapresa già
dal 2002 dopo il suo incontro con i radicali), si sono spesi fiumi di parole sulla carta
stampata e dalle reti televisive e radiofoniche per spiegare agli italiani che no, così
non si fa, che in casi come quelli di Piergiorgio la politica non deve entrarci, e
che sarebbe stato più opportuno il rispetto della sua riservatezza.
Poi, non potendo ridurre al silenzio il crescente interesse che andava montando sul
“caso Welby”, si è cercato di insinuare che l’Associazione Coscioni aveva strumentalizzato
l’indifeso cittadino, incapace di scelte autonome.
Una volta smentite anche queste
argomentazioni dalla divulgazione del pluriennale dibattito che lo stesso Piergiorgio
aiutato dalla moglie Mina alimentava sulla rete
(
link)
si è cercato di ricorrere agli
stessi ragionamenti prodotti un quarto di secolo prima durante il sequestro di Aldo Moro:
sì, è vero che Welby afferma autonomamente di voler terminare la propria esistenza, ma
non può essere lucido nelle sue condizioni, e dunque non possiamo prenderlo seriamente
in considerazione…il problema è ben altro (…la tipologia dei “benaltristi” si è
ampiamente arricchita negli ultimi mesi…): dobbiamo aiutare i pazienti terminali
circondandoli di affetto e di cure, piuttosto che abbandonarli alla loro depressione…
Anche questo puerile tentativo di trasferire la discussione su un piano diverso,
(sul quale non si può astrattamente non essere d’accordo, ma che certamente non
poteva riguardare il caso specifico) è fallito grazie anche alle dichiarazioni, riprese
dalla stampa, del senatore Ignazio Marino che, dopo essersi recato al letto del
malato, non ha potuto non meravigliarsi delle cure, della pulizia e dell’affetto
da cui Piergiorgio era circondato.
Quando poi un medico in Italia ha deciso di onorare la richiesta di Welby (il distacco
dal ventilatore automatico non più sopportato, ed una sedazione che gli consentisse di
essere accompagnato all’inevitabile exitus senza dover soffrire) si è gridato da parte
di taluno all‘omicidio.
La vicenda di Welby si presta a molte considerazioni di ordine umano, etico, giuridico,
deontologico, politico e religioso; tutte variamente argomentate, e spesso anche da chi
ha ampiamente dimostrato di non aver neppure letto ordinanze o cartelle cliniche:
tutte però possono essere ricondotte a due principali concezioni antropologiche:
quella di chi crede che la propria vita sia disponibile e quella di coloro che,
ritenendo che appartenga a tutti tranne che all’individuo ( a Dio, allo Stato…)
ne affermano la assoluta ed indiscutibile indisponibilità.
Tra i grandi meriti di Piergiorgio Welby vi è senza dubbio quello di aver trascinato,
anche contro la preminente volontà politica, tutti i cittadini italiani a discutere su
un tema che sembrava dovesse essere mantenuto in uno spazio circoscritto, tra corsie di
ospedale ed aule dei tribunali, perché la stessa parola era considerata tabù.
“EUTANASIA”: il termine evoca oggi ancora angoscia di morte, di una morte che la nostra
società ha trasformato in un “evento” tecnicamente assistito al di fuori dell’ambiente
familiare, incapace di accettarla come un “processo” naturale sul quale l’interessato,
adeguatamente informato, avrebbe il diritto di esprimere il proprio parere.
Sembra di
assistere a quel fenomeno che non più di una ventina di anni fa costringeva all’uso
della parafrasi “…un male incurabile…” per indicare ciò che oggi, senza apprensioni
particolari, si esprime semplicemente con il termine tumore.
Quanto dovremo ancora attendere, perché la parola eutanasia possa essere pronunciata
con il suo originale significato etimologico?
E forse giova ricordare che il vocabolario della lingua italiana ancora distingue
tra “eutanasia attiva” e “passiva”, individuando nella prima la condotta di chi
somministrando un farmaco o una miscela di sostanze provoca la morte, e riservando
alla seconda il comportamento di chi con la sospensione di un trattamento medico
che mantiene artificialmente in vita il paziente, assiste al suo decesso.
Tali termini hanno valore in ambito giornalistico, o nel corso di un dibattito politico,
ma non in quello giuridico.
Il nostro codice penale prevede infatti (al Titolo XII Capo I: DEI DELITTI CONTRO
LA VITA E L'INCOLUMITA' INDIVIDUALE) una sola fattispecie di reato, denominato
“omicidio del consenziente” (Art. 579 c.p.) applicabile al comportamento descritto
in precedenza come “eutanasia attiva”.
Se inoltre consideriamo che i recenti pronunciamenti della Procura in merito
all’ordinanza del tribunale Civile di Roma proprio sul caso Welby hanno confermato
il diritto costituzionalmente garantito del cittadino a rifiutare ogni trattamento
terapeutico non ritenuto accettabile (sulla base di considerazioni strettamente personali)
anche se indispensabile a mantenere in vita il soggetto (si veda a titolo di esempio il
rifiuto della emotrasfusione opposto dai Testimoni di Geova) si può facilmente
comprendere come la eutanasia passiva sia già di fatto prevista nel nostro ordinamento
giuridico, anche se il termine ancora non può essere pronunciato senza suscitare disagio
o imbarazzo.
Piergiorgio Welby, prima di lasciarci, ha consegnato un testimone alla moglie Mina:
le ha chiesto di continuare il dibattito sull’eutanasia da lui iniziato e non ancora
concluso.
Il suo messaggio è stato raccolto da molti cittadini italiani che non
appartengono all’area politica radicale ma che hanno voluto ugualmente partecipare
all’ultimo saluto di un uomo che ha vissuto ed è morto portando il proprio corpo nel
cuore della politica. Ciò che altri cittadini gli rimproverano è di essere stato un
laicista, nella definizione satirica di Staino: un laico che non sa stare zitto.
Folla di cittadini a Roma, durante i funerali laici di Piergiorgio Welby, il
24 dicembre 2006.