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il sesto astronauta italiano È pronto a ‘volare’ verso la stazione spaziale internazionale (ISS)

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Luca Parmitano si prepara al decollo verso la ISS previsto per il prossimo maggio: inizierà così la missione battezzata “VOLARE”.

 

Parmitano è il primo della nuova generazione degli astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) a essere stato assegnato a una missione sulla ISS ed è, inoltre, maggiore dell’Aeronautica Italiana. La nuova missione spaziale avrà l’obiettivo di promuovere il futuro dell’esplorazione spaziale dell’Europa e il ruolo che l’Europa ha sulla Stazione attraverso l’ESA. Sarà la prima di lunga durata per l’Agenzia Spaziale Italiana: Parmitano sarà lanciato dal cosmodromo di Baikonur il prossimo maggio e resterà sulla ISS circa sei mesi.

Questa opportunità di volo è stata assegnata all’ASI dalla NASA e nasce da un Memorandum bilaterale diretto NASA/ASI, in base al quale ASI ha fornito all’ente spaziale statunitense tre moduli pressurizzati abitativi (MPLM – Multi Purpose Pressurized Module) e il PMM (Permanent Multi Purpose Module) per la ISS. Durante la missione, Luca sarà impegnato in più di 20 esperimenti scientifici per ESA e ASI, molti dei quali sono basati sul know how italiano: dovrà svolgere come membro di equipaggio della ISS un’ampia e articolata attività di sperimentazione, pianificata dal crew office della NASA.

La missione di Luca Parmitano sarà rappresentata da una Soyuz che con una scia tricolore avvolge la Terra e traccia il percorso della Stazione Spaziale Internazionale. Il decollo è fissato il 29 maggio dal Cosmodromo di Baiknur, quando razzo russo Soyuz TMA-07M con i tre componenti della Expedition 36/37 partiranno alla volta della ISS. Oltre a Luca Parmitano, nell’equipaggio ci saranno il comandante russo Fyodor Yurchikhin e la statunitense Karen Nyberg. A novembre dello stesso anno la Soyuz TMA-09M lascerà la ISS per rientrare a Terra.

 

Pioggia di meteoriti sugli Urali e le regioni centrali della Russia

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La caduta di un grosso meteorite, che si è disintegrato negli strati bassi dell'atmosfera, ha provocato una pioggia di detriti, con esplosioni e scie infuocate in cielo, nella regione di Chelyabinsk, in una zona degli Urali a circa 1.500 chilometri a est di M

I frammenti, spiega il ministero delle Emergenze russo, sono caduti in un'area poco popolata.

Com’è potuto accadere un fenomeno tanto spettacolare quanto preoccupante? “Sulla Terra cadono diverse centinaia di tonnellate di materiale extraterrestre, cioè proveniente dalle altre parti del nostro Sistema Solare – ha detto Barbara Negri, responsabile dell'Esplorazione e Osservazione dell'Universo dell'Agenzia Spaziale Italiana. “A seconda della grandezza, si possono distinguere in asteroidi (molto grossi) o meteoriti (piccoli). In questo caso, sembrerebbe che sia stato uno sciame meteoritico, non tracciabile come un asteroide”.

 

Il Telescopio Hubble scopre la genesi degli ammassi stellari

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Osservare le prime fasi della fusione tra gruppi di stelle massicce. Fino a poco tempo fa era solo un progetto di ricerca. Oggi, grazie agli ultimi rilevamenti del Telescopio Spaziale Hubble della NASA, gli astronomi hanno colto segni di una fusione tra due gruppi di stelle ultramassicce nella regione 30 Doradus (o Nebulosa Tarantola), una piccola galassia satellite alla nostra Via Lattea distante 170.000 anni luce, nella Grande Nube di Magellano.

