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Articolo pubblicato il 17-07-2006
di Roberto Panzarani

Numero 30 - Anno 3
17 Luglio 2006





Quali competenze per essere innovatore

“ Scienza è qualunque disciplina in cui uno stupido della nuova generazione sa di più del genio della generazione precedente”
Max Gluckman

La leggenda vuole che Newton scopra la gravità improvvisamente, dopo la caduta di una mela sulla testa e che Darwin scopra l’evoluzione dopo aver osservato alcuni uccelli alle isole Galapagos durante una giovanile e avventurosa navigazione intorno al mondo.

L’innovazione quindi, anche la grande innovazione quella che segna il passaggio delle epoche della storia umana, sarebbe il frutto del caso o di un’illuminazione improvvisa che accade a persone singolari. L’immagine è quella di una lampadina che si illumina nella testa di un genio, il quale ne è quasi travolto, come se fosse il recipiente di un’azione altrui.

Di creatività si sente in effetti parlare nelle circostanze più varie e spesso a sproposito: da un campionamento casuale, sembra prevalere l’idea che essere creativi significhi essere visitati da una specie di daimon che romanticamente sussurra all’orecchio della nostra mente frasi ispirate e idee sconvolgenti.

Ci vuole poco, dunque, ad essere creativi: basta chiudere gli occhi e fare un bel pensiero, magari carico di ottimismo.... La realtà, purtroppo è molto diversa. Il mito tutto italiano che la creatività è figlia dell’arte di arrangiarsi e quindi della felice improvvisazione individuale si scontra brutalmente, una volta che si consideri la struttura dei processi cognitivi che presiedono alla nascita delle idee creative, con una semplice constatazione: l’idea creativa nasce più facilmente dal confronto di più intelligenze che dall’intuizione isolata del singolo.

Anzi, il singolo può con grande facilità cacciarsi in un vicolo cieco nel quale è prigioniero del suo modo personale di formulare un problema che può nascondergli la strada verso la soluzione.

Ma perché possa esserci un confronto di intelligenze su un problema, occorre avere a che fare con un contesto sociale in cui sono in molti a ricercare: occorre cioè una società orientata alla produzione di conoscenza e non una società che deleghi a pochi creativi il compito di far funzionare la testa.

Oggi si parla di normalizzazione o meglio di “naturalizzazione” della creatività. Non è la magica esplosione di un’idea, né un flash abbagliante, ma una catena di reazioni che connette molte piccole scintille sparse. E’ questo, un primo elemento forte, assodato alla ricerca neurobiologica: creatività ed innovazione come capacità di connettere idee, piani di ragionamento e quindi anche circuiti cerebrali distanti tra loro.

E’ per questo che l’innovazione non può essere considerata solo un fatto tecnico, un metodo rigido che determina il successo di un’idea, di un’intuizione, di una proposta, è piuttosto il frutto di un’attitudine mentale, di una predisposizione psicologica che va alimentata con la ricerca, il confronto, lo scambio di più punti di vista.

La convinzione di fondo è quella di un'organizzazione del futuro che apprende grazie ad un’osmosi fertile di idee, creatività, proposte con altri mondi: il giornalismo, la cultura accademica, la ricerca,.... In ogni momento e' contemporaneamente un insieme di competenze, attitudini ed esperienze, patrimonio di dirigenti e quadri; è un complesso sistema di informazioni sui propri prodotti, sulla propria struttura interna e sulle proprie relazioni con il mondo economico esterno.

Le organizzazioni e i manager riconoscono oggi, la necessità di "sfidare" la complessità dei cambiamenti in atto, focalizzandosi su nuove opportunità di crescita e competitività mediante l'uso di strumenti formativi innovativi e diversificati. Contemporaneamente, la globalizzazione e i processi di innovazione in atto nel business e nella politica mondiale comportano una maggiore complessità di strategie e soluzioni da adottare.

Il futuro è imprevedibile, complesso, interconnesso. Bisogna essere pronti a cogliere l’attimo. E bisogna, molto spesso inventarsi questo attimo creativo, mediante l’apprendimento continuo in rete e una costante tensione verso l’innovazione e lo sviluppo. Il futuro appartiene a chi sa immaginarlo e il motore della creazione è il dream, dei singoli e dei gruppi.

