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Articolo pubblicato il 17-03-2006
di Massimiliano Cannata
Numero 26 - Anno 3
17 Marzo 2006
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Nell’ignoranza non ci può essere competizione
“Governance dell’innovazione” per il mondo delle aziende e del management
un tema cruciale per affrontare il futuro della competizione globale.
Come si fa ad organizzare le competenze nelle organizzazioni per alimentare
l’economia della conoscenza nell’universo della net economy?
A questo interrogativo hanno cercato di rispondere gli esperti prendendo
in esame suggerimenti e proposte per rendere più competitivo il nostro
sistema della scuola e della formazione. Al centro del dibattito il ruolo
delle imprese,in relazione alle strategie,ai metodi e ai tempi con cui si
manifestano i processi innovativi in un ambiente caratterizzato da instabilità,
distorsioni e fluttuazioni caotiche.
“L’innovazione è inefficiente e spesso indisciplinata, si contraddice, è iconoclasta
e si nutre di confusione e contraddizioni.
Essere innovativi è, infatti,
l’opposto di quello che quasi tutti i genitori si aspettano dai loro bambini,
quasi tutti i dirigenti vogliono dalle loro aziende, quasi tutti i capi di
stato esigono dai loro paesi.
Le persone innovative, non dimentichiamo,
sono decisamente scomode”.
L’icastica descrizione di Nicholas Negroponte, tra i primi “profeti” indiscussi
dell’era digitale, può essere una chiave utile per entrare nello spirito
dell’interessante dibattito organizzato lo scorso 23 febbraio da Governance,
la business community italiana ed europea che ha come scopo la promozione della
conoscenza e delle competenze per l’esercizio delle responsabilità direzionali.
Presso l’istituto di fisica dell’Università La Sapienza di Roma è stato trattato
un tema, in questo momento al centro della riflessione di molti studiosi e manager:
La governance della conoscenza, l’antiretorica e la provocazione dello studioso del
MIT hanno così trovato una palestra dialettica adatta a far precipitare la teoretica
dei principi, nella prassi delle riforme e di quegli interventi concreti di cui
L’Italia ha bisogno per reggere i ritmi della competitività.
“Il tessuto semantico e culturale dei due termini – ha spiegato in apertura Roberto
Panzarani, docente di Processi di innovazione nelle organizzazioni e attualmente
alla guida della prestigiosa community - ha una radice sfaccettata che fa da
specchio alla complessità del contesto storico e politico che stiamo vivendo.
Per lanciare un messaggio forte abbiamo voluto coinvolgere un filosofo delle
idee, Gian Luca Bocchi, un fisico studioso di sistemi complessi di fama
internazionale, Luciano Pietronero e l’epistemologo Silvano Tagliagambe, perché,
da molteplici punti di vista, sono stati testimoni dello sforzo e nello stesso tempo
delle contraddizioni che il nostro Paese sta sperimentando nel tentativo di
rilanciare la ricerca e l’innovazione, ingredienti indispensabili per il successo
delle imprese e per garantire la nostra permanenza nel novero dei paesi più
sviluppati.
Questo della Sapienza è il primo di una serie di incontri
monotematici sulla Governance della conoscenza che faranno da base
teoretica e metodologica per l’avvio di un processo di riflessione sul
futuro, che deve vederci impegnati in primo piano se non vogliamo
passivamente rassegnarci a quel declino che sembra annunciato dalle più
recenti statistiche”.
Governance ? facile a dirsi come dimostra l’uso indiscriminato di questa
etichetta “tanto che - ha ricordato Alessandro Sciorilli, giornalista ed
editor dell’Associazione – stiamo rischiando di condire un’insalata all’
italiana, un pasticcio di sapori difficilmente comunicabili all’estero”.
Sembra più difficile ad attuarsi in quanto presuppone la capacità di
controllare i processi produttivi e innovativi, di disciplinare le
scelte strategiche, di orientare le politiche di sviluppo verso scopi
concreti e facilmente definibili.
Non ci può essere conoscenza senza
padronanza del metodo scientifico di acquisizione del sapere, che si
fonda su una valutazione oggettiva dei fatti, sull’esercizio delle categorie
intellettive e della sintesi razionale, indispensabili per realizzare
una rielaborazione critica dei contenuti che oggi provengono dall’universo
mutante dell’information society.
Un terreno difficile su cui l’umanità
fin dalle sue origini si interroga trovando risposte sempre diverse,
in relazioni alle epoche, alle culture alle tradizioni.
“Ho lavorato
sulla riforma di una scuola che vorremmo, con uno slogan, più colta
e meno gentile – ha detto Silvano Tagliagambe. Per fare da motore
all’innovazione il sistema dell’istruzione deve essere al passo con
i tempi, che non significa essere alla moda, ma semmai in sintonia
con i ritmi del divenire storico e sociale.
