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In data 10.05.07
di Paola Franz
Anno 4
Edizione Maggio 2007
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Appello del Prof. Luigi Campanella alle Istituzioni:
“Noi esistiamo, perché non ci interpellate?”
Nell’attuale società industrializzata, stiamo vivendo un periodo di emergenze.
C’è emergenza per il cambiamento del clima che potrà provocare catastrofi ambientali,
ma c’è emergenza anche per la salute umana, poiché continui allarmanti studi
scientifici rilevano che sono in aumento le malattie dovute agli inquinanti.
In tutto ciò, quali sono le reali responsabilità della Chimica? Come influisce
sulla nostra vita? I prodotti, prima di essere messi in commercio, vengono testati,
come? È ancora valida la sperimentazione animale? Volendo iniziare a pensare
in termini di prevenzione, chi può darci le corrette indicazioni?
“ La Società Chimica Italiana conta circa 5000 iscritti ed è una delle grandi
società scientifiche nazionali che raggruppa i settori della Chimica Universitaria,
di quella Industriale, degli Enti di Ricerca e persino della Scuola.
È quindi l’espressione di una grande comunità che copre le più ampie competenze.
Non utilizzarle è colpevole….”
Ci ha detto il prof. Luigi Campanella, recentemente eletto Presidente della Società
Chimica Italiana.
Nella conversazione che segue abbiamo cercato di capire di più e di approfondire
l’argomento.
Prof. Campanella, innanzitutto complimenti per la Sua elezione.
Ora, quali compiti La aspettano come Presidente della Società Chimica Italiana?
È da tempo che mi pongo il problema del ruolo della SCI nella società civile e credo che
in passato, e non per colpa di qualcuno, ma perché la situazione, forse, non lo ha consentito,
questo ruolo non sia stato quello che compete a una società scientifica all’interno di una
società civile oramai così complessa come quella in cui attualmente viviamo.
Il cittadino ha bisogno di sentire la Scienza come un suo alleato, che lo difenda, lo protegga,
lo garantisca rispetto ai numerosi rischi e pericoli a cui è continuamente esposto e
alle scelte che, di volta in volta, è costretto a prendere, spesso con ignoranza del
contenuto delle stesse.
Quindi, una società scientifica seria, secondo me, deve, come primo traguardo, trovare un
collegamento con la società civile per rappresentare una sorta, se vogliamo, di “braccio armato”
(nel senso buono della parola), al quale appoggiarsi per avere quelle informazioni, quelle
indicazioni, libere da qualsiasi condizionamento politico, che sono fondamentali per la
qualità della vita.
C’è qualche campo in cui è necessario intervenire urgentemente?
Secondo me, sostanzialmente, occorre intervenire in tre settori: ALIMENTAZIONE,
SALUTE e AMBIENTE. Sono i tre nei ai quali il cittadino è più esposto.
Nel campo dell’alimentazione, con la ricerca di sempre nuovi alimenti, di nuove
fonti alimentari, di nuovi prodotti che possano commercialmente imporsi sugli altri,
talvolta si rischia di decadere in prodotti in cui, purtroppo, la qualità
nutrizionale è sacrificata ad altri aspetti.
C’è poi da considerare il rapporto dell’alimentazione con l’ambiente, perchè
molti inquinanti sono finiti nel ciclo alimentare. È quindi necessario accrescere
le possibilità di controllo e per farlo bisogna scendere da un livello di metodi
consentiti soltanto a grossi Centri Scientifici o a grossi Centri di Ricerca e
di Controllo, a metodi più alla portata della Comunità e che possono essere
disseminati sul territorio in modo che ognuno, ogni cittadino…. è ideale
questo, ma serve a far capire il concetto, ogni cittadino possa, a casa sua,
verificare se il prodotto alimentare che ha acquistato o che andrà a consumare,
è garantito rispetto ad elementi di qualità e sicurezza.
