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In data 30.10.07
di Massimo Biondi
Anno 4
Edizione Ottobre 2007
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Corrispondenza nettata dentro e fuori
«Non devi avere alcun timore per questa lettera: prima di inviartela la disinfetterò.»
Così nel gennaio del 1876 scriveva, al termine di una missiva al vecchio compagno d’università
Arthur Jarvis, il medico canadese William Osler, più tardi divenuto uno dei più autorevoli e
celebri esponenti della professione medica di tutto il mondo.
Osler era allora convalescente da un’infezione di vaiolo contratta assistendo alcuni pazienti
all’Ospedale Generale di Montreal e, consapevole del rischio di contagio connesso alla
manipolazione dei materiali infetti, aveva deciso di sterilizzare la lettera, o forse solo
la busta, prima di spedirla all’amico e collega.
In che modo abbia poi attuato il suo proposito, è ignoto. Soltanto alcuni anni più tardi
Koch avrebbe convalidato l’efficacia dell’esposizione al vapore o all’aria asciutta a temperatura
elevata, e fino ad allora i metodi ritenuti validi erano le fumigazioni di zolfo o di sostanze
acide, le “profumazioni”, l’immersione o la spugnatura con aceto: ma sulla lettera di Osler,
conservata fino ai nostri giorni, non si riscontrano macchie né ombrature prodotte con quei sistemi.
Sta di fatto che Jarvis non ammalò di vaiolo né in quei giorni né in seguito, e proseguì
tranquillamente i rapporti epistolari con il suo importante amico almeno fino al 1910.
Osler sarebbe morto nove anni più tardi; Jarvis nel 1936.
Quella di disinfettare la corrispondenza – e non solo materiali quale vestiario,
suppellettili, mobili – possibile veicolo di infezione era una consuetudine che si
era diffusa circa quattro secoli prima.
Le epidemie di colera, peste bubbonica,
febbre gialla, vaiolo e tifo, che a ondate devastavano ampie regioni d’Europa,
avevano instillato un tale terrore che fin da tempi più remoti erano state ideate e
messe in atto diverse procedure per contenerne la diffusione, limitando la trasmissione
da persona a persona.
All’arrivo della peste bubbonica in Europa, nel 1347, i porti sul Mediterraneo avevano preso
l’abitudine di negare l’attracco alle navi provenienti dalle aree colpite da quel morbo, cioè
in particolare la Turchia, il Medio Oriente e il Nord-Africa.
Nel 1377 a Dubrovnik (all’epoca denominata Ragusa) era stato istituito l’obbligo di soggiorno
coatto sulle isole dei dintorni per tutti i marinai e i viaggiatori in arrivo dalle terre segnate
dalle pestilenze: una sosta della durata di trenta giorni (trentina) che serviva a controllare
la comparsa di eventuali segni di malattia o il mantenimento di un buono stato di salute.
Sei anni dopo, verificata l’insufficienza di quella misura preventiva, a Marsiglia si stabilì
di protrarre l’isolamento, che a volte assumeva le forme di una vera e propria carcerazione,
per quaranta giorni (quarantena), da allora in poi diventato lo standard di riferimento.
Che in fondo altro non era che una versione attualizzata dell’antica abitudine degli eserciti
romani di sostare qualche tempo in una località isolata, prima di rimetter piede a Roma,
per avere il tempo di purificarsi da malattie e impurità contratte durante le spedizioni militari.
Nel 1453 venne eretta in Sardegna la prima residenza destinata ad accogliere tutti i contagiati
dai morbi pestilenziali, mentre il nome generico attribuito a questi luoghi derivò probabilmente
dal fatto che edifici dalla medesima destinazione furono costruiti a Pisa nel 1464 nei pressi
della chiesa di San Lazzaro.
