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Articolo pubblicato il 17-03-2006
di Massimo Biondi
Numero 26 - Anno 3
17 Marzo 2006
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Una lettura della sindone di Torino
Gran parte del dibattito relativo alla sindone di
Torino si riduce alla questione
«se la figura visibile sul telo sia quella di Gesù di Nazaret detto il Cristo»:
solo nell'eventualità di una risposta positiva la sindone sarebbe autentica,
degna di rispetto e di venerazione, mentre nel caso contrario sarebbe un falso.
Anche se spesso viene formulato in maniera diversa, quasi soltanto questo è
l'interrogativo alla base delle indagini sul lino conservato a Torino.
Per rendersene conto basta immaginare l'eventualità che un giorno si arrivi
a dimostrare che «l'uomo della sindone è un certo XY», cioè non Gesù di Nazaret:
l'interesse per l'oggetto cadrebbe istantaneamente e nessuno, a parte forse gli
archeologi, si preoccuperebbe più del destino di questo oggetto.
Per sciogliere l'enigma – postosi con chiarezza solo nell'ultimo secolo – sono state
battute varie strade, tra le quali lo studio storico e filologico, l'esame chimico e
biofisico delle tracce rilevabili sul tessuto, l'elaborazione informatica dell'impronta,
la datazione del lino (test del radiocarbonio).
Simili indagini, comunque, vengono spesso pregiudicate dal fatto di presupporre per
assodata una prima conclusione, ovvero che l'immagine sulla sindone sia l'impronta
lasciata da un corpo maschile un tempo vivo.
Al contrario, invece, questo è un aspetto cruciale, che è di fondamentale importanza
discutere e chiarire: perché se analizzando la questione si dovesse giungere a
concludere che l'immagine non è quella di un corpo umano, bensì il frutto
di un artificio, ogni discorso successivo dovrebbe cambiare.
Qui si propone ora un esame dei punti rilevanti della questione seguendo una
prospettiva differente da quella ordinaria, che sembra consentire di giungerfe a una
conclusione soltanto dopo aver valutato i dati e non prima.
Le caratteristiche dell'immagine
Poiché si tratta di interpretare una figuravisibile su un telo di lino, converrà
prima di tutto osservare con attenzione le caratteristiche dell'immagine.
A un primo apprezzamento è facile distinguere una figura umana, frontale in una metà
del telo e dorsale nell'altra metà, che rappresenta un uomo con barba e capelli lunghi,
disteso con le mani incrociate a coprire il pube, e con piccoli rivoli di liquido
(sangue) in alcune aree quali fronte, capelli, braccia.
A un'ispezione più dettagliata, tuttavia, si scopre che...
-
L'immagine frontale del telo è lunga 205 centimetri; quella dorsale 209.
Le due figure non sembrano poter essere impronte di un unico corpo, perché è noto
che una persona risulta avere sempre la medesima altezza, indipendentemente dal lato
dal quale viene raffigurata.
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La figura frontale mostra le due mani libere e sovrapposte all'altezza del pube.
Il problema è che una simile posizione è inconciliabile con quanto è possibile
attendersi da un cadavere, dato che può essere mantenuta solo da chi operi
uno sforzo muscolare attivo per rimanere fermo.
Quando in un corpo inanimato le braccia vengono disposte in quel modo, tendono
subito a riaprirsi cadendo di lato.
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Le dita della mano posta inferioremente all’altra misurano oltre 20 centimetri,
il che rappresenta un’aberrazione anatomica di notevole entità.
Non c'è traccia di una simile anomalia nell'altra mano.
-
Un'altra strana peculiarità della mano posta inferiormente: il secondo dito, cioè
l'indice, è più lungo del terzo, cioè il medio.
È un'anomalia inspiegabile, dato che in una mano umana il dito più lungo è sempre il
medio.
- L'immagine raffigura la testa disposta sullo stesso piano del corpo
(così come accade quando una persona è in piedi).
