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Articolo pubblicato il 17-03-2006
di Roberto Panzarani1
Numero 26 - Anno 3
17 Marzo 2006
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Innovazione ed economia sostenibile
“ La leadership è creare un mondo
a cui le persone desiderino appartenere”
Nei due ultimi decenni il mondo è divenuto complessivamente più ricco; ma mentre alcune
nazioni hanno conseguito grandi risultati economici, altre sono rimaste indietro.
La crescita della ricchezza globale non ha abolito e neppure ridotto la povertà.
Quasi dovunque, la globalizzazione ha fatto sorgere da un lato un nuovo ceto di multimilionari,
e dall’altro una classe povera; e non soltanto nel senso statistico del termine – riferito
ai livelli di reddito sotto la metà della media nazionale – ma con l’aggravante
dell’esclusione delle opportunità che dovrebbero essere aperte a tutte.
Se il dinamismo della globalizzazione è andato a beneficio di molti, al tempo stesso
ha accentuato le disuguaglianze.
Esiste oggi una distanza quasi inimmaginabile tra i paesi estremamente ricchi e quelli
estremamente poveri ed una gamma completa di possibili situazioni intermedie.
Ruolo fondamentale nel processo di sviluppo è giocato dalla scienza e dalla tecnologia.
Guardandoci un pò attorno scopriamo che: in Malawi, l’ 84% della popolazione vive in contesti
rurali; in Bangladesh il 76%; in India, il 72%; e in Cina, il 61%.
Negli Stati Uniti al capo opposto del processo di sviluppo, la media è del 20%.
Se lo sviluppo economico è raffigurabile come una scala in cui i gradini più alti
rappresentano le tappe di avvicinamento al benessere economico, al livello più basso
troviamo circa 1 miliardo di persone, i più poveri fra i poveri o gli estremamente poveri
del pianeta: troppo malati e affamati lottano ogni giorno per la sopravvivenza.
Quello che riescono a guadagnare, ogni giorno, si misura in centesimi, non in dollari.
Qualche gradino oltre, lungo la scala, al vertice del mondo povero si trova circa un altro
miliardo e mezzo di persone. Parliamo dei “poveri”.
Lottano per sbarcare un misero lunario, nelle città e nelle campagne, la loro vita è
caratterizzata da ristrettezze economiche costanti e dalla mancanza dei più elementari
comfort, come acqua potabile e servizi igienici.
Ad oggi, gli estremamente poveri sono circa 1 miliardo di persone e i poveri 1 miliardo
e mezzo rappresentando circa il 40% della popolazione mondiale.
Altri 2 miliardi e mezzo di persone, si trovano qualche gradino sopra, nei paesi a reddito
medio.
Sono famiglie con un reddito pari alla media globale, ma non possono essere confrontati
con le famiglie della classe media dei paesi ricchi: hanno i comfort di base nella propria
casa, vivono per la maggior parte in città; hanno un abbigliamento idoneo e i loro figli
frequentano la scuola; la loro alimentazione è adeguata.
Salendo ancora qualche gradino troviamo il rimanente miliardo di persone, circa un sesto
della popolazione mondiale, che vive nei paesi ad alto reddito.
Queste famiglie benestanti vivono, nella stragrande maggioranza in paesi
ricchi, ma sta aumentando il numero di quelle che rappresentano l’ élite
economica dei paesi a reddito medio: le decine di milioni di ricchi che vivono in
città come Città del Messico, Shanghai o San Paulo.
La buona notizia in uno scenario così buio, è che più della metà del mondo sta progredendo
economicamente.
Il progresso è evidente nell’aumento del reddito personale e nella diffusione di beni
come telefoni cellulari, apparecchi televisivi, ma ancor più nella lettura dei
parametri statistici cruciali per la definizione del benessere, come l’aumento d
ell’attesa media di vita, la diminuzione del tasso di mortalità infantile, l’aumento
del livello di istruzione scolastica, la diffusione dell’accesso all’acqua potabile e
ai servizi igienici.
Ma il più grande dramma del nostro tempo è che un sesto dell’umanità non è neppure al
primo gradino della scala dello sviluppo. Un enorme numero di persone è vittima della
trappola della povertà estrema ed è impossibilitato a sottrarsi con le proprie forze a
questo stato di totale deprivazione materiale.
Una trappola fatta di malattia, isolamento fisico, esposizione al cambiamento climatico,
degrado ambientale ed estrema povertà in se stessa.