In tale scenario, quali sono le competenze dell’innovatore del XXI secolo? Quali talenti deve possedere? Quanti cappelli deve portare? Qual’è la sua attitudine? Nella ragnatela della complessità gli uomini e le organizzazioni potranno accettare la sfida, con l’obiettivo di coglierne l’opportunità, oppure non accettarla, con l’obiettivo di minimizzare i rischi.

Se accettano la sfida dovranno confrontarsi con nuove idee, situazioni, percorsi, e dovranno perciò anche essere pronti a cambiare se stessi. Dovranno cioè essere disponibili a processi di distruzione creativa. Definita una strategia, una direzione di marcia, la chiave è essere consapevoli che lungo il percorso è possibile che si individuino obiettivi diversi rispetto a quelli ricercati e di gran lunga più importanti.

Non è vero che sia conveniente predefinire dove si vuole arrivare e che dopo si debba realizzare il piano definito. È più opportuno mettersi nelle condizioni di cogliere quello che potremmo definire l’attimo creativo. Dobbiamo essere sempre pronti sul piano strategico a riorientare le nostre scelte in funzione di scenari che stanno cambiando.

Paradossalmente scegliamo di non scegliere direzioni prestabilite, ma di restare aperti a tutte le possibili direzioni. Scegliamo di restare in rete pronti a cogliere l’attimo creativo. Fare rete con più attori possibili rappresenta uno dei modi possibili per vincere la sfida della complessità. Si tratta di pensare ad una cultura del possesso ad una cultura del presidio, da quella del castello a quella della rete. Sapersi muovere all’interno di un sistema sempre più complesso.

Per sistema si intende una entità che si mantiene in vita e funziona come un tutto attraverso l’interazione delle parti. Adottare un pensiero complesso, significa, attingere a discipline diverse, da quelle tradizionali come la fisica, chimica, biologia, matematica ecc, ma anche da altre discipline quali: cibernetica, meteorologia, teoria del caos, intelligenza artificiale, scienze cognitive, ecologia, economia, evoluzione, genetica, teoria dei giochi, immunologia ecc.

Indispensabile è utilizzare un nuovo paradigma che ci aiuta a vedere al di là di eventi isolati e indipendenti, per giungere a identificare dimensioni più profonde, acquisendo una migliore capacità di comprendere e capire. Innovatore è colui che si sofferma sulle opportunità piuttosto che sui limiti, che scopre nuove azioni e non difende quelle passate, che stimola la discussione e non la tranquillità, che incoraggia il dubbio e la contraddizione invece delle convinzioni.

L’innovatore deve essere in grado oltre che di trovare risposte ( problem solving), anche di riformulare i problemi secondo punti di vista diversi (problem setting). E’ colui che invece di sopprimere e minimizzare il cambiamento lo cerca. Invece di reagire ai problemi, anticipa le future minacce ed opportunità; invece di soluzioni locali, fa una ricerca globale dei corsi di azione alternativi; invece di una sola alternativa ne genera molte; invece di scegliere una sola alternativa soddisfacente, sceglie quella migliore tra quelle disponibili.

Indispensabile per un’innovatore è adottare uno “sguardo cosmopolita”, capace di leggere i mutamenti esterni nella loro profondità, il senso del mondo e della mancanza di confini.

Uno sguardo quotidiano, vigile sulla storia, riflessivo, uno sguardo dialogico capace di cogliere le ambivalenze nel contesto delle differenze che sfumano e delle contraddizioni culturali. Esso mostra non soltanto la “lacerazione”, ma anche la possibilità di organizzare in una cornice culturale multietnica la propria vita e la convivenza.

È uno sguardo nello stesso tempo scettico, disilluso, autocritico che consenti però di approdare nell’ empatia delle emozioni. Per la prima volta nella storia umana è data la possibilità, a seguito di profonde trasformazioni politiche e tecnologiche, che nasca lo spazio esperenziale contemporaneo di una civiltà globale caratterizzata da eventi globali quotidiani, dalla cooperazione globale e dall’empatia globale.

Il fatto è che assistiamo alla possibilità di un orizzonte di percezione e di esperienza di un solo mondo, nel quale però continuano ad esistere le diversità delle culture e crescono le interdipendenze. L’empatia cosmopolita si compenetra, si integra e si colora con l’empatia nazionale.