Va tenuto presente a questo proposito che quando un cadavere viene
collocato in posizione supina il capo si riversa all'indietro e il mento
rimane un po' più in alto rispetto al piano della fronte.
Una stoffa deposta sul corpo aderirebbe maggiormente alla parte prominente del
mento, alla punta del naso e alle arcate sopracciliari, e non toccherebbe
per nulla o quasi le guance, la bocca, le orbite.
Sulla figura sindonica non ci sono tracce di un simile effetto prospettico.
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Il volto, così come altre porzioni anatomiche della figura (le gambe, ad esempio), non
è deformato. Qualunque impronta su stoffa di un viso o di quelle altri parti del
corpo mostra invece sempre distorsioni evidentissime, dovute alla tridimensionalità,
ovvero alla sporgenza di alcuni dettagli anatomici quali il naso.
In particolare, manca sulla sindone ogni segno di allargamento in senso laterale
della faccia, tale da giustificare l'ipotesi che l'immagine si sia formata a contatto
di un volto umano.
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Sulla fronte, tra i capelli e sulle braccia si notano segni allungati interpretati
come sgocciolature di sangue (in verità si tratta di linee dipinte nel Cinquecento
replicandone altre precedenti: ved. il punto 13).
È noto che ogni fuoriuscita di sangue
da lesioni cutanee può lasciare una traccia filiforme; ma è esperienza comune che
appoggiando a una ferita un pezzo di stoffa rimangono su quest'ultimo macchie
schiacciate e rotondeggianti. Se sul telo fossero
rimaste reali impronte di sangue (o di altro liquido), avrebbero avuto una
forma assai più allargata.
- Ancora a proposito delle apparenti macchie di sangue. È inverosimile che un
rivolo di sangue tra i capelli di una persona mantenga un aspetto filiforme: la
regola è che i capelli finiscano per "impastarsi", aggrovigliandosi.
Anche in questo caso le impronte su una stoffa appoggiata alle macchie di sangue
sono indefinite e confuse.
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Gli apparenti rivoli di sangue alle braccia della figura sindonica seguono
percorsi ben definiti, che sono assolutamente diversi da ciò che succede quando
una persona tiene le braccia sollevate e aperte, come per una crocefissione.
In quest'ultimo caso il sangue (o altra sostanza liquida) tende a dirigersi
obliquamente verso l'esterno del braccio e il gomito, e non a correre
lungo l'asse del braccio o perpendicolarmente ad esso.
9Bis.
Un'ultima considerazione sulle apparenti macchie di sangue dell'«uomo della sindone»,
in riferimento però alla storia di Gesù narrata nei Vangeli.
Questi testi affermano che prima della sepoltura il corpo di Gesù venne
cosparso con una gran quantità di unguenti (ben 33 kg). Non si sbaglia
ipotizzando che ciò ebbe l'effetto di eliminare, o comunque coprire e
confondere, ogni traccia di sangue e di sudore: l’eventuale «testimonianza»
sindonica appare totalmente incongrua con i racconti evangelici.
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L'immagine sindonica consiste in tracce indelebili che interessano soltanto
lo strato superficiale del tessuto: qualunque siano state le modalità con le
quali si è originata, va tenuto presente che in nessun punto ha interessato l'intero
spessore del telo.
I riferimenti storici
A proposito della storia documentata del telo oggi conservato a Torino, si
devono ricordare almeno i seguenti passaggi.
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La prima comparsa della sindone che oggi è a Torino avvenne nel 1353 a Lirey,
in Francia.
Il vescovo del luogo ne vietò l'ostensione (l'esposizione al pubblico),
perché secondo lui si trattava di una falsa reliquia.
A quell'epoca di sindoni con immagini di Gesù morto se ne erano viste
già parecchie e ogni volta che se ne bruciava o distruggeva una ne compariva un'altra.
