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Articolo Ricevuto 08.01.07
Articolo Pubblicato 08.01.07
di Luigi Montevecchi

Anno 4
Edizione Gennaio 2007





Il testamento di un “laicista” di nome Piergiorgio

Le polemiche che hanno accompagnato gli ultimi mesi della battaglia umana e politica di Piergiorgio Welby non sembrano placarsi dopo la celebrazione laica delle sue esequie, e le grandi questioni etiche ostinatamente imposte alla coscienza degli italiani dal copresidente dell’Associazione Luca Coscioni proseguono tra inopportune richieste di procedimenti giudiziari ed imbarazzanti dichiarazioni di organismi istituzionali.

Piergiorgio Welby


Da quando Welby ha deciso di rendere pubblica la propria vicenda umana scrivendo al presidente Giorgio Napolitano, (continuando così l’iniziativa politica intrapresa già dal 2002 dopo il suo incontro con i radicali), si sono spesi fiumi di parole sulla carta stampata e dalle reti televisive e radiofoniche per spiegare agli italiani che no, così non si fa, che in casi come quelli di Piergiorgio la politica non deve entrarci, e che sarebbe stato più opportuno il rispetto della sua riservatezza.

Poi, non potendo ridurre al silenzio il crescente interesse che andava montando sul “caso Welby”, si è cercato di insinuare che l’Associazione Coscioni aveva strumentalizzato l’indifeso cittadino, incapace di scelte autonome.

Una volta smentite anche queste argomentazioni dalla divulgazione del pluriennale dibattito che lo stesso Piergiorgio aiutato dalla moglie Mina alimentava sulla rete (link) si è cercato di ricorrere agli stessi ragionamenti prodotti un quarto di secolo prima durante il sequestro di Aldo Moro: sì, è vero che Welby afferma autonomamente di voler terminare la propria esistenza, ma non può essere lucido nelle sue condizioni, e dunque non possiamo prenderlo seriamente in considerazione…il problema è ben altro (…la tipologia dei “benaltristi” si è ampiamente arricchita negli ultimi mesi…): dobbiamo aiutare i pazienti terminali circondandoli di affetto e di cure, piuttosto che abbandonarli alla loro depressione…

Anche questo puerile tentativo di trasferire la discussione su un piano diverso, (sul quale non si può astrattamente non essere d’accordo, ma che certamente non poteva riguardare il caso specifico) è fallito grazie anche alle dichiarazioni, riprese dalla stampa, del senatore Ignazio Marino che, dopo essersi recato al letto del malato, non ha potuto non meravigliarsi delle cure, della pulizia e dell’affetto da cui Piergiorgio era circondato.

Quando poi un medico in Italia ha deciso di onorare la richiesta di Welby (il distacco dal ventilatore automatico non più sopportato, ed una sedazione che gli consentisse di essere accompagnato all’inevitabile exitus senza dover soffrire) si è gridato da parte di taluno all‘omicidio.

La vicenda di Welby si presta a molte considerazioni di ordine umano, etico, giuridico, deontologico, politico e religioso; tutte variamente argomentate, e spesso anche da chi ha ampiamente dimostrato di non aver neppure letto ordinanze o cartelle cliniche: tutte però possono essere ricondotte a due principali concezioni antropologiche: quella di chi crede che la propria vita sia disponibile e quella di coloro che, ritenendo che appartenga a tutti tranne che all’individuo ( a Dio, allo Stato…) ne affermano la assoluta ed indiscutibile indisponibilità.

Tra i grandi meriti di Piergiorgio Welby vi è senza dubbio quello di aver trascinato, anche contro la preminente volontà politica, tutti i cittadini italiani a discutere su un tema che sembrava dovesse essere mantenuto in uno spazio circoscritto, tra corsie di ospedale ed aule dei tribunali, perché la stessa parola era considerata tabù.

“EUTANASIA”: il termine evoca oggi ancora angoscia di morte, di una morte che la nostra società ha trasformato in un “evento” tecnicamente assistito al di fuori dell’ambiente familiare, incapace di accettarla come un “processo” naturale sul quale l’interessato, adeguatamente informato, avrebbe il diritto di esprimere il proprio parere.

Sembra di assistere a quel fenomeno che non più di una ventina di anni fa costringeva all’uso della parafrasi “…un male incurabile…” per indicare ciò che oggi, senza apprensioni particolari, si esprime semplicemente con il termine tumore.

Quanto dovremo ancora attendere, perché la parola eutanasia possa essere pronunciata con il suo originale significato etimologico? E forse giova ricordare che il vocabolario della lingua italiana ancora distingue tra “eutanasia attiva” e “passiva”, individuando nella prima la condotta di chi somministrando un farmaco o una miscela di sostanze provoca la morte, e riservando alla seconda il comportamento di chi con la sospensione di un trattamento medico che mantiene artificialmente in vita il paziente, assiste al suo decesso.

Tali termini hanno valore in ambito giornalistico, o nel corso di un dibattito politico, ma non in quello giuridico. Il nostro codice penale prevede infatti (al Titolo XII Capo I: DEI DELITTI CONTRO LA VITA E L'INCOLUMITA' INDIVIDUALE) una sola fattispecie di reato, denominato “omicidio del consenziente” (Art. 579 c.p.) applicabile al comportamento descritto in precedenza come “eutanasia attiva”.

Se inoltre consideriamo che i recenti pronunciamenti della Procura in merito all’ordinanza del tribunale Civile di Roma proprio sul caso Welby hanno confermato il diritto costituzionalmente garantito del cittadino a rifiutare ogni trattamento terapeutico non ritenuto accettabile (sulla base di considerazioni strettamente personali) anche se indispensabile a mantenere in vita il soggetto (si veda a titolo di esempio il rifiuto della emotrasfusione opposto dai Testimoni di Geova) si può facilmente comprendere come la eutanasia passiva sia già di fatto prevista nel nostro ordinamento giuridico, anche se il termine ancora non può essere pronunciato senza suscitare disagio o imbarazzo.

Piergiorgio Welby, prima di lasciarci, ha consegnato un testimone alla moglie Mina: le ha chiesto di continuare il dibattito sull’eutanasia da lui iniziato e non ancora concluso.

Il suo messaggio è stato raccolto da molti cittadini italiani che non appartengono all’area politica radicale ma che hanno voluto ugualmente partecipare all’ultimo saluto di un uomo che ha vissuto ed è morto portando il proprio corpo nel cuore della politica. Ciò che altri cittadini gli rimproverano è di essere stato un laicista, nella definizione satirica di Staino: un laico che non sa stare zitto.

Folla di cittadini a Roma, durante i funerali laici di Piergiorgio Welby, il 24 dicembre 2006.


Autore: Luigi Montevecchi


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