I dubbi sulla globalizzazione rispecchiano anche questo nuovo stato d’animo, e sono
in gran parte l’equivalente a livello planetario di quelle proteste contro le disuguaglianze.
E’ indispensabile riconoscere che nonostante il grande contributo che un’ economia globale
può senza alcun dubbio dare alla prosperità del mondo dobbiamo far fronte anche a vastissimi
fenomeni di disuguaglianza e ingiustizia planetaria.
Di fatto non c’è nessun vero conflitto
tra il volere resistere a tale disuguaglianza e ingiustizia e il capire e assecondare gli
aspetti positivi che le relazioni economiche, sociali culturali e globalizzate hanno in
tutto il mondo.
La resistenza alle disuguaglianze globali richiede iniziative sia globali, sia nazionali,
sia locali.
Centrale diventa in questo scenario l’esigenza di creare e tenere in vita comunità
sostenibili, ovvero ambienti sociali, culturali e fisici nei quali possiamo soddisfare i
nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza danneggiare le generazioni future.
Sin dalla sua prima introduzione nei primi anni 80, il concetto di sostenibilità è stato
spesso distorto, abusato e persino banalizzato da un uso esterno al contesto ecologico
che gli dà il significato corretto.
Ciò che è “sostenuto” in una comunità sostenibile, non è la crescita o lo sviluppo
economico, ma l’intera rete della vita da cui dipende la nostra sopravvivenza a lungo
temine.
Il primo passo in questo direzione, deve essere, l’ “ecoalfabetizzazione”: comprendere i
principi organizzativi che gli ecosistemi hanno sviluppato per sostenere la rete della vita.
L’ecoalfabetizzazione è una dote per i politici, gli uomini d’affari e i professionisti in
tutti i campi.
Di più, l’ecoalfabetizzazione sarà fondamentale per la sopravvivenza dell’umanità nel suo
insieme, quindi costituirà la parte più importante dell’educazione ad ogni livello:
dalle scuole ai college, dalle università ai corsi di specializzazione per professionisti.
Per diventare “ecoalfabeti” dobbiamo imparare a pensare in modo sistemico: cioè in termini
di interrelazioni di contesti e processi.
Quando il pensiero sistemico viene applicato allo studio dell’ ecologia, scopriamo che i
principi organizzativi degli ecosistemi sono i principi fondamentali di tutti i sistemi
viventi, gli schemi basilari della vita.
Per esempio, possiamo osservare che in un
ecosistema non esistono rifiuti; che esistono dei cicli continui che attraversano
la rete della vita; che l’energia che guida questi cicli ecologici fluisce dal sole;
che la vita, sin dai suoi inizi ( più di tre miliardi di anni fà), non ha conquistato il
pianeta lottando, ma cooperando, associandosi e tessendo una rete di contatti.
Il compito principale negli anni a venire, sarà applicare la nostra consapevolezza ecologica
e il pensiero sistemico alla riprogettazione radicale delle tecnologie e delle istituzioni
sociali, in modo da colmare l’attuale divario tra la progettazione umana e i sistemi e
cologicamente sostenibili della natura.
La progettazione nel senso più vasto, consiste nel modellare materiali e flussi di energia
per scopi umani.
Ma quello a cui dobbiamo puntare oggi è l’ecodesign, un processo di progettazione nel
quale i nostri scopi umani sono scrupolosamente adattati ai più grandi principi e flussi
del mondo naturale.
In altre parole i principi dell’ ecodesign dovrebbero riflettere i principi organizzativi
che la natura ha sviluppato per sostenere la rete della vita.
Negli ultimi anni, sociologi, fisici, biologi, hanno trovato moltissime correlazioni tra
il funzionamento della società umana e quello di altre realtà apparentemente distanti, quali
la cellula, l’ecosistema globale, internet, l’apparato neuronale, il sistema stradale o
ferroviario di una nazione.
Gli esseri viventi non sono individui isolati, a sè stanti, ma sono immersi in una rete di
relazioni: la vita, cioè, è tale solo in quanto si struttura come sistema, come una rete
in cui tutti i diversi organismi trovano la propria realtà.
La scienza “delle reti”, sta decifrando la struttura organizzativa sottesa a questi mondi,
ed è arrivata a dimostrare che le relazioni personali, il nostro cervello, la propagazione
di virus, la comunicazione e i trasporti agiscono tutti secondo gli stessi schemi: vere
e proprie reti che sono il principio nascosto comune a tutto il nostro universo e che lo
rendono molto più semplice da interpretare di quanto immaginiamo.