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Diversi anni dopo la prima proibizione, i proprietari del telo tornarono a
esporlo in pubblico. Il nuovo vescovo ribadì il divieto del predecessore,
scrivendo al papa che si trattava di un «abile trucco» e che l'artefice aveva
confessato ciò che aveva fatto.
Ne seguì una lunga diatriba, che coinvolse le gerarchie ecclesiastiche,
il re di Francia e i proprietari dell'oggetto.
Alla fine, nel gennaio del 1390,
l'antipapa Clemente VII stabilì che l'ostensione della sindone era concessa a
patto che si avvisassero i fedeli che sul telo c'era una raffigurazione
artistica di Cristo, e non la vera impronta del suo corpo.
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Nel 1503 la sindone venne sottoposta a una «prova di autenticità», per
dimostrare che l'immagine non era stata dipinta, e fu quindi immersa in
olio bollente.
Nel 1532 il telo fu lambito dalle fiamme per un incendio scoppiato nelle
vicinanze e il fuoco venne domato a forza di secchiate d'acqua.
Poiché a seguito di tutto ciò alcuni dettagli dell'immagine si erano sbiaditi,
il papa autorizzò le suore del convento annessoalla chiesa ove si conservava
il telo a «ripassare» con ocra rossa i segni ancora distinguibili che sembravano
tracce di sangue.
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Per centinaia di anni, dimsotrando una sorta di mentalità magica, i pellegrini
che si sono recati a pregare davanti alla sindone hanno appoggiato contro il telo
pezzi di stoffa di loro proprietà, nella convinzione di renderli sacri per contatto.
Per lunghi periodi, inoltre, il telo è rimasto esposto all'aria aperta ed è stato
maneggiato senza cure o protezioni particolari.
-
Sindone, anticamente, era un termine che designava un indumento corto (una specie di
mutanda) messo ai cadaveri per coprir loro i genitali.
Non indicava affatto un telo funebre di notevole lunghezza.
Indagini scientifiche
Molta parte del dibattito recente sulla sindone verte intorno alle indagini
scientificheeffettuate, ai metodi impiegati e ai risultati ottenuti.
Non ha molta importanza discutere delle prove che rimangono controverse o di
quelle che, pur essendo sostanzialmente chiare, vengono contestate da una parte
degli studiosi (come avviene per il test al radiocarbonio,
che malgrado alcuni errori di calcolo compiuti inizialmente dai ricercatori
ha fatto risalire con certezza al Medioevo il lino con il quale è stato
tessuto il telo sindonico: ritenuto affidabile dalla comunità scientifica, il
test è ora rifiutato dai sindonologi che pure in precedenza l'avevano richiesto).
Evitando diatribe superflue su temi ancora aperti, conviene soffermarsi su alcuni
riscontri scientifici sui quali c'è accordo unanime.
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In diversi punti del telo corrispondenti alle apparenti impronte di sangue sono
state rinvenute tracce di ferro.
Ora, il ferro è componente del sangue (nell'emoglobina) ma anche
del colorante usato dalle monache nel Cinquecento per ridisegnare le
macchie «ematiche» sbiadite (ved. punto n. 13).
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Alcuni pollini rintracciati sulla sindone sono stati identificati con
quelli di piante tipiche, tra l'altro, della Palestina.
Nel valutare questo dato non si deve dimenticare l'uso di appoggiare
al telo sindonico altre stoffe di proprietà dei pellegrini che giungevano da
ogni parte (ved. punto 14).
Su queste stoffe c'erano di sicuro miriadi di pollini, depositatisi
così del tutto naturalmente e casualmente sul lino della sindone.
-
È stata operata un'elaborazione al computer dell'impronta sindonica,
nell'intento di costruire un'immagine tridimensionale della figura.
