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In data 19.10.07
di Raffaella La Marra
Le immagini del gruppo scultoreo del Pasquino sono di Emanuele Bredice
Anno 4
Edizione Ottobre 2007
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Pasquino: la voce del popolo
Fig.1 - La statua di Pasquino
Il torso di Pasquino si erge imperioso su di un piedistallo posto all’angolo di Palazzo
Braschi a Roma, nell’omonima piazzetta, detta appunto di Pasquino. Siamo nel Rione Parione
(dal latino paries, parete, muro), il cui nome si riferisce ad un avanzo di muro antico,
forse appartenente al vicino Stadio di Domiziano, oggi Piazza Navona, di dimensioni
tali da essere chiamato “parietone”, dal quale derivò appunto il nome di Parione.
Fig.2 - Stemma del Rione Parione - grifone nero su sfondo argentato
La statua venne alla luce quasi casualmente nel 1501 durante i lavori di sistemazione
dell’area voluti dal cardinale Oliviero Carafa, acquirente dell’edificio che sorgeva
dov’è ora Palazzo Braschi.
La sua identificazione è ancora oggetto di discussione, lasciando spazio a possibili
disquisizioni circa l’identità dei due personaggi rappresentati, di uno dei quali si
conserva solo la parte inferiore del torso e parte della gamba sinistra.
L’ipotesi più accreditata vuole che si tratti di Menelao e Patroclo.
Ciò che non può essere messo in discussione, tuttavia, è che Pasquino sia una delle
“statue parlanti”, la più importante, nota e rappresentativa dello spirito del popolo
di questa città.
Essa è stata infatti per secoli depositaria di volta in volta di messaggi, invettive
contro i politici, ingiurie e oscenità, epigrammi e poesie, maldicenze e attacchi rivolti
a personaggi in vista. Ancora oggi “Pasquino”assolve a tale funzione,
rispecchiando fedelmente la reazione che avvenimenti importanti, scandali e provvedimenti
governativi provocano nell’anima della gente.
E’ davvero l’espressione di una città intera che si fa portavoce del dissenso comune ad
ogni società, in ogni tempo, in ogni luogo. Non è infatti un caso che si chiamino
“pasquinate” scritti di satira apparsi non solo a Roma ma anche in altre città italiane,
dove l’invettiva anonima talora, passando di bocca in bocca, finisce sui muri di strade
frequentate.
Ma perché fu chiamato Pasquino? L’ipotesi più credibile vuole che un Mastro Pasquino,
insegnante di grammatica latina, fosse fatto oggetto di scherno da parte dei suoi allievi,
i quali per sbeffeggiarlo diedero il suo nome al gruppo scultoreo su cui presero l’abitudine
di affiggere degli scritti canzonatori.
Il gruppo scultoreo: ipotesi di lettura
In base a confronti con altri esemplari marmorei, uno dei quali si trova al centro della
Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze, è assai probabile che il gruppo
rappresenti Patroclo morto sorretto dall’amico Menelao. La scultura conservata a Firenze,
copia di epoca flavia di un originale greco del 240-230 a.C., venne ritrovata a Roma fuori
Porta Portese, nella zona dei Giardini di Cesare
(IMAGE): una proprietà del
dittatore diversa da quella passata in seguito a Sallustio, luogo di rinvenimento dei Galati
oggi al Museo Nazionale Romano ed al Capitolino.
Un intero canto dell’Iliade, il diciassettesimo, è dedicato alla lotta sul corpo di Patroclo
recatosi in battaglia vestito delle armi di Achille, per finire ucciso dal troiano Ettore.
Costantemente caratterizzato dall’epiteto “valente nel grido di guerra”, Menelao è protagonista
del libro, con i suoi interventi a difesa delle spoglie del compagno che riesce alla fine a
trasportare all’interno del campo acheo. Paragonato talvolta ad un leone, egli viene descritto
nel modo particolare con cui, come un’aquila dalla vista acuta, guarda da ogni lato con occhio
vigile.
Seguendo dunque il testo omerico, entrambe le sculture, quella di Firenze e quella di Roma,
esaltano in Menelao lo slancio da leone, lo sguardo aquilino in mezzo ai nemici, elementi che
insieme alla bocca semiaperta e alle ginocchia fortemente piegate, esprimono una notevole tensione.
La flessione delle gambe è infatti finalizzata all’arduo compito di sollevare da terra il corpo
esanime di Patroclo. Menelao è colto nell’atto di esplorare con tanta intensità il campo di
battaglia, in attesa del momento in cui potrà caricarsi del pesante fardello senza essere
a sua volta aggredito dal nemico.
L’esemplare conservato a Roma (fig.3) tuttavia si differenzia da quello di Firenze per un
dettaglio fondamentale, il quale rende la statua ancor più ricca di pathos e tensione:
immortalato nel suo gesto, l’Atride ruota il capo rispetto al torso e insieme lo volge verso
l’alto con imperioso movimento.
Fig.3 - La statua di Pasquino a Roma con affissi alcuni messaggi provocatori.
Nella foto è ben visibile inoltre una sorta di bavaglio che qualche anonimo
passante ha avvolto intorno alla bocca di Pasquino.
L’identificazione del caduto con Patroclo è assicurata
dalla localizzazione delle ferite: una alla spalla, visibile nella scultura di Firenze,
l’altra nel ventre, a sinistra, quella mortale causata dalla lancia di Ettore.
Quest’ultimo dettaglio è scolpito accuratamente ed è visibile nel gruppo del Pasquino.
Elementi formali sono derivati dalla composizione del Galata che uccide la moglie e sé stesso,
conservato a Palazzo Altemps a Roma: il moto della testa verso l’alto e il contrasto tra una
massa inerte e lo sforzo messo in atto per sorreggerla (IMAGE).
Fig.4 - Particolare della scultura: la mano destra di Menelao che sorregge il corpo di Patroclo
Lo spettatore, in entrambi i casi, si trova di fronte ad una costruzione ben equilibrata nello
spazio, comprensibile con un solo sguardo in una visione prospettica unitaria.
La statua di Pasquino si offre così ad ogni passante che la voglia ammirare, frammentaria
ma carica di storia e fascino, con in più il privilegio di rappresentare da sempre la voce
del popolo.
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Autore: Raffaella La Marra
Le immagini del gruppo scultoreo del Pasquino sono di Emanuele Bredice
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