La ricerca rappresenta un importante tassello nella comprensione dell’origine di alcuni fra gli ammassi stellari più grandi. La scoperta è presentata da una giovane scienziata italiana, Elena Sabbi, che lavora nel Maryland presso lo Space Telescope Science Institute (STScI) di Baltimora. Insieme al suo team, da tempo la Sabbi stava osservando la Nebulosa della Tarantola, un luogo privilegiato per gli astronomi poiché è popolato da stelle giovani e veloci in grado di fornire preziose informazioni sulla genesi degli ammassi più grandi in cui spesso confluiscono.

 

 

Tre Cefeidi nel cuore della Via Lattea

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Tra venti e settanta milioni di anni fa ha prodotto con un ritmo frenetico nuove stelle, per poi divenire quiescente in epoche più recenti, fino ai giorni nostri. Questa ‘fucina’ si trovava nelle zone centrali della nostra galassia, attorno a un buco nero supermassiccio. Sono queste le conclusioni di uno studio condotto da un team internazionale di astronomi, tra cui Giuseppe Bono dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma e dell’Università  di Roma Tor Vergata e pubblicato oggi sulla rivista Nature.  Determinante è stata la scoperta di tre stelle variabili di tipo Cefeide a solo poche decine di anni luce dal centro della nostra Galassia, la dove mai prima d’ora erano state individuate stelle simili.
“Le stelle Cefeidi classiche sono degli ottimi traccianti delle popolazioni stellari giovani e ne sono già state identificate diverse centinaia nel disco della Via Lattea” commenta Giuseppe Bono. “Queste stelle sono molto popolari in Astronomia perché possiamo determinare la loro distanza e la loro età con una notevole precisione se confrontate con altri gruppi di stelle evolute. La polvere ed il gas interposti tra noi ed il centro  non ci avevano consentito di individuare Cefeidi classiche  in questa regione. Abbiamo allora scandagliato quella zona con strumenti  che osservano nell’infrarosso.  Questo ci ha consentito, per la prima volta, di identificarne tre nel centro della nostra Galassia”.

 

 

Spacemag

È il 12 aprile 1961, i motori della capsula Vostok 1 si accendono. Si percepisce l’emozione di chi sta assistendo a quello storico momento, di chi ha lavorato strenuamente perché l’Unione Sovietica potesse vincere la corsa alla spazio. 3…2…1… il cosmonauta Yuri Gagarin è il primo essere umano ad andare nello spazio percorrendo un’orbita terrestre in 108 minuti. Pochi mesi dopo, il 5 maggio dello stesso anno, gli americani lanciano il missile Mercury con a bordo l’astronauta Alan Shepard che effettua un volo di 15 minuti senza entrare in orbita ma raggiungendo comunque lo spazio. La NASA dovrà aspettare il 20 febbraio 1962 per avere il primo astronauta americano in orbita terrestre, John Glenn.

È iniziata l’epoca pioneristica della conquista umana dello spazio e per anni, le due “superpotenze” si inseguono in continui nuovi lanci in cerca di nuovi primati.  La NASA doveva recuperare il distacco con l’URSS e la conquista della Luna era l’obiettivo da raggiungere per primi. Il momento si concretizzò il 20 luglio 1969 quando il LEM Eagle dell’Apollo 11 atterrò per primo sul nostro satellite. 

 

Una forza misteriosa che mette in discussione le leggi della natura

Fino ad alcuni decenni fa gli astronomi erano convinti che la gravità
fosse l'unica forza responsabile dell'Universo su larga scala così come
era stato descritto nella teoria della relatività generale di Einstein.
Tuttavia da qualche anno è stato osservato che le galassie si
allontanano tra loro ad una velocità che sembra maggiore di quanto ci
si aspetta dalla semplice espansione dovuta al Big-Bang.

 

It’s down, baby, it’s down!