Questo per quanto riguarda l’alimentazione…
Nel campo della SALUTE, purtroppo, le malattie sono in continua espansione, alcune anche gravi.
La correlazione di queste con l’ambiente e con l’alimentazione è chiara, ma ci sono anche
delle connaturazioni e collegamenti di tipo genetico.
È ovvio che delle indicazioni su come comportarsi e quindi una sorta di protocollo di
comportamento delle persone, anche di quelle che sulla base delle caratteristiche ambientali,
alimentari e genetiche, sono più esposte, è certamente di grande aiuto per prevenire e
quindi ridurre i rischi che al cittadino possono derivare dalle condizioni di vita
alle quali è esposto.
Per quanto riguarda l’AMBIENTE c’è poco da inventare, la situazione è quella che è.
L’aria delle nostre città è inquinata, soltanto se si va in campagna, e non sempre,
si può respirare un’aria più accettabile. È ovvio che in queste condizioni bisognerebbe
assumere delle scelte politiche molto coraggiose.
Molte volte però, per condizionamenti che si possono anche comprendere, queste scelte non
sono possibili, ma esistono dei meccanismi di difesa rispetto ai quali i cittadini possono
essere informati e, soprattutto, ci sono degli indici di qualità che possono rappresentare
indicazioni e informazioni molto più determinanti e molto più utilizzabili di quelle attuali.
Faccio un esempio: il particolato atmosferico di cui tanto si parla, è sostanzialmente
caratterizzato sia sulla stampa, sia nella Legge, in termini solo quantitativi senza
alcun riferimento alla qualità.
Sarebbe necessario accoppiare all’indice di quantità un
indice di qualità che facesse capire poi, al cittadino, quando si espone
all’atmosfera urbana, in presenza di elevate quantità di particolato, se questo
è pericoloso, come ad esempio quello di un’area industriale particolarmente carica
o di giornate nelle quali il traffico è intenso e il ricambio d’aria molto difficile,
oppure si tratta semplicemente di polvere o di sabbia del Sahara che i venti hanno
portato e che quindi presenta, rispetto al caso precedente, condizioni di pericolo assai
inferiori.
Quali sono gli attuali rapporti tra la Società Chimica Italiana e le Istituzioni preposte alla
Salute, all’Agricoltura, all’Ambiente, ecc, che regolano la nostra società?
In passato sono state tenute e mantenute vive delle convenzioni con i Ministeri
dell’Ambiente, della Sanità e con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, ma credo
che avessero più il carattere formale di rappresentare la volontà delle Istituzioni a
collegarsi tra loro che una pratica applicazione rispetto alle integrazioni e le
cooperazioni.
Io credo invece che occorra cercare di passare dalle convenzioni ai progetti e quindi
sostituire gli accordi di tipo cartaceo con accordi di tipo sostanziale.
Le competenze della Società Chimica Italiana, che racchiude oltre 5000 Chimici di tutti i
livelli, come potete immaginare, sono elevatissime e talmente ampie e diffuse
che possono essere messe realmente a servizio del Paese.
È ovvio che da parte del potere politico ci deve essere la
volontà di utilizzare queste risorse, cosa che purtroppo in passato non sempre
c’è stata, ma è compito nostro metterle a disposizione.
Per cui il Suo è quasi un appello alle Istituzioni,
cioè “Noi esistiamo, perché non ci interpellate?”
Si, credo sia giusta questa osservazione. Vorrei, insomma, che ci fosse una sorta di
presa di coscienza. Una sorta, se volete, di “messa a disposizione”, di rappresentazione
di una comunità a dire: “Noi ci siamo, abbiamo delle competenze, vogliamo metterle a
disposizione e quindi chiediamo, e in qualche misura pretendiamo, come cittadini,
non come chimici, che queste risorse siano utilizzate da chi poi dovrà, su queste
determinazioni, su queste analisi, su queste informazioni, desumere, applicare o
dedurre nuove leggi”.
