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Articolo pubblicato il 19-04-2006
Piero Palumbo
Numero 27 - Anno 3
19 Aprile 2006
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Novemila anni fa i primi dentisti
Anche i nostri antenati più lontani soffrivano il mal di denti, anche gli uomini del
Neolitico andavano dal dentista. Se dubbi sussistevano in proposito, la missione
internazionale che ha esplorato in Pakistan la necropoli di Mehrgarh, tra la valle
dell’Indo e le prime alture del Beluchistan, li ha definitivamente dispersi.
I risultati della straordinaria scoperta sono stati annunciati a Roma nel corso di
una conferenza stampa svoltasi all’università “La Sapienza” presente il rettore
Renato Guarini e gran parte degli studiosi, antropologi e archeologi, che hanno
partecipato alla missione, in rappresentanza di varie e prestigiose istituzioni
dal Musée Guimet di Parigi all’Università autonoma dello Yucatan.
Gli studiosi italiani hanno avuto un ruolo di assoluto rilievo nell’esplorazione della
necropoli, antica di novemila anni.
Il professor Alfredo Coppa, del dipartimento di biologia “animale e dell’uomo”
ne ha parlato mentre appariva in edicola un numero della rivista “Nature” con ampi
ragguagli sull’argomento.
Sappiamo poco delle popolazioni che vissero a quel tempo, verso la fine del Neolitico
in quei luoghi. Siamo, per intenderci, in epoca “preceramica”, dove molte arti muovevano
i primi passi: la metallurgia, i trattamenti della selce e del talco, la produzione
di stuoie e di canestri. Mehrgarh fu in origine un campo stagionale di allevatori,
bovini e ovini. Più tardi i pastori vi tentarono qualche esperimento agricolo.
Ne derivarono un villaggio, una struttura sociale, una necropoli. Il regno dei morti
è anche in questo caso la principale fonte di notizie per chi fruga nel passato.
I “documenti” che rivelano l’attività di quegli antichissimi odontoiatri sono i denti
rinvenuti all’interno delle tombe: alcuni di essi portano i segni di trapanazioni e
otturazioni meritevoli di ulteriori indagini.
In totale, la missione ha rinvenuto e raccolto circa 4183 denti, oggi depositati
presso il museo Pigorini di Roma, provenienti da 300 sepolture. Almeno undici di essi,
tutti molari, risultano perforati in vivo sulle corone.
L’esame del microscopio elettronico, le verifiche eseguite con le più progredite
tecniche di modellizzazione numerica tridimensionale basate sulla microtomografia
ad alta risoluzione hanno dato risultati non controversi.
Le trapanazioni furono eseguite a scopo terapeutico (e palliativo) su soggetti viventi.
Escluso ogni intervento di natura estetica.
Gli esami tuttora in corso hanno consentito di ricostruire in maniera attendibile la
strumentazione usata. Fondamentale fu certamente il trapano, un trapano artigianale,
presumibilmente in legno, equipaggiato con sottile punta di selce e azionato mediante
apposito archetto. Con tecnica analoga gli abitanti della regione fabbricavano del
resto oggetti più che raffinati se riferiti alla tecnologia disponibile.
La necropoli ha restituito alla curiosità degli studiosi grandi quantità di perline
in osso, conchiglie marine, pietre dure usate a scopo ornamentale. Gran parte di esse
portano fori di dimensioni minime, parliamo di decimi di millimetro. A completare
l’opera del trapano, i dentisti di Mehrgath adoperavano con risultati sorprendenti
scalpelli e lamelle sottilissime di pietra.
Delle modalità di questi interventi sappiamo ovviamente poco. Certamente erano
dolorosi. Per quanto evoluti, i trapani del tempo giravano a velocità
modestissime rispetto a quelli di oggi..
E’ ragionevole supporre che la farmacologia del tempo fornisse qualche sostanza,
probabilmente oppiacea, utile a lenire le sofferenze dei pazienti. Anche con quei
soccorsi, andare dal dentista non doveva essere confortante.
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Autore: Piero Palumbo
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