“It’s down, baby, it’s down!” è il grido di gioia lanciato da uno dei tecnici della sala di controllo di Pasadena al momento della ricezione del primo segnale dal suolo di Marte inviato dalla sonda Phoenix. I timori di un fallimento erano tanti, non a caso la scelta del nome: Phoenix è la fenice risorta dalla ceneri dei fallimenti del Mars Climate Orbiter e del Mars Polar Lander; ma la sonda c’è l’ha fatta, dopo circa dieci mesi di viaggio e 680 milioni di km, è sbarcata in prossimità della calotta del Polo Nord di Marte e per la prima volta esplorerà la zona artica del Pianeta Rosso alla ricerca, probabilmente solo fossili, di vita unicellulare.

 

 

Il mondo tecnologico e scientifico che conosciamo

Il 4 ottobre 1957 un oggetto di produzione terrestre orbitava per la prima volta al di fuori dell’atmosfera del pianeta Terra, dodici anni dopo,il 20 luglio del 1969, un uomo, George Armstrong, posava per primo il piede su un corpo celeste che non fosse il pianeta che aveva dato i natali al genere umano, la Luna. Due momenti fondamentali di un’era che oggi è denominata l’era spaziale.
 

Vittori nello spazio con Wall-e

Quando la Walt Disney/Pixar gli ha chiesto di recitare un cameo nella traduzione italiana di Wall-e, l’astronauta Roberto Vittori ha accettato al volo. Il cartone animato campione d'incassi nel 2008, vincitore del Golden Globe come miglior film d'animazione dell'anno e candidato a sei Premi Oscar, è una tenerissima storia d'amore tra il robot-spazzino Wall-e - rimasto solo su una Terra ormai disabitata e ridotta a una gigantesca discarica - e la fascinosa sonda spaziale Eve.

 

Un “diamante” per ROSETTA

Appena se lo sono trovato di fronte, sugli schermi del centro ESTEC dell’Agenzia Spaziale Europea di Darmstadt, lo hanno subito definito un “diamante”. Qualcun altro, meno poetico, ci ha visto solo un grosso sasso di forma vagamente triangolare. Ma sono comunque immagini storiche quelle che la sonda ESA Rosetta (partita nel 2004 per esplorare i confini del sistema solare) ci ha mandato il 5 settembre, dopo uno storico incontro ravvicinato con l’asteroide (2867) Steins.

 

Un “diamante pazzo” per il satellite AGILE

Il satellite AGILE, lanciato nell'aprile del 2007 dall'Agenzia Spaziale Italiana per studiare i fenomeni più violenti dell'Universo, ha da poco compiuto il suo primo anno in orbita, e continua a dare alla comunità scientifica risultati di grande rilevo. Ne è un esempio la recente campagna di osservazioni di un oggetto di grande interesse, di cui era stata già osservata in passato l'attività in altre lunghezze d'onda ma che AGILE ha potuto "vedere" anche nei raggi gamma, la banda di energia più alta nell'Universo.
 

Sul web la TV dell’ASI

On line  l’ultima iniziativa dell’Agenzia Spaziale Italiana nel campo della comunicazione

Molti pensano che la comunicazione multimediale rappresenti il futuro e molti enti ed istituzioni stanno puntando sul rafforzamento dei loro strumenti di comunicazione sul web. L’Agenzia Spaziale Italiana  sta sviluppando una serie di attività volte a comunicare al grande pubblico l’importante ruolo che l’Italia ha nel panorama mondiale nel settore spaziale.
“Nei prossimi mesi si succederanno alcuni degli eventi più importanti della storia dell’Agenzia Spaziale Italiana: è arrivato il momento per dotarsi di questo nuovo strumento di comunicazione”. Così il presidente dell’ASI Enrico Saggese, nel suo editoriale di apertura, saluta lo ‘start up’ della WebTV dell’Agenzia, on line sul sito www.asitv.it da lunedì 19 luglio. Uno strumento unico ed innovativo, sia nel panorama nazionale che si affianca a livello internazionale alle note web tv dell’ESA e della NASA, per dare il maggior risalto possibile ai programmi e le attività del nostro Paese nel settore spaziale.

 

Swift, 500 di questi lampi!