Ulrick Beck ( cfr. Lo sguardo cosmopolita, 2005) individua cinque principi costitutivi dello sguardo cosmopolita:
  • Il principio dell’esperienza di crisi della società mondiale, ossia dell’interdipendenza percepita attraverso i rischi e le crisi globali, il crollo dei confini tra interno ed esterno, tra noi e gli altri, tra il nazionale e l’internazionale

  • Il riconoscimento delle differenze della società mondiale, con il conseguente carattere conflittuale della società mondiale e la curiosità per l’alterità degli altri

  • L’empatia cosmopolita e il cambiamento di prospettiva e quindi della virtuale intercambiabilità delle situazioni (come opportunità e come minaccia)

  • L’invivibilità di una società mondiale senza confini con la spinta che ne deriva a tracciare nuovi-vecchi confini e a innalzare nuovi-vecchi muri

  • La mescolanza, che afferma che le culture e le tradizioni locali, nazionali, etniche, religiose e cosmopolite si compenetrano, si connettono, si mescolano; il cosmopolitismo senza provincialismo è vuoto, il provincialismo senza cosmopolitismo è cieco.
Nell’era dello sguardo cosmopolita, dal momento che tutti gli uomini pensano e sentono più o meno nello stesso modo, ogni essere umano può accedere alle sensazioni di tutti gli altri: gli basterà gettare uno sguardo rapido su se stesso. Perciò non vi sarà nessuna miseria che egli non possa comprendere senza fatica e le cui proporzioni non suscitino in lui l’istinto della solidarietà, si tratti di amici o di nemici: la sua forza immaginativa fa si che egli possa mettersi immediatamente nei panni altrui.

Il mondo dello sguardo cosmopolita è in un certo senso un mondo di vetro. Le differenze, i contrasti, i confini devono essere definiti a partire dal presupposto che gli altri sono per principio uguali. I confini rispetto all’altro non sono più bloccati e oscurati, ma diventano trasparenti.

Entrambi, l’empatia e l’odio, il senso della mancanza dei confini e la nostalgia per i vecchi-nuovi confini, mettono in luce che lo sguardo cosmopolita è uno sguardo politicamente ambivalente, riflessivo. Dove le distinzioni e le dicotomie apparentemente eterne diventano sterili, si arrestano, si dissolvono e si mescolano.

Per l’innovatore capire non significa collocare l'oggetto di studio nella mappa conosciuta del reale, definendo cos'è, ma intuire in cosa, quell'oggetto, modifica la mappa, rendendola irriconoscibile. Può essere considerato il genio assoluto di un'arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia, e adesso sarebbe più proprio definire come: l'arte di vedere dentro l’indefinito ed immaginare le mutazioni un attimo prima che avvengano.

Ci troviamo quindi in grande difficoltà rispetto a un mondo che cambia vorticosamente e non ci lascia spazi né di manovra né di previsione. Dobbiamo però valorizzare lo stesso tutto quello che facciamo o tentiamo di fare. Su questo ci viene in aiuto questa storia.

“ Tardi nella sua vita, Edison stava lavorando su un problema attinente l’illuminazione: come costruire un filo per la sua lampadina nuova di zecca, che non si incendiasse subito come sembrava facessero tutti i materiali che aveva provato fino ad allora.

Per mesi egli aveva avuto squadre di sperimentatori che avevano lavorato a tempo pieno sul problema. Infine il capo dei gruppi andò da lui con il berretto in mano: “Signor Edison, mi dispiace dirle che abbiamo fatto migliaia di esperimenti e abbiamo lavorato per migliaia di ore per trovare questo filo, ma temo proprio che tutto ciò sia stato fatto inutilmente”.

Edison guardò l’uomo e disse ‘ Sciocchezze, ora conosciamo migliaia di modi in cui non funziona!’.

Riferimenti Bibliografici

Beck U., Lo sguardo cosmopolita, Carocci, Roma, 2005

De Toni A., Pomello L., “Prede o ragni? Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità”, Utet Libreria, Milano, 2005

Florida R., L' ascesa della nuova classe creativa. Stile di vita, valori e professioni, Mondadori, Milano, 2003

Panzarani R., (a cura di), Gestione e Sviluppo del Capitale Umano, Franco Angeli, Milano, 2004

Panzarani R., Il viaggio delle idee, Franco Angeli, Milano, 2005

Rogers, C., La terapia centrata sul cliente, Psycho, Firenze, 2000

Rogers, C., Un modo di essere. I più recenti pensieri dell'autore su una concezione di vita centrata sulla-persona, Psycho, Firenze, 2001

Toffler A., L' azienda flessibile, Sperling & Kupfer, Milano, 1990

Autore: Roberto Panzarani




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