Sono i legami sociali deboli a tenere insieme una società e che , in ultima analisi sono
veicoli del piccolo mondo.
Dovremmo incominciare a pensare all’individuo come nodo integrato di una complessa ragnatela
di legami sociali, economici e istituzionali. Nello spazio dei network, due nodi possono
essere intimamente connessi tra loro a prescindere dalla loro vicinanza fisica o sociale.
Ovviamente, le interferenze sociali e fisiche non perdono la loro importanza – spesso conosciamo
delle persone perché ci abitano vicino o perché sono simili a noi per certi versi, come il grado
di istruzione o la professione che svolgono – ma adesso sappiamo che esiste una relazione tra tali
fattori e lo spazio dei network, una relazione che per anni è rimasta un mistero.
Oggi il problema più affascinante e pressante è quasi sempre quello di comprendere la sottile
ed intricata alchimia organizzativa delle reti complesse.
Possiamo infatti osservare come ogni rete tende alla integrazione dei suoi componenti in una
unità superiore che sembrerebbe comportare l’insorgere di nuove proprietà (emergenti).
Ne è un esempio il nostro stesso corpo, formato milioni di cellule (ognuna delle qual è un
organismo microscopico ma di estrema complessità) che obbedendo ad una complessa distribuzione
di funzioni si specializzano, gestiscono il processo della vita interagendo le une con le altre,
appunto come una rete di grandissima complessità, che almeno nell’uomo prelude all’emergere
dell’unità superiore, dell’organismo, e persino del Sè, della mente e della coscienza.
La nascita insomma dal caos della complessità di un sistema di elementi di ordine e di una
organizzazione che sembra dotata di proprietà emergenti ignote agli elementi originali del
sistema stesso: una proprietà di autorganizzazione definita “autopoiesi”.
Ciò che definisce le caratteristiche dei sistemi biologici sono i processi metabolici, il flusso
incessante di energia e materia attraverso una rete di reazioni chimiche che consentono ad un
organismo di ripararsi, rigenerarsi e quindi perpetrarsi.
La comprensione del metabolismo richiede però di tener conto di due aspetti differenti: il
flusso di materia ed energia e la rete delle reazioni chimiche.
Il primo viene analizzato dal punto di vista della materia e usa i linguaggi della chimica.
Il secondo richiede un punto di vista formale e l’uso del linguaggi formali ( ordine,
organizzazione, complessità, etc.). i processi che comportano l’emergenza di nuove proprietà del
sistema vanno quindi compresi nella prospettiva della materia, mentre l’attività di integrazione
richiede un punto di vista formale.
A livello biologico, l’integrazione richiede l’apparizione dell’ “autopoiesi”, vale a dire
l’autocreazione di un nuovo sistema di alta complessità, processi del genere potrebbero
essere ipotizzati anche per sistemi non direttamente biologici, come le reti informatiche e
in ultima analisi, la stessa società umana.
Il livello di integrazione ipotizzabile per i processi biologici è quello della rete dei processi
metabolici, che appunto costituiscono una rete che genera la propria integrazione.
Sono questi che costituiscono una rete autopoietica.
Il processo di autopoiesi è quindi ipotizzabile in futuro, anche per la società umana nel suo
complesso, magari grazie alla interconnessione globale garantita dalla rete.
Il concetto di autopoiesi, di autorganizzazione, è applicabile alla società umana.
Ma in questo caso i processi non sono reazioni chimiche, come per il metabolismo biologico.
Sono i flussi di informazione. Le reti sociali sono autogeneranti, perchè ogni informazione che
entra nel flusso genera pensieri e significati che a loro volta producono ulteriore comunicazione.
Così, la rete, nel suo complesso, genera se stessa. E la dimensione del senso, del significato
accettato, è cruciale per la comprensione delle reti sociali.
Mentre le reti biologiche agiscono nel regno della materia, quelle sociali operano nella
dimensione del senso.
Se la connessione continua si crea un comune contesto che definiamo una “cultura”.
Per autoidentificarsi come membri di una cultura (vale a dire di una comunità), i membri
individuali di una siffatta rete sociale si comportano in un determinato modo.
Così la rete stessa genera le coordinate di una cultura non materiale, che determina i
comportamenti dei suoi membri, autoproducendo i propri confini.