Sembra quasi che il
vecchio modello fordista dei compartimenti stagno avesse tenuto
solo nella nostra scuola, ma come si fa mi ad essere competitivi
se non si avvia un’innovazione che deve toccare: prima i soggetti
che vi operano, poi le strutture spesso inidonee o fatiscenti, e in
ultimo l’eterogeneità dei contesti e la trasferibilità dei saperi.
Le competenze servono a livello strutturale perché ci consentono di
riorganizzare la conoscenza, e a livello contestuale, quando il know how
acquisito si misura nella operatività, sostanziando le nostre abilità
pratiche, in sintesi il nostro saper fare”.
I dati dell’OCSE confermano l’analisi di Tagliagambe: su 42
Paesi presi in esame sul terreno della competenza scientifica
l’Italia occupa la ventottesima posizione, alcune regioni del
Nord Ovest si collocano tra il quinto e il sesto posto, la debacle
si registra quando entrano nella media le Regioni del Centro Sud con
risultati che, fatte le dovute eccezioni, non vanno oltre il 36 posto.
Una realtà a due velocità che avrebbe bisogno di una cura massiccia e
di politiche mirate per rilanciare le competenze, la formazione e la
libera intrapresa.
“Inutile perdersi in argomentazioni astratte -
ha incalzato Pietronero – quando un’ora di lavoro in Cina costa da 2
a tre dollari contro i 25 dei Paesi Occidentali, la competitività diventa
un flatus vocis, un’utopia.
Investiamo poco nella ricerca? D’accordo,
ma vorrei ricordare che in quell’1% che è il nostro rapporto ricerca/PIL
che entra in tutte le analisi matematiche e sociologiche, l’apporto più
deficitario è quello del settore privato. Come fare allora?
L’università
deve formare professionalità flessibili, capaci di praticare effettivamente
l’interdisciplinarietà, bisogna poi lavorare sull’immagine della scienza,
che nel nostro Paese
rimane ancora negativa.
Le materie scientifiche sono considerate cadette
rispetto alla cultura umanistica, un gap ingiustificabile che va colmato
al più presto. L’impresa dal canto suo deve investire sul capitale
umano, altrimenti rischiamo di perdere tutto il nostro patrimonio di
talenti e di creatività”.
Abituati a concepire l’impresa nella sua fisicità, nelle quantità,
nelle dimensioni, nella produttività, quali vecchi retaggi della prima
rivoluzione industriale facciamo fatica a comprendere i lineamenti del
nuovo paradigma su cui si basa l’economia della conoscenza.
Un’azienda
può essere anche fatta da due individui, che fanno rete mettendo in comune
le intelligenze e i saperi, in molti contesti geografici questo è realtà.
Esiste un contesto industriale (pensiamo al Nord Est dell’Italia dove
la logica dei distretti sta mutando nella prospettiva della net economy )
con cui dobbiamo imparare a misurarci, accettando la sfida della
globalizzazione.
Per Gian Luca Bocchi la pluralità dei linguaggi delle
culture, dei valori sono fattori che stanno mutando con grande velocità
e che concorrono ad alimentare una nuova rivoluzione industriale.
“Quello che in molti casi continua a mancare – ha commentato il
filosofo - cosa che è già successa con tutte le grandi scoperte
dalla scrittura, alla macchina a vapore, all’evoluzionismo di
Darwin, è la capacità di connettere, di vedere il sistema, di
mettere in relazione con capacità critica il vecchio e il nuovo,
la continuità e il cambiamento.
I salti innovativi sono spesso
amplificazioni di situazioni casuali, vengono fuori da fatti
marginali e non dalla concentrazione di grandi trust di
competenze e di cervelli su un dato problema.
Perciò dal
mio punto di vista, non serve controllare rigidamente luoghi,
fasi e momenti del processo innovativo, quanto piuttosto diventare
facilitatori, connettori di quelle idee che propagandosi nella
logica della rete sono destinate a lasciare una traccia nella
storia e nella quotidianità.
Rete, alleanze, tempo e amplificazioni
di questi quattro momenti è fatta la governance della conoscenza,
quando è veramente matura per trasmutarsi in governance dell’innovazione.
Al di là di ogni mistica del genio, la scoperta è frutto del lavoro di
squadra, del confronto dell’intelligenza collettiva. Per questo credo
che il Paese non abbia bisogno di scorciatoie: crescere costa fatica,
è molto difficile costruire un ambiente che può renderci più o
meno fertili al cambiamento e all’innovazione, ma non ci
sono alternative”.
Altre soluzioni a sentire anche gli studenti e il pubblico che
hanno preso la parola nella seconda parte del seminario proprio
non esistono, se non quella prospettata da Gregory Bateson
che figurava, non a caso nell’agenda ufficiale della giornata:
“La cosa è semplice! Siamo tutti molto ignoranti e nell’
ignoranza non ci può essere competizione”.
Uomo, anzi manager avvisato…
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Autore: Massimiliano Cannata
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