Il satellite NASA Swift, dedicato allo studio dei lampi di raggi gamma, le più potenti esplosioni che avvengono nell’Universo, ha fatto cinquecento. Il 13 aprile scorso gli strumenti a bordo dell’osservatorio orbitante hanno infatti registrato il cinquecentesimo evento dall’inizio della missione, che ha preso il via nel novembre del 2004.

Nella sua lunga e prolifica "caccia" ai lampi gamma, Swift ha finora dato agli astronomi di tutto il mondo grandi soddisfazioni. “Dall’identificazione dei lampi di raggi gamma "brevi" allo studio "in diretta" dell’esplosione di una Supernova fino alla scoperta del GRB più distante mai identificato, ad otre 13 miliardi di anni luce da noi, solo per citarne alcuni, Swift ha collezionato una lunga serie di successi” dice Guido Chincarini, Responsabile scientifico italiano per la missione. “Oggi l’enorme mole di dati accumulati è una miniera di informazioni preziosissime per comprendere in dettaglio i processi fisici che stanno alla base dei fenomeni più violenti del nostro Universo”.
Il merito di questi risultati, fondamentali per la ricerca astrofisica, è anche di scienziati, tecnici e industrie del nostro Paese. L'Italia con l’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera ha collaborato con i partner statunitensi e inglesi all’ideazione e alla realizzazione della missione, producendo anche gli specchi del telescopio a bordo di Swift dedicato alle osservazioni nei raggi X, che è fondamentale per individuare con precisione la posizione nel cielo dei lampi gamma e, quindi, determinarne con certezza la loro distanza. “Swift ha rappresentato per l'Italia non solo un grande successo scientifico, ma anche tecnologico” sottolinea Giovanni Pareschi, direttore dell’INAF-Osseratorio Astronomico di Brera. “Il modulo ottico con specchi in nichel elettroformato, sviluppato per ASI sotto la responsabilità INAF-Osservatorio Astronomico di Brera in collaborazione con Media Lario, ha funzionato secondo le aspettative”. L'Agenzia Spaziale Italiana fornisce inoltre al progetto Swift l'utilizzo della stazione di Malindi in Kenia, una struttura decisiva per il corretto svolgimento della missione. Italiano è anche il consorzio responsabile dello sviluppo delle procedure di analisi dei dati raccolti dal telescopio X. Nel nostro Paese tutti i dati registrati da Swift sono sotto la responsabilità del Centro Dati denominato Italian Swift Archive Center (ISAC), che è composto da due soggetti: l'ASI Science Data Center (ASDC) a Roma e l'INAF-Osservatorio Astronomico di Brera.

 

Il primo cratere da impatto italiano?

Nei giorni scorsi è stata divulgata la notizia che probabilmente è stato trovato il primo cratere da impatto italiano o quello che ne rimane. Dopo la scoperta di un lago con una forma particolare nei monti abruzzesi (Secinaro – Monte Sirente) che pare sia più il risultato di un raro evento geologico definito mud-vulcano, ora si affaccia la scoperta di una forma geomorfologia nell’appennino meridionale.

Il dott. Giuseppe Francione, geologo e docente di Scienze Naturali, studiando una zona particolare dei Monti Alburni, Appennino Meridionale, riscontra una particolare geomorfologia di un pendio, più precisamente una monoclinale posta a 40-45 gradi di pendenza media.
Su questa pendenza si possono notare delle forme particolari, anelli concentrici, che sembrano perfettamente il risultato di un impatto, quindi quello che rimane deve essere un cratere da impatto.

 

Un anno in ASI

Giovanni F. Bignami compie un anno alla guida dell'Agenzia Spaziale Italiana, un anno che coincide, quasi, con la celebrazione dei venti anni di vita dell'ASI che saranno festeggiati il prossimo 30 maggio in occasione della presentazione del rapporto annuale.

Il mio primo anno in ASI
Dodici mesi di attività nel bilancio del presidente Giovanni F. Bignami
Il 26 aprile ho festeggiato il mio primo anno in ASI. Voglio condividere alcune delle cose fatte, almeno le più importanti, e ringraziare per i numerosi successi che, col lavoro di tutti, ASI ha saputo ottenere in questo anno.