Non sempre però, i processi di integrazione, di autogenerazione e le loro emergenze,
portano a strutture sane ed accettabili; a volte genera anche disastri, come i livelli
di produzione industriale planetari stanno dimostrando a livello ecologico, minacciando la
salute stessa del pianeta.
Nella natura non umana, le strutture negative, a volte emergono, ma vengono poi eliminate dalla
selezione naturale.
Ma questa non può agire nei tempi rapidi dei sistemi umani, che sono sistemi culturali.
Nei sistemi umani occorre applicare criteri culturali: questo il senso dell’eco design.
Un ecodesign è una progettazione che utilizza la saggezza dei processi naturali, messi alla
prova e raffinati nel corso di miliardi di anni, per programmare strutture ecologicamente
sostenibili.
Insomma, è la Natura stessa che deve farci da ispiratrice, modello e maestra.
Al centro della visione sistemica unificata della vita ci dice che lo schema di organizzazione
fondamentale della vita stessa è quella reticolare.
A tutti i livelli in cui la vita si esprime, i componenti di questi sistemi viventi sono collegati
tra loro secondo uno schema reticolare.
Nella nostra era dell’informatica i processi sociali e le funzioni si vanno sempre più organizzando
attorno a delle reti.
L’organizzazione reticolare è diventata sempre di più un importante fenomeno sociale e
una fondamentale fonte di potere.
Anche le organizzazioni si comportano come i sistemi viventi.
Innanzitutto più un sistema diventa grande, più si differenzia in parti, e il funzionamento
di queste parti separate deve essere integrato per mantenere in vita l’intero sistema.
Come ad esempio il corpo umano, in cui i differenti organi vitali sono integrati attraverso
il sistema nervoso e il cervello.
L’azienda è un aggregato di forme di energia che rendono possibile la funzione economizzante:
c’è l’energia organica degli agenti dipendenti; ci sono le strutture fisiche, gli edifici
e l’equipaggiamento; ci sono i materiali di processo; c’è la tecnologia e c’è la struttura
organizzativa; c’è la conoscenza.
Gli agenti e le imprese cercano e acquisiscono nicchie economizzanti, che consentono loro
l’adattamento e la sopravvivenza. Questa è l’attività che Kauffman chiama un “gioco naturale”.
La lotta per la sopravvivenza, il gioco naturale, la danza continua caratterizzano le imprese
esattamente come tutti gli altri sistemi complessi adattativi.
Il modello complesso si basa così sull’idea che l’organizzazione sia un sistema complesso
adattivo, in un ambiente turbolente e in un futuro imprevedibile. In questa situazione il
successo deriva dal non-equilibrio e dall’innovazione.
La complessità può rappresentare per uomini ed organizzazioni una grande minaccia o
una grande opportunità. I rischi connessi alla complessità generano timori.
Non sempre è facile portarsi sull’orlo del caos, sapendo che è possibile imbattersi nel
fallimento della distruzione e non solo nel successo della creazione.
Se da un lato apprendimento e innovazione sono due necessità irrinunciabili,
dall’altro esse risultano sempre più difficili.
L’orlo del caos è l’area della distruzione creativa: rischia di far precipitare le
organizzazioni nella distruzione, ma è il luogo più favorevole alla creazione a
all’innovazione.
Un sistema complesso che non si porti sull’orlo del caos è destinato a morire per troppa
stabilità o troppa instabilità.
Mediante la disorganizzazione creativa invece le
organizzazioni possono sopravvivere creando il nuovo, pur dovendo convivere con i rischi
che ogni disorganizzazione porta con sè.
In uno scenario instabile in cui non è possibile prevedere, le organizzazioni che
costruiscono scenari futuri alternativi, colgono i segnali deboli e sono strategicamente
flessibili, possono essere in grado di cogliere l’attimo che si presenta inaspettato.
La complessità è creatività perchè introducendo la cultura dell’ and – contrapposta alla
cultura dell’ or - avvicina concetti contrapposti, accetta la diversità e genera quindi
novità e cose inaspettate grazie all’esplorazione di nuovi sentieri.
Ed è in questo contesto che oggi, due innovazioni registrano dei profondi impatti sul
benessere e sugli stili di vita dell’umanità.
Entrambi hanno a che fare con le reti e con l’introduzione di tecnologie radicalmente nuove.
La prima consiste nell’ascesa del capitalismo globale; la seconda è data dalla creazione
di comunità sostenibili basate sulla formazione ecologica e sulla pratica dell’ecodesign.
