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Nuovi scavi nella necropoli di Colle del Forno: la tomba di un re sabino
La scoperta della necropoli di Colle del Forno è legata nella storia degli studi all’impianto dell’Area di
ricerca di Roma 1 , realizzata negli anni 70 dal CNR sul complesso di alture, note con il nome di monti del Forno nel
territorio di Montelibretti, prospicienti il Tevere e la via Salaria, circa al trentesimo km da Roma.
I risultati delle campagne di scavo , condotte nel decennio 1970-1980 dal Centro di studio per l’archeologia etrusco
italica del CNR- permisero di delimitare l’area della necropoli ed il suo excursus cronologico (fig.1).
Area necropoli
Le tombe erano allineate sui due fianchi dell’altura: fu dapprima utilizzato il versante in diretta connessione con
l’abitato ed il pianoro di sommità, successivamente si assiste ad uno sfruttamento più regolare e simmetrico degli spazi.
La tipologia tombale, che prevede dromoi di varia lunghezza, camera ipogea quadrangolare con loculi,
talora sovrapposti, chiusi da tegole poste ad incastro o da banchine, porta chiusa da blocchi squadrati di tufo
in quelle più antiche, lastre in calcare gessoso in quelle più tarde, si pone in diretta relazione con quella di altri
insediamenti della sabina tiberina Magliano Sabina e Poggio Sommavilla, così come quella adottata contemporaneamente
nel contermine territorio falisco capenate sull’opposta riva del fiume.
La necropoli per la sua posizione geografica fu collegata subito al centro sabino di Eretum che circostanziate
indicazioni delle fonti e degli itinerari antichi situavano non lontana dal Tevere al XVII, XIX o XX miglio della
via Salaria, dove quest’ultima era raggiunta dalla via Nomentana. E quindi in prossimità di colle del Forno sul
complesso di alture in vocabolo Casacotta.
Ricognizioni mirate, svolte nell’ambito delle ricerche dell’Istituto di
studi etruschi italici del CNR, permettevano di convalidare le indicazione delle fonti e le ipotesi avanzate dai
topografi del secolo scorso in particolare Asbhy ed Ogilvie, riconoscendo l’ esistenza dell’insediamento di
Eretum sulle alture immediatamente prospicienti il Tevere già nella fase recente della prima età del ferro.
Nel corso della seconda metà del VII secolo e nel VI l’insediamento raggiunge un’ estensione di circa 20 ettari con
la destinazione di spazi ben definiti per le necropoli che si estendono sulle alture alle spalle dell’abitato e
sulla contigua altura di Colle del Forno.
La necropoli di Colle del Forno costituisce il nucleo più eccentrico
dell’area cemeteriale di Eretum e forse la privilegiata , considerata la presenza di una via di collegamento
diretto tra la necropoli e l’insediamento, la cui parte finale (verso la necropoli) è stata identificata nei
resti di una tagliata nel tufo, nella bassa altura , situata immediatamente alle spalle dell’altura di Colle
del Forno, messa in luce durante i lavori per l’impianto di alcuni laboratori.
Gli studi sulla strategia insediativa dei Sabini del Tevere, che in questi anni hanno portato all’identificazione
dei grandi centri affacciati sul fiume :quali Magliano, Poggio Sommavilla, Colle Ballone, Cures, Campo del Pozzo
ed Eretum e più all’interno Montelibretti e sull’organizzazione sociale e culturale di questi insediamenti, hanno
suggerito di riprendere gli scavi a Colle del Forno, che per la sua situazione fortunata - per anni di proprietà
del demanio e destinata prima all’allevamento di cavalli poi a fini agricoli ed infine compresa nell’area di ricerca
del Consilio Nazionale elle Ricerche- sembrava offrire una situazione ottimale per una indagine campione sulla
storia sociale di un insediamento sabino, così presente nella storia della Roma di epoca regia.
Le nuove campagne di scavo, che l’Istituto di studi sulle civiltà italiche e del mediterraneo antico ha ripreso a
Colle del Forno nel 2003, in collaborazione con il Museo civico archeologico di Fara in Sabina, erano mirati
all’indagine di quel settore della collina che si allunga verso la valle del Tevere e la via Salaria, che
non era stato indagato negli anni ’70.
Nell’ambito di un progetto integrato con l’Istituto per le tecnologie applicate ai Beni Culturale del CNR sono
state realizzate delle campagne di prospezioni geofisiche dell’area da indagare, i cui risultati hanno permesso
di identificare con buona precisione strutture sepolte, scavate nelle campagne 2003-2004.
Restava dubbia la natura di una grande anomalia identificata sin dalle prime campagne (fig 2).
Prospezioni geofisiche con evidenziata la tomba XXXVI
La grandezza della struttura faceva dubitare che si trattasse di una tomba a camera viste le grandi proporzioni,
che sembravano sovradimensionate rispetto a quelle delle tombe già note. Lo scavo, condotto nei mesi di
settembre - ottobre 2005, ha messo in luce una tomba a camera monumentale preceduta da un dromos lungo m. 27 (fig 3).
La tomba XXXVI
La tomba aveva un atrio scoperto che immetteva in tre camere, tutte e tre con il soffitto crollato, come è normale in
questa zona della collina.
