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In data 08.04.07
Massimo Biondi

Anno 4
Edizione Aprile 2007





Il medico che non inventò la ghigliottina

Se fosse un nostro contemporaneo, il dottor Guillotin militerebbe tra le fila dei moderati. Ma poiché visse e operò nel periodo della Rivoluzione Francese, passò per progressista e rivoluzionario: una fama rimastagli attaccata fino ai nostri giorni, a causa della scarsa attenzione riservatagli dai testi di storia, che parlano di lui soltanto per attribuirgli la paternità della ghigliottina. La verità però è che a dispetto di tutti - lui compreso - Guillotin ebbe poco a che fare con quella macchina, di cui rimase in fondo vittima a causa di una banale assonanza linguistica.

La verità però è che a dispetto di tutti – lui compreso – Guillotin ebbe poco a che fare con quella macchina, di cui rimase in fondo vittima a causa di una banale assonanza linguistica.


Joseph-Ignace Guillotin era nato nel 1738 nella regione di Saintonge, nella Francia occidentale, secondo figlio di un avvocato benestante. Non essendo costretto a ricalcare le orme paterne, onere che di solito gravava soltanto sui primogeniti, aveva potuto dar libero seguito ai suoi interessi per la medicina, disciplina nella quale riuscì a completare presto l’intero corso di studi.

Ancor giovane si trasferì a Parigi, guadagnandosi una clientela di tutto rispetto tra le famiglie aristocratiche della città e percorrendo la carriera universitaria nella Facoltà medica, giungendo a diventare docteur régent, posizione corrispondente a quella di titolare di cattedra.

All’epoca, i doveri di questi professori consistevano quasi esclusivamente nel tenere in latino noiose letture teoriche a un uditorio di studenti semiaddormentati. I quali, dal canto loro, se volevano imparare qualcosa erano costretti a seguire le dimostrazioni pratiche di qualche tecnico e nel contempo frequentare le lezioni cliniche tenute privatamente, in lingua parlata, dai medici senza incarichi universitari sostenuti però da una dinamica Società Reale di Medicina.

Esponente dell’accademia tradizionalista, Guillotin non si discostò dai comportamenti di tutti i régents di Parigi e questo, assieme ad alcuni rapporti inviati ai ministri del Re a proposito della rabbia, dell’uso dell’aceto e della bonifica delle paludi, gli valse l’apprezzamento e la stima di gran parte degli scienziati e dei dotti di Francia.

Fu per ciò che nel marzo del 1784 venne chiamato a far parte della Commissione che doveva pronunciarsi sul cosiddetto “magnetismo animale” (ipnosi), la controversa dottrina formulata dal medico viennese Franz Anton Mesmer. Dopo cinque mesi di prove e sperimentazioni compiute con frequenza quotidiana, Guillotin si trovò in totale sintonia con il verdetto finale della Commissione, fermamente contrario a quella novità.

Il favore che aveva accolto le conclusioni della Commissione spinse Guillotin a dedicarsi con maggior impegno a tematiche di pubblico interesse, di cui da tempo dibatteva nel chiuso di una loggia massonica. Fu seguendo questo percorso che nel giro di poco tempo si imbatté nel “cuore” di tutti i problemi della Francia dei suoi tempi: la disastrosa condizione socio-economica del paese, crollato sotto l’inetta guida degli ultimi re e dello stesso Luigi XVI.


Condividendo la richiesta di convocazione degli Stati Generali, in vista di una possibile costituzione, Guillotin arrivò a sostenere in pubblico che il numero dei delegati dei ceti inferiori (24 milioni di persone) avrebbe dovuto pareggiare la rappresentanza dei due ceti privilegiati, clero e nobiltà (mezzo milione di persone in tutto). E le sue tesi risultarono talmente convincenti che alcuni commercianti parigini, entusiasti della proposta, fecero stampare un opuscolo con il suo discorso e lo usarono per una raccolta di firme.

La prima conseguenza di questa operazione fu che le autorità smisero di vedere di buon occhio il medico, fatto segno di indagini, censure e reprimende. La seconda fu che nella primavera del 1789 il dottore degli aristocratici venne mandato all’Assemblea Nazionale dai cittadini della regione di Parigi. Privo di doti oratorie, in quel contesto Guillotin parlò poco, preferendo invece lavorare molto.

In pochi mesi riuscì a migliorare sensibilmente le condizioni sociali e igieniche della città, facendo installare sistemi di illuminazione e di aerazione nei luoghi di incontro e dando avvio alla costruzione di numerosi bagni pubblici. Componente di una Commissione per la Povertà, si occupò dell’assistenza sanitaria agli indigenti.

E in seguito, divenuto Presidente di una Commissione di Sanità, si adoperò per modernizzare la medicina e l’insegnamento universitario. Il suo convinto egualitarismo e la sua efficacia quale uomo di potere lo spinsero tuttavia un giorno a un atto che avrebbe rimpianto per il resto della sua vita. Il 10 ottobre del 1789, nel corso di un dibattito all’Assemblea Nazionale sulla riforma del sistema giudiziario e della pena di morte, Guillotin eccezionalmente decise di far sentire la sua voce e in un vibrante discorso affermò due concetti fondamentali: «crimini simili dovranno comportare punizioni simili, indipendentemente dal ceto sociale del colpevole», e «ogniqualvolta venga comminata la pena di morte, la modalità di esecuzione dovrà essere la medesima, indipendentemente dal crimine».