Se il capitalismo globale ha a che fare con le reti elettroniche in cui scorrono i flussi
di capitali e di informazioni, l’ecodesign si occupa invece delle reti ecologiche
attraversate dai flussi di energia e di materia.
Lo scopo dell’economia globale è quello di massimizzare la ricchezza e il potere
della sua élite; lo scopo dell’ecodesign è quello di massimizzare la sostenibilità della
rete della vita.
Questi due scenari si trovano oggi in rotta di collisione. La forma attualmente assunta dal
capitalismo globale è ecologicamente e socialmente insostenibile.
Il cosiddetto “mercato globale” è in realtà una rete di macchine programmate secondo
il principio base per cui il far soldi viene prima dei diritti umani, della
tutela ambientale, della democrazia e di ogni altro valore.
Probabilmente una grande sfida sarà quella di cambiare il sistema di valori che sta alla
base dell’economia globale, in modo da renderla compatibile con le esigenze della
dignità umana e della sostenibilità ecologica.
Oggigiorno, grazie alla grande versatilità e accuratezza delle nuove tecnologie
d'informazione e comunicazione, è tecnicamente realizzabile un'effettiva regolazione
del capitalismo globale secondo princìpi e valori umanistici ed ecologici.
La nostra sfida nel XXI secolo sarà quella di trasformare il sistema di valori
dell'economia globale in modo da renderlo compatibile con la dignità umana e
la sostenibilità ecologica.
È un'impresa che trascende tutte le differenze di razza, cultura o classe.
La Terra è il focolare domestico che tutti abbiamo in comune: creare un mondo
sostenibile per i nostri figli e per le generazioni future è compito di tutti noi.
Si tratterà in altri termini di cominciare a sviluppare forme sociali ed economiche che
siano realmente sostenibili, ossia inserite in questa rete che, per oltre tre miliardi
di anni ha garantito la vita sulla Terra.
Infinite sono le possibilità davanti a noi, così come Jorge Luis Borges in El
jardin de los senderos que se bifurcan (1941) ha scritto:
“lascio ai vari futuri (non a tutti) il mio giardino di sentieri che si biforcano”.
Bibliografia
Buchanan M., Nexus. Perché la natura, la società, l'economia,
la comunicazione funzionano allo stesso modo, Mondadori, Milano, 2004
Capra F., La scienza della vita, Rizzoli, Milano, 2002
De Toni Alberto; Comello Luca, Prede o ragni? Uomini e organizzazioni nella ragnatela
della complessità, Utet, Milano, 2005
Panzarani R., La complessità e il business: contesti competitivi e processi di
innovazione nella “adptive enterprise”. in Albino V., Carbonara C., Giannoccaro I.,
“Organizzazioni e complessità. Muoversi tra ordine e caos per affrontare il cambiamento”,
Franco Angeli, Roma, 2005
Panzarani R., Il viaggio delle idee, Franco Angeli, Milano, 2005
Sachs J., La fine della povertà. Come i paesi ricchi potrebbero eliminare
definitivamente la miseria dal pianeta, Mondatori, Milano, 2005
1 Roberto Panzarani è Presidente dello Studio Panzarani &
Associates e docente di "Processi di Innovazione nelle organizzazioni" presso
la Facoltà di Psicologia 2 dell'Università La Sapienza di Roma.
Da molti anni opera nella formazione in Italia.
E' stato tra l'altro responsabile della formazione in Alitalia, dove ha
fondato l'Alitalia Business School.
E' stato Presidente dell'A.I.F. (Associazione Italiana Formatori) e attualmente è
Presidente di Governance (Associazione per la promozione della conoscenza e
delle competenze per l'esercizio delle responsabilità direzionali).
Studioso delle problematiche relative al capitale intellettuale in contesti ad elevata
innovazione e autore di svariate pubblicazioni, nel 1999 è stato
consulente per la Presidenza del Consiglio nella stesura del Master Plan per la Formazione.
Esperto di Business Innovation, attualmente si occupa dello sviluppo di programmi di formazione
manageriale per il top management delle principali aziende ed istituzioni italiane.
I suoi ultimi libri sono : “Gestione e sviluppo del Capitale Umano: le persone nel bilancio
dell'Intangibile di una organizzazione “ Ed. Franco Angeli 2004 e “Il viaggio delle idee:
per una governance dell'innovazione” Ed. Franco Angeli 2005.
* L'autore ringrazia la Dr.ssa Paola Previdi per il prezioso contributo offerto alla stesura dell'articolo.
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Autore: Guido Donati
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