Più o meno negli stessi anni si iniziò a disinfettare le mercanzie trasportate dai paesi
afflitti da epidemie, ricorrendo soprattutto a metodi “volatili”: i fumi prodotti dalla
combustione del carbone, del tabacco, della gomma; le emanazioni profumate ottenute bruciando
erbe fragranti, mirra, legni resinosi; i vapori ottenuti dallo zolfo puro o da misture di zolfo,
nitrato di potassio e crusca di grano.
Sembra che le prime disinfezioni di materiale postale siano state attuate a Venezia attorno al
1485-90, immergendo nell’aceto le lettere che si sospettava contaminate.
Il metodo era poco pratico, non solo in quanto spesso danneggiava lo scritto rendendolo
illeggibile con macchie e scoloriture, ma anche perché necessitava di una notevole cura per
evitare che la carta bagnata si strappasse quando veniva messa ad asciugare.
Ciò malgrado il sistema si diffuse ampiamente e poco più di un secolo più tardi, ai primi del
Seicento, era praticato ovunque in Europa, sebbene nessuno, all’epoca, cercasse di valutare
con precisione quanto fosse efficace nell’evitare la trasmissione dei morbi epidemici.
Accanto a questa, in quei primi tempi si fece largamente ricorso anche alla pratica della
fumigazione, soprattutto con vapori di zolfo, nella convinzione che quanto più gli odori erano
irritanti, nauseabondi, fastidiosi, tanto più erano potenti nell’annullare i pericoli di contagio.
La “pulitura” delle lettere avveniva di solito presso i lazzaretti, ove, nei periodi di massima
virulenza delle epidemie, tutto il materiale cartaceo veniva fatto sostare qualche giorno o
qualche settimana prima di essere inoltrato a destinazione.
Nella corrispondenza che Galileo Galilei intrattenne con alcuni interlocutori tra il 1632 e il
1633, mentre imperversava a Firenze e dintorni un’epidemia di peste, si ritrovano tracce evidenti
di questi tentativi di disinfezione.
Più volte lo scienziato lamenta il notevole ritardo delle lettere (sue ad altri, o di altri a lui)
a motivo delle procedure attuate per ripulirle, e in più di un’occasione ci sono accenni alle
fumigazioni contro il «male contagioso» nelle lettere scambiate con le figlie suore.
Da parte sua, l’ambasciatore di Toscana presso lo Stato della Chiesa Francesco Nicolini,
a proposito dell’autorizzazione vaticana al Dialogo sopra i massimi sistemi, il 28 marzo del
1632 consigliava a Galilei di «differire la missione dei suoi libri stampati...
sino al mese di Maggio, al qual tempo, se non succedon cose nuove, si può sperare la
restituzione del commercio... perché hora i suddetti libri non sarebbero lasciati uscir de’
lazzaretti senza prima esser profumati, sciolti et abbruciate le coperte, li spaghi e tutto
quello che potesse dar sospetto di contagio».
Nel corso del Settecento l’attività connessa alla disinfezione postale conobbe una progressiva
“professionalizzazione”. In quasi tutte le regioni dell’Europa vennero istituite stazioni di
posta deputate specificamente alla sterilizzazione delle lettere, e l’esempio fu presto seguito
anche nel Nord-America, dove nel 1712, durante un’epidemia di febbre gialla, si cominciò
a disinfettare ai vapori di zolfo la posta in arrivo dopo averla raccolta in stabilimenti
appositi disposti fuori dell’abitato di Boston.
Oltre a ciò, ci si pose sistematicamente il problema di ripulire bene sia l’esterno che
l’interno delle buste e per qualche tempo non si trovò altra maniera per farlo che aprire
i plichi ed esporre ai vapori i fogli delle lettere.
Qualche decennio più tardi si comincerà
a tagliare un bordo laterale o più spesso un angolo delle buste, praticando un’apertura dalla
quale i fumi potevano penetrare facilmente; ma non molto tempo dopo presero a diffondersi
particolari strumenti a pinza dotati di “piatti” con punte acuminate, adatti a praticare numerosi
forellini distribuiti sulla superficie delle buste da esporre ai vapori.