Perciò si può dire che, fino ad ora, ci sono state leggi, regolamenti, fatti da varie
Istituzioni, che hanno fatto usare la chimica senza sapere con precisione quali fossero
le conseguenze di queste scelte. In sostanza, molte volte si è cercato di eliminare
delle problematiche creandone invece di più gravi?
Credo che in parte sia vero. Non sempre cioè si è voluto tenere conto di queste competenze
messe a disposizione, con il risultato che i problemi molte volte venivano visti più per la
necessità di risolvere un’emergenza che con la convinzione e con la necessità di pensare
anche alle conseguenze di questa risoluzione.
Quindi sarebbe opportuno vedere un po’ più
avanti di quello che il potere politico tradizionale, purtroppo, è portato a vedere e
cioè essenzialmente la soluzione immediata che dia un riscontro al cittadino, del suo intervento.
Bisogna pensare che molte di queste azioni hanno un seguito, perché le conseguenze si possono
misurare anche a distanza di anni e quindi credo che quando si fanno certe scelte, l’opportunità
di appoggiarsi a delle cognizioni scientifiche solide, acquisite e certamente comprovate,
come quelle di una Comunità costituta dai migliori Ricercatori dei Centri Universitari,
di una certa disciplina, non possa essere trascurata e, anzi, debba essere assolutamente
considerata.
Dopo la Sua elezione, ha avuto la possibilità di incontrare il
Ministro della Salute e il Ministro dell’Ambiente?
Come giustamente lei diceva, attualmente, io sono Presidente eletto della Società
Chimica Italiana e la SCI ha un preciso regolamento. Il Presidente viene eletto un
anno prima per consentirgli di preparare il suo triennio di presidenza.
Quindi in quest’anno mi organizzerò per arrivare a creare delle innovazioni,
all’interno della Società Chimica Italiana, che possano portare ai risultati o
comunque agli atti che ho prima descritto. Sicuramente, in questo anno, una delle
strade che percorrerò, con maggiore intensità e con maggiore frequenza, sarà quella
del collegamento con i Ministeri importanti, la Sanità e l’Ambiente innanzitutto,
ma anche la Ricerca Scientifica e l’Università, perché credo che il rapporto
tra le Società Scientifiche Nazionali e questi Ministeri chiave sia un rapporto
fondamentale per la difesa della nostra società e quindi dei cittadini.
I media danno la diffusione necessaria ed esatta alla Ricerca e alle notizie che riguardano la Chimica?
Purtroppo no, perché si tende a vedere soltanto una faccia della Chimica. Mi ricordo il famoso
libro, con il quale ne sono emersi i problemi: “Le due facce della chimica”, in cui venivano
messi in evidenza i suoi due aspetti fondamentali, la filoecologica e la filotecnologica.
Purtroppo si tende a rilevare soltanto ciò che deriva dalla faccia filotecnologica e quindi
gli impatti negativi sulla salute e sull’ambiente di queste tecnologie dure che molte volte
in passato hanno riguardato la chimica e che i media hanno finito per denunciare, dimenticando
che però la chimica è stata determinante, ad esempio, nella rimozione degli inquinanti.
Molti degli attuali espedienti a controllo alimentare, a controllo sanitario, si basano
strettamente su interventi chimici. La chimica sta inoltre svolgendo un ruolo fondamentale
per ridurre sempre di più, fino a zero, i test sugli animali, sostituendoli con test chimici.
A tutto ciò si riesce però faticosamente a dare risalto mentre viene evidenziato molto duramente
sui giornali, anche in prima pagina, quando un’industria, per qualche motivo, ha un incidente, o
un prodotto industriale viene ritrovato in un suolo. Sono tutte cose giuste da denunciare, ma è
anche opportuno far capire che non esistono soltanto gli aspetti negativi delle discipline e
che ci sono anche quelli positivi.
E poi, spesso l’utilizzo improprio della chimica non è colpa della chimica, ma è colpa di chi la usa.