 

COSMO-SkyMed: sistema completo

Non c’è tre senza quattro: il 25 ottobre l’“occhio spaziale” FM4 lascerà la superficie del nostro pianeta per aggiungersi agli altri tre satelliti gemelli che compongono la Costellazione radar in banda X di COSMO-SkyMed.

Il più importante programma italiano di Osservazione della Terra giunge così con successo al completamento ad appena tre anni di distanza dal lancio del primo segmento, effettuato nel giugno del 2007 dalla base militare di Vandenberg in California (la stessa da cui FM4 lascerà il nostro pianeta). COSMO-SkyMed 4, integrando in orbita i tre omologhi già operativi, permetterà alla Costellazione di funzionare sfruttando pienamente le proprie potenzialità. Così configurato l’occhio radar della Costellazione, concepita per funzionare in modo duale (per usi sia civili che militari) ricoprirà un ruolo di sempre maggiore importanza nella protezione dell’ambiente, nella prevenzione di catastrofi naturali e in generale nella gestione di ogni tematica inerente la sicurezza del territorio.

 

Piccole galassie crescono. Inghiottendo idrogeno primordiale.

In che modo si sono sviluppate le prime galassie agli albori dell’Universo? E’ questa una delle domande più dibattute dell’astrofisica e della cosmologia contemporanea. Fino ad ora l’idea prevalente tra gli scienziati era che fossero drammatici e spettacolari scontri fra galassie a formare gli oggetti più massicci osservati, come ad esempio la nostra Via Lattea. Oggi però un lavoro pubblicato sull’ultimo numero della rivista Nature da parte di un team tutto italiano di ricercatori dell’INAF e dell’Università di Firenze propone un nuovo scenario: le prime galassie si sarebbero accresciute catturando enormi quantità di gas, essenzialmente idrogeno ed elio, presente in regioni di spazio vicine ad esse.

“Da qualche anno alcuni modelli teorici e osservazioni di galassie lontane hanno cominciato a suggerire che l’assorbimento continuo di gas potesse essere uno dei meccanismi principali che guida la formazione di nuove stelle nelle galassie più massicce dell’Universo primordiale” spiega Giovanni Cresci, dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, primo autore dell’articolo. “Tuttavia mancava ancora l’osservazione diretta di questo gas all’interno delle galassie stesse: grazie agli innovativi e potenti strumenti del Very Large Telescope (VLT) ci siamo finalmente riusciti”.

Gli astronomi hanno utilizzato lo strumento SINFONI installato al telescopio VLT dello European Southern Observatory (ESO) in Cile, per studiare la composizione chimica del gas presente in tre galassie a disco, distanti oltre 12 miliardi di anni luce da noi e che quindi si erano già formate solo 2 miliardi di anni dopo il Big Bang. Il punto di forza di SINFONI è la sua capacità di fornire informazioni su come è distribuita la materia nelle galassie e, soprattutto, da cosa è composta. Questo ha permesso di studiare per la prima volta in galassie così distanti la variazione della composizione chimica del gas dal loro centro fin verso la periferia.

 

Stazione Spaziale Internazionale: un laboratorio di ricerca sotto le stelle

C’è un posto dove le differenze sono superate, le rivalità diventano motivo di cooperazione e i progressi che ne derivano sono al servizio di tutta l’umanità. Questo luogo non è sulla Terra, ma nello spazio a 400 Km sopra le nostre teste. La Stazione Spaziale Internazionale (o ISS, International Space Station) è il più importante programma di cooperazione internazionale mai intrapreso in campo scientifico e tecnologico. Costituisce al tempo stesso un avamposto della colonizzazione dello spazio, un laboratorio di ricerca scientifica e  un luogo di sperimentazione delle tecnologie più avanzate. L’idea fu di Ronald Reagan, che nel 1984 la presentò ai suoi alleati e ai suoi ex nemici, i russi. Quattordici anni dopo, il 20 novembre 1998, il modulo russo Zarya partiva dalla base kazaka di Baikonour. Quel razzo portava in cielo la prima “pietra” di un progetto  senza precedenti nella storia dell’umanità. Costruire un avamposto nello spazio dove non ci sarebbero state frontiere tra i Paesi, dove astronauti di diverse nazionalità si sarebbero trovati a vivere e fare ricerca scientifica sotto lo stesso tetto.