Un’elaborazione successiva di questa idea consistette in morse di varia foggia in grado di
racchiudere e perforare con un colpo solo un intero pacchetto di lettere sovrapposte.
Inevitabile, di pari passo con queste innovazioni, l’uso di avvisi dell’avvenuta sterilizzazione
delle lettere. Se i plichi venivano aperti, nel momento in cui erano richiusi un sigillo di
ceralacca informava sia dell’autorizzazione sanitaria all’inoltro che del luogo ove era avvenuta
la disinfezione.
Quando invece le buste restavano sigillate vi si apponevano scritte certificanti l’avvenuta
sterilizzazione e, in seguito, lo stato dei materiali. Nei territori della penisola italiana,
scritte a mano con formule del tipo «Spurgata alla Sanità» furono in uso per tutta la seconda
metà del Settecento; a partire dai primi del XIX secolo furono sostituite quasi ovunque da
timbri che recavano varie diciture, le più frequenti delle quali erano: «Netta dentro e fuori»,
«Netta fuori, sporca dentro», «Profumata a...».
Nell’Ottocento aumentarono anche gli strumenti a disposizione delle autorità sanitarie per
procedere alla disinfezione della corrispondenza. Furono brevettati e costruiti, ad esempio,
camini sotto i quali si potevano «fumigare» in un colpo solo quantità ingenti di posta.
Entrarono in uso cestelli di rete metallica, adattissimi a contenere decine di lettere e
biglietti di piccolo taglio, che venivano messi in rotazione da un addetto non appena un
braciere sottostante cominciava a produrre fumo a sufficienza.
E in grandi sale degli uffici postali vennero montate “in serie” stufe di varia capienza per
accogliere e sterilizzare pacchi e corrispondenza di diversa dimensione. Ogni nazione si dotò
di un gran numero di questi centri, che spesso rimanevano in funzione permanentemente e non
solo durante le ondate epidemiche, i quali finirono per costituire una sorta di rete postale
parallela a quella ordinaria.
In Italia, in particolare nella prima metà del XIX secolo, furono istituite decine di stazioni
di bonifica, soprattutto negli Stati centrali della Toscana e della Chiesa, la cui attività andò
tuttavia diminuendo negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando nuove conoscenze scientifiche
presero a dissuadere dal continuare la sterilizzazione chimica.
La febbre gialla, la peste, il tifo e la malaria vengono trasmesse dalla puntura di alcuni
insetti, mentre il colera si trasmette quasi esclusivamente per ingestione di acqua e alimenti
contaminati. Assai esiguo cominciava ad apparire dunque il rischio che i «microbi» di quelle
malattie potessero attaccarsi alla carta di lettere e cartoline rimanendo vitali e virulenti
fino al termine di un viaggio.
Agli inizi del Novecento le postazioni sanitarie rimaste a praticare la bonifica della
corrispondenza erano poche e in coincidenza della Prima Guerra Mondiale sparirono quasi del tutto.
Non completamente, però, perché in alcuni luoghi, come certi sanatori tedeschi, si continuò a
fumigare le lettere con vapori di formaldeide almeno fino al 1953, mentre ancora nel 1968 al
lebbrosario di Carville, in Louisiana, la corrispondenza in uscita veniva sterilizzata in un
forno elettrico prima di essere inoltrata con tanto di timbro di via.
Erano le ultime battute
di una storia, quella delle misure di prevenzione contro il contagio epistolare, che di lì a
poco si sarebbe spenta per sempre, lasciandosi comunque alle spalle una quantità notevole di
tracce, di oggetti e reperti interessanti.
La maggior parte di questi ultimi sarebbe finita
nei musei, ma una quota non secondaria avrebbe continuato – giacché aveva iniziato già prima,
verso la fine dell’Ottocento – ad alimentare la passione e il mercato del collezionismo.
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Autore: Massimo Biondi
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