Il proverbio arabo “Fa più rumore un albero che cade, di una foresta che cresce” credo valga
sempre.
Se, attraverso i media, vogliamo influenzare il cittadino e fargli comprendere come
stanno le cose, occorre anche fargli presente che c’è una foresta che cresce e cresce anche bene.
Che cosa pensa dell’approvazione del progetto REACH da parte del Parlamento Europeo,
per fare ordine sull’impiego, la qualità e la quantità delle sostanze chimiche continuamente
immesse sul mercato e nell’ambiente?
Credo che sia sicuramente un passo in avanti, ancorché sia stato realizzato non nella forma
migliore, ma comunque è un tentativo di regolamentazione.
Purtroppo, la storia che c’è dietro e che ha portato a questa approvazione, è piena di
punti neri e di punti oscuri, cioè di momenti in cui si sono perse delle grandi occasioni.
Il numero dei composti, sicuramente è stato ridotto troppo, le quantità e le formule successive
di controllo, a secondo dei livelli, sono, probabilmente, un po’ confuse e certamente si
sarebbe potuto fare meglio. In qualche misura non si è tenuto conto anche dell’Industria e
quindi si è oscillati fra una posizione di tipo garantista e una posizione di tipo
filoindustriale finendo per scontentare gli uni e gli altri.
Come sistemi e metodi di controllo sono stati mantenuti i test su animali (quindi tutte
cose non positive), però è un primo segnale che stiamo andando nella direzione in cui prima
di immettere nell’ambiente sostanze note o non note dovrà, se non altro, esserci garantito
che queste sostanze siano state verificate in una forma che, per l'appunto, si potrà
migliorare come metodi e come contenuti, ma, comunque, dovrà esserci garanzia rispetto
all’innocuità o, se non altro, al non rischio e al basso pericolo che può derivare ai
cittadini da queste sostanze.
È vero che, attualmente, molte sostanze chimiche di normale utilizzazione, non sono
testate e vengono autorizzate dalle Autorità preposte salvo poi essere ritirate dal commercio
dopo che hanno dimostrato la loro nocività?
Eh, sì, perché i test di tossicità, i test di innocuità, sono test per i quali non ci
sono dei codici definiti. Ecco perché con il REACH, che cerca di individuare dei metodi,
si sta facendo un passo in avanti.
Il problema è stabilire se i metodi indicati sono realmente
quelli più idonei. Se, tutto sommato, tenuto conto che alcuni, ripeto, si appoggiano ancora
sulla sperimentazione animale, non sarebbe stato possibile utilizzare quanto la bibliografia
scientifica ci ha messo a disposizione.
Esistono infatti metodi alternativi che, sulla
base delle competenze scientifiche che li hanno prodotti, e soprattutto dei risultati
di queste emergenze scientifiche, potevano essere verificati e probabilmente introdotti
come metodi ufficiali.
La sperimentazione sugli animali, di determinati prodotti, non è dunque predittiva per l’uomo?
No, ogni sistema biologico ha i suoi meccanismi di difesa e i suoi meccanismi di offesa,
cioè di essere offeso. Quindi è chiaro che sistemi biologici diversi si difendono in modo
diverso e sono aggredibili in modo diverso.
È ovvio che l’uomo non è confrontabile con nessuno
di questi animali sui quali vengono fatti i test e in più c’è il problema delle dosi.
C’è il problema dell’accumulo diverso da organismo a organismo e che invece molte volte
è il responsabile della tossicità di questi composti.
Quindi dire che si possano trasferire
completamente e in modo integrale i risultati dei test sugli animali all’uomo, credo sia
improprio. È un approccio di tipo tradizionale, un po’ superato, un po’ vecchio,
che ancora si fa fatica a sostituire con metodi più nuovi che sono, ad esempio,
i test in vitro, i test sui recettori, la tossicogenomica o altro.