Ebbene, osservandola si rilevano facilmente tre cose: la prima è che i
segni delle bruciature del 1532 danno origine a prominenze tridimensionali
esattamente analoghe a quelle di tutta la restante figura, salvo che
essendo più intensi delle altre tracce producono rilievi più elevati;
la seconda è che le tracce di sicura pittura (ovvero quelle del «sangue») non
danno luogo a dettagli tridimensionali; la terza è che tutta la figura, ma in
particolare la porzione della testa, assomiglia più a un bassorilievo che a una
struttura a tutto tondo qual è un corpo umano.
Una conclusione possibile
Il primo elemento che spicca dall’insieme delle indicazioni ricordate è una migliore
definizione di quel che la sindone non è. L'impronta sul telo non è quella di un
corpo umano (punti 1, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 11, 12), né è una raffigurazione esatta di
un corpo umano (tutti i punti 1-9).
Non è un'immagine dipinta (punto 10),
salvo che in alcuni dettagli (punto 13); e l'elaborazione al computer (punto 18)
nonché la caratteristica generale della figura (punti 2, 5 e 6) propongono
l'eventualità di un modello di partenza non completamente tridimensionale.
Le vicende storiche e le vicissitudini attraversate dall'oggetto forniscono
inoltre una spiegazione dei riscontri scientifici contraria all'«autenticità» della
reliquia (punti 16 e 17).
Dopo aver considerato che cosa probabilmente la sindone di Torino non è, c’è
da chiedersi che cosa invece può essere, e come si è formata l'immagine.
Tenendo presente che ha tutto l'aspetto di essersi prodotta per una leggera
bruciatura delle fibre superficiali del lino (punti 10 e 18) e che la
sagoma di partenza appare appiattita (punti 5, 6, 18), la risposta più
lineare che si può avanzare è che l'impronta sindonica sia stata costruita
nel Medioevo appoggiando un telo a un lungo bassorilievo (o meglio, un altorilievo)
riscaldato, raffigurante di fronte e di retro un uomo morto per crocefissione, e
lasciando «colorire» lo strato superficiale delle fibre del lino.
Questa ipotesi
non rappresenta una novità, in quanto negli ultimi decenni è stata discussa da
diversi autori anche se con leggere varianti: ha il pregio di essere l'unica ad
accordarsi a tutto ciò che è noto del telo di Torino, sia a seguito di riscontri
visivi e strumentali, sia in considerazione dei documenti storici.
L'eventualità del bassorilievo riscaldato scaturisce soprattutto dal riscontro
dell'elaborazione informatica dell'immagine: sia perché i segni dell'incendio del
1532 danno al computer lo stesso genere di effetto delle altre tracce, con rilievi
tanto più evidenti quanto più le bruciature sono state intense, sia perché
all'osservazione si distingue proprio un effetto-bassorilievo, e non un corpo
a tutto tondo, nella figura ricostruita.
Le anomalie anatomiche (punti n. 1-9),
e in particolare la mancata distorsione dell'immagine del viso e delle gambe
(punto n. 5), si spiegano con imperfezioni sul modello di partenza, delle quali
l'artista ha avuto ragione di non preoccuparsi troppo dato che l'immagine
finale sarebbe stata abbastanza confusa da porre in secondo piano le incongruenze.
Inoltre la costruzione artificiosa della «reliquia» rende comprensibile il rifiuto
all'ostensione da parte delle prime autorità ecclesiastiche che si occuparono della
faccenda, e spiega l'improprietà linguistica (punto 15), in quanto non essendo un
oggetto pervenuto dall'antichità il telo ha ricevuto un nome inesatto da parte di
persone non approfondite in lingua e cultura antica.
Nel valutare complessivamente l'ipotesi del bassorilievo riscaldato, infine,
è importante tener presente che nessuna delle altre spiegazioni che possono essere
(e sono state) avanzate per spiegare l'immagine e l'origine del telo di Torino è
così linearmente in accordo con tutto ciò che si può osservare e si sa di certo
su questo oggetto, senza essere contemporaneamente in contraddizione con alcun
riscontro sperimentale, scaturito o meno da indagini scientifiche. |
Autore: Massimo Biondi
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