Fino ad allora le Corti di giustizia decidevano in totale arbitrio le pene da infliggere ai colpevoli, con la conseguenza che allo stesso reato poteva seguire un’assoluzione, un breve periodo di reclusione o una sentenza di morte, a seconda delle predilezioni dei giudici o del ceto di appartenenza del condannato. Le esecuzioni, poi, venivano compiute nelle modalità più disparate, dalla decapitazione allo squartamento, dall’impiccagione alla lapidazione, in dipendenza delle disponibilità dei boia o del rango sociale del condannato.

Allo scopo di salvaguardare la certezza del diritto e per evitare sofferenze inutili ai giustiziati, Guillotin sostenne che «il condannato dovrà essere decapitato con un meccanismo semplice».

Queste parole erano un chiaro riferimento a ciò che aveva detto poco prima il boia di Parigi, che in qualità di “esperto” aveva auspicato l’uso di uno strumento – noto da tempo – formato da una lama pesante che si abbatteva dall’alto sul condannato scivolando lungo due guide verticali.

Quel sistema avrebbe consentito un notevole risparmio economico, perché le lame della mannaia andavano sostituite ogni tre o quattro esecuzioni, e avrebbe evitato la sgradevole necessità di assestare due o tre colpi ai condannati più robusti prima di riuscire a staccar loro il collo dalla testa.

Al pari di Guillotin, anche il conte di Mirabeau si disse favorevole all’idea del boia e di conseguenza qualcuno propose di chiamare mirabelle, in riferimento al suo nome, quel “meccanismo semplice”. Pochi giorni dopo, il segretario perpetuo dell’Accademia di Chirurgia, Antoine Louis, con quell’attrezzo tagliò il collo ad alcune pecore innocenti, per dimostrare che una lama obliqua funzionava meglio di una orizzontale.

E qualcuno avanzò la proposta di chiamare la macchina louison o louisette. Quando però si giunse al momento di votare per introdurre in Francia quell’innovativo modo di morire si era ormai diffuso nel pubblico un altro termine, guillotine, aggraziato vocabolo che non solo intendeva riconoscere i suoi meriti al medico di Saintonge, ma faceva anche rima con machine e medicine.

I giacobini, eccitati, presero a cantare un inno di rivendicazione:
O tu che sei una bella ghigliottina, Tu che raccorci regine e sovrani; Grazie alla tua influenza divina Ci siamo ripresi i diritti umani.

Sembrava l’inizio di un’èra di giustizia sociale. Ma Guillotin non ebbe affatto piacere che uno strumento di morte portasse il suo nome, e ancor meno gradì la cosa nel periodo successivo, con l’affermazione di quel Terrore che avrebbe portato al massimo grado l’impiego della ghigliottina.

Disgustato dagli eccessi della Rivoluzione e disperato perché ogni nuova esecuzione sollecitava lugubri allusioni a lui, alla fine del 1794 il medico decise di allontanarsi dalle piazze ove si consumavano atti che, da conservatore sempre più convinto, condivideva sempre meno e si trasferì ad Arras nella speranza di trovarvi un po’ di pace.

Ci rimase circa un anno, ma in quel periodo commise un’imprudenza che rischiò di costargli caro. In alcune lettere ad amici e famigliari dichiarò in termini espliciti la sua contrarietà sia al vocabolo adottato per il famigerato macchinario, sia alla piega presa dagli avvenimenti parigini.

Finite, quelle carte, nelle mani dei rivoluzionari, venne imprigionato con l’accusa di «aver scritto e firmato petizioni e tesi illegali». Gettato in carcere per un mese, quando fu rimesso in libertà, per intercessione di vecchi amici, aveva imparato la lezione.

Trovato rifugio in una relativa oscurità, limitandosi a esercitare privatamente la professione medica, Guillotin tornò alla ribalta solo nel 1803 come Presidente di una Commissione Centrale per la Vaccinazione che si batté per introdurre la nuova metodica in Francia. Nel 1805, assieme a tutti i componenti della Commissione, fu ricevuto in udienza dal papa Pio VII e l’anno successivo, forse rimpiangendo i fasti prerivoluzionari, promosse una Società Accademica di Medicina. Formato per lo più dai vecchi e retrivi colleghi della Facoltà Medica, l’organismo era irrimediabilmente anacronistico: i testi ufficiali erano redatti in latino e la sua attività, più che a sostenere i lavori compiuti con intenti scientifici, mirava a ripristinare la dignità dei medici ricorrendo soprattutto a decreti e onoreficenze.

Coinvolgendo solo i docenti più anziani, ansiosi di recuperare gli antichi privilegi, la Società Accademica fu avversata dalle nuove leve di medici e studenti e non riuscì ad assumere alcun ruolo in un paese che tentava di trovare nuovi assetti sociali e culturali sotto la guida di Napoleone.

Erano gli ultimi impegni pubblici. Anziano e stanco, ma soprattutto nostalgico di uno Stato monarchico che non si intravedeva neppure all’orizzonte, Guillotin non seppe trovare una collocazione che lo soddisfacesse. Progressivamente si sottrasse a ogni incarico e si ritirò a vita privata, non cessando tuttavia di ribadire, di tanto in tanto, la sua estraneità alla ghigliottina.

Morì nel marzo del 1814, senza essere riuscito a far capire di non essere stato l’inventore, né tanto meno l’unico sostenitore di quello strumento di morte. Lui, con un paio di frasi ben formulate, aveva soltanto stabilito un principio generale di equità. Altri l’avevano intriso di un sangue e di un terrore che a lui, medico, non potevano che ripugnare.

Autore: Massimo Biondi




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