 

L’anno degli anni

Ma che anno sarà esattamente il 2009? No, per una volta la domanda non riguarda se e quando inizierà la ripresa economica. Tantomeno per quali segni zodiacali sarà un anno memorabile e per quali uno da dimenticare. La questione è: a quale causa appartiene quest’anno, appena iniziato e già conteso tra almeno quattro tematiche?

 

Luce fatta sul perché il 90% delle osservazioni astronomiche delle galassie distanti mancano il loro bersaglio

Gli astronomi sanno da sempre che in molte osservazioni dell’Universo più distante una parte consistente della luce emessa dai corpi celesti non viene osservata. Ora, grazie ad un’indagine estremamente approfondita compiuta usando due dei quattro telescopi giganti da 8,2metri che compongono il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO ed un apposito e specifico filtro, gli astronomi hanno determinato che una larga frazione delle galassie la cui luce impiega 10 miliardi di anni a raggiungerci è rimasta a noi sconosciuta. L’indagine ha permesso inoltre di scoprire alcune delle galassie più deboli mai trovate a questo stato iniziale dell’universo.

Gli astronomi usano frequentemente la forte , caratteristica “impronta digitale” della luce emessa dall’idrogeno conosciuta come la riga Lyman –alfa, per determinare il numero di stelle che si sono formate in un Universo molto distante [1]. C’è stato a lungo il sospetto che galassie molto distanti andassero perse in queste indagini. La nuova osservazione del VLT dimostra, per la prima volta, che questo è esattamente quello che sta accadendo. La maggior parte della luce Lyman-alfa  resta intrappolata dentro la galassia che la emette, e il 90% delle galassie non si mostra alle indagini condotte in Lyman-alfa.

Gli astronomi hanno sempre saputo che stavano perdendo qualche frazione delle galassie nelle osservazioni Lyman-alfa” spiega Matthew Hayes, il primo autore delle studio, che esce questa settimana su Nature, “ma per la prima volta ora noi abbiamo una misurazione. Il numero di galassie perse è sostanziale”.

Per riuscire a capire quanto della luminosità totale andasse persa, Hayes e il suo team ha usato la camera FORS al VLT e un apposito filtro in banda stretta [2] per misurare questa luce Lyman-alfa, seguendo la metodologia standard delle osservazioni in Lyman-alfa. Poi, usando la nuova camera HAWK-I, unita ad un altro telescopio del VLT, hanno esaminato la stessa area dello spazio per luce emessa ma a una differente lunghezza d’onda, anche questa emessa dall’idrogeno eccitato, e conosciuta come la riga H-alfa. Hanno specificatamente indirizzato lo sguardo alle galassie la cui luce stava viaggiando da 10 miliardi di anni (redshift 2.2 [3]), in una ben conosciuta area del cielo, chiamata campo GOODS-South.

 

SIGMA e Public and Private Partnership: quando lo spazio diventa business

Il pubblico e il privato si incontrano e collaborano insieme per sviluppare nuovi progetti in cui il rischio e i ritorni economici sono condivisi. (fabrizio zucchini SpaceMag www.spacemag.it)  Si chiama “PPP” e sta per “Public and private partnership”, un modello di business nato nei paesi anglosassoni ma ampiamente rodato anche oltralpe, che rivoluziona il tradizionale rapporto tra istituzioni e capitali privati.

 
 
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Pubblicato a Roma – Via A. De Viti de Marco, 50 – Direttore Responsabile Guido Donati

 

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