È come andare ancora in carrozza, mentre ci sono automobili, treni e aerei.
La sostanza sperimentata sugli animali, deve essere comunque e sempre sperimentata sull’uomo?
La legge sancisce che per avere l’autorizzazione occorrono due test: il primo deve
garantire rispetto alla tossicità dei prodotti che poi, per ottenere la qualifica di
farmaci e poter essere commercializzati come tali, devono far ricorso alla sperimentazione
clinica che, ovviamente, è molto rigorosa e richiede accorgimenti e condizioni estremamente
particolari.
Quali sono le ricerche che le stanno più a cuore e quali gli interventi che
desidera vengano attuati quanto prima?
Una è appunto quella che abbiamo appena toccato, i test chimici di tossicità per sostituire
completamente i test su sperimentazione animale.
La chimica può fare molto, perché ha compreso i meccanismi di interazione dei recettori
con moltissime sostanze, quindi questi meccanismi possono essere provati in vitro e
sempre in vitro è possibile fare delle sperimentazioni in grado di informarci
realmente ed esattamente, sulla tossicità e sul danno che può derivare all’uomo
dall’impiego di queste sostanze, perché i recettori possono essere di tipo umano.
L’altra ricerca riguarda il campo alimentare, nel quale credo che occorra andare verso
sistemi di controllo e di monitoraggio stimolando una sorta di abitudine e di indirizzo
verso l’autocontrollo.
L’autocontrollo non può essere preteso con test che costano molto denaro o che richiedono
grosse apparecchiature, perché questo vorrebbe dire escludere tutti i piccoli produttori.
Vorrebbe dire distinguere in base al censo tra chi si può proteggere e tra chi non si può
proteggere.
Allora, il problema è quello di accrescere le ricerche attraverso sistemi, e
oramai ce ne sono tanti, che possono venire incontro alla logica del semaforo, che ci
consentano cioè, di mettere un prodotto dinanzi al semaforo e vedere se questo si accende
e diventa verde o rosso. Se è verde, siamo tranquilli, se è rosso, possiamo intervenire
con tutto quello che da questo deriva.
Però, la possibilità di poter avere questo semaforo che ci dà una risposta, è un invito,
uno stimolo all’autocontrollo.
Un altro punto, per me importante, è poi quello di capire i meccanismi di rilascio e
di interazione di molti farmaci col nostro organismo, perché la tossicità dei farmaci
viene purtroppo spesso trascurata. Se ne vedono soltanto gli aspetti positivi, ma ci
sono anche quelli negativi.
Ricordo che l’Unione Europea ha lanciato un allarme proprio sulla presenza di farmaci
nelle acque superficiali che deriva dal grande uso, abuso direi, che si fa dei farmaci.
Spesso sono sostanze non biodegradabili che si accumulano, quindi la loro tossicità è
destinata a crescere, perché aumenta la quantità.
Sono campi ai quali, in passato, si è data poca attenzione vedendo nel farmaco la
soluzione di problemi, di malattie, e questo è vero, ma oggi dobbiamo considerare con
più attenzione e con più criticità questo tipo di approccio.
Come cittadino, al di là del Suo ruolo di Presidente eletto della SCI, cosa si augura per la società civile?
Beh, mi auguro che la nostra società cerchi un equilibrio. Oramai comincio ad avere un
certo numero di anni, quindi ho visto situazioni anche di estrema povertà. Ho vissuto il
boom degli anni 60 e degli anni 70 e poi la crisi di questi ultimi anni, ma credo che
tutto ciò, quando si viene da una guerra come quella che abbiamo vissuto, sia quasi fisiologico.
Se vogliamo, siamo ancora sotto l’influsso di quella guerra che ci ha spinto a crescere quanto
più rapidamente possibile e, ovviamente, dopo le grandi crescite non possono che venire i
momenti di stagnazione.
Dobbiamo quindi cercare un equilibrio che non metta però in discussione i traguardi e non
ci faccia rinunciare al dovere di una società civile di proteggere le comunità più deboli,
quindi i malati, gli anziani, i giovani.
In molti degli attuali disequilibri vediamo che queste comunità vengono trascurate.
Quando l’Università non ottiene fondi perché non ci sono, quando la Sanità ha il buco
che ha, quando è difficile trovare una collocazione dignitosa a molti dei nostri anziani
che oramai sono sempre più numerosi, ecco credo che rischiamo di riequilibrare la società
in modo sbagliato, a danno proprio dei più deboli.
Il problema è riequilibrarla, probabilmente, a danno dei più forti. Il che non vuol dire,
come qualcuno pensa, aumentare le tasse al di sopra di un certo reddito, il problema del
riequilibrio sociale è un problema che passa attraverso degli indicatori e dei distributori
delle ricchezze che non sono assolutamente basati sulle tasse, ma che riguardano
moltissimo la gestione dei servizi, la possibilità di integrazione dei centri urbani
con le periferie e tante altre cose della società in cui viviamo.
E come vede l’Italia, a livello europeo e mondiale?
Noi Italiani ci piangiamo sempre addosso, è un po’ una tradizione del nostro Paese, però
io credo che l’Italia stia ancora svolgendo il suo ruolo. Intanto in Europa, di cui è
stata un precursore, credo abbia una responsabilità importante, quella, appunto,
di rivalutare il ruolo e la forma della Costituzione Europea, probabilmente appoggiandosi
a quelle Nazioni che come noi credono nell’Europa.
Siamo un Paese che in passato ha prodotto moltissime ricchezze, moltissima tecnologia,
ma in questa azione di equilibrio stiamo perdendo alcuni dei puntelli sui quali la nostra
economia si era basata per molti anni.
La Chimica, purtroppo è uno di questi, con la Farmaceutica e in parte l’Elettronica, anche
se credo che ciò faccia parte del meccanismo di riequilibrio e di arrangiamento che la tanto
contestata globalizzazione richiede.
Poiché è un Paese che culturalmente non ha pari, penso che l’Italia non debba temere la
globalizzazione soltanto a livello economico, ma. per non perdere le sue tradizioni e la
sua storia, principalmente quella a livello culturale.
Per fortuna, dalla nostra parte abbiamo l’Arte e nessuno ce la potrà togliere. Credo,
comunque, che dovremo guardarci da fenomeni di globalizzazione che tendono, in qualche misura,
a toglierci la specificità delle nostre ricchezze per assegnarla a comunità più vaste che,
effettivamente dobbiamo rispettare, ma nelle quali, ovviamente, non ci possiamo nemmeno
confondere per una scelta politica.
Per concludere, prof. Campanella, Lei che tra l’altro è anche Ordinario di Chimica
dell’Ambiente all’Università “La Sapienza” di Roma, può dirci cosa sta cambiando a seguito
del recente accordo sottoscritto dal WWF – ITALIA con la Società Chimica Italiana?
Non cambia niente, la Chimica è da sempre al servizio dell'ambiente. L'uso improprio da
parte di alcuni irresponsabili non può essere ascritto a colpa della disciplina.
Come ho già detto, la chimica protegge la salute dall'inquinamento rimuovendo sostanze
tossiche e pericolose, studia le reazioni fra i sistemi recettori ed i vari composti
consentendo di superare la sperimentazione animale, protegge i reperti archeologici ed i
Beni culturali: è in sostanza un alleato del cittadino che, però purtroppo, spesso
non sa di avere dalla sua parte un tale importante alleato.
Il WWF protegge e difende l'ambiente, la Società Chimica Italiana non può che essere
dalla stessa parte per valorizzare il contributo della Chimica per una società sana,
pulita e sostenibile. Da Presidente eletto della SCI farò di tutto perchè questo venga
percepito e recepito al livello della società civile.
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Autore: di Paola Franz
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