Il riempimento del dromos era composto da due unità stratigrafiche ben distinte; un riempimento originale del tutto
privo di materiali, e, a partire da circa cinque metri prima dell’entrata nell’atrio, un taglio diagonale netto, colmato
da un riempimento molto diverso, che conteneva scaglioni di tufo e pezzi di blocchi anche di grossa dimensione,
del materiale ceramico e delle ossa animali.
Quindi chiaramente la tomba era stata riaperta, sterrando però solo la
parte terminale del dromos. Il riempimento di questa parte finale di dromos era identico a quello trovato dentro
tutto l’atrio; quindi l’operazione di riapertura aveva comportato lo svuotamento integrale dell’atrio, fino al pavimento.
I frammenti di ceramica, recuperati appartenevano a non più di sei vasi, ognuno dei quali rappresentato da numerosi
frammenti. Sul pavimento dell’atrio a destra della porta della camera di fondo è rimasto un piccolo lembo del
riempimento originario, con mezzo scheletro di cavallo ancora in connessione, e sotto lo scheletro, una grande
quantità di frammenti degli stessi vasi evidentemente rimasti schiacciati quando il cavallo gli è stato abbattuto
sopra.
Tra questi frammenti si distingue il collo di un’anfora di bucchero del tipo 2 di Rasmussen, la forma derivata
dalle neck-amphorae attiche, databile alla fine del VI secolo.
La camera sinistra era stata destinata ad accogliere un carro, che era stato sicuramente smontato per farlo passare
dalla porta e poi rimontato disponendolo in diagonale rispetto alla camera.
Il crollo del soffitto deve essere
avvenuto quando ancora il legno non era decomposto, perché la parti metalliche sono schizzate in tutte le direzioni
e solo con grande difficoltà si è riusciti a capire la posizione dei vari pezzi.
Nella camera destra sono stati recuperati una serie di bacili di bronzo, allineati lungo la parete di fondo;
tre grandi (il più grande ha un diametro di quasi 70 cm), uno piccolo, e un podanipter che rientra in una serie
piuttosto rara, di produzione etrusca probabilmente volsiniese (fig 4).
Fig.4 Podanipter in bronzo
La datazione di questo manufatto si colloca nello stesso arco temporale dell’anfora di bucchero rinvenuta nell’atrio.
Lo scavo della camera di fondo ha messo in evidenza , che era stata riutilizzata in un secondo tempo dopo la deposizione
principale, databile come testimoniano gli elementi del corredo presi in esame nella seconda metà del VI secolo a.C.
La parete di fondo aveva un loculo, rovinato da una profonda fessurazione del tufo che ha provocato anche il crollo della
parte centrale del suo piano. Il loculo è stato trovato vuoto, tranne una minima traccia di ossa combuste.
Ma l’aspetto singolare della camera di fondo è che, a differenza di quelle laterali, che avevano il riempimento di
terra al di sopra dei resti del soffitto crollato, questa non aveva assolutamente tracce di soffitto in tutta la parte
sinistra; solo nella parte destra c’erano degli spezzoni di soffitto crollato.
Questo fa pensare che, quando la tomba
fu riaperta, la parte sinistra del soffitto della camera di fondo fosse già crollata, a meno che il crollo non fosse
stato provocato dagli stessi autori della riapertura, magari in occasione dell’operazione piuttosto violenta di rimozione
delle pietre che chiudevano la porta.
Sul pavimento, sotto la nicchia sono venuti alla luce i resti di un incinerato,
racchiuso in un cofanetto di legno; alcune brattee d’oro raccolte tutto intorno potrebbero essere pertinenti a un panno
che avvolgeva le ossa combuste. Il cofanetto era spaccato in due parti, probabilmente in seguito alla caduta dal loculo.
Al suo fianco era buona parte di un calice di bucchero a sostegni; altri frammenti di questo e di un secondo calice
identico provengono dal riempimento uniforme della parte finale del dromos, dell’atrio e della stessa camera di fondo.
Si tratta di due calici delle serie più tarde della produzione, dei primi decenni del VI secolo; quindi di almeno due
generazioni più antichi rispetto agli altri vasi, al carro e ai bronzi.. Lungo la parete destra, l’unica come dicevamo
dove si trovassero alcuni pezzi del soffitto originario, si trovava una seconda deposizione, che è probabilmente quella
per la quale la tomba fu riaperta.
Si trattava di una deposizione di un inumato, probabilmente di sesso femminile a
giudicare da alcuni elementi di corredo come la fuseruola, adagiata su un letto di legno del quale eccezionalmente si
era conservata anche parte del telaio, con una borchia di bronzo infissa.
A ridosso della porta sono state recuperati non sul pavimento, ma nella parte bassa del riempimento a diverse quote, un
gran numero di frammenti di impasto di grande spessore, sono stati identificati quali frammenti di un trono, oggi
ricomposto grazie alla collaborazione del laboratorio di restauro della Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio.
È un trono del classico tipo etrusco a schienale ricurvo, che doveva avere il piano di seduta in materiale deperibile;
all’interno c’è una risega con dei buchi, forse per strisce di pelle. (fig 5a-b).
Fig. 5a-5b Trono in terracotta
Il trono a grandezza naturale, è
alto circa 1 metro e 40, ed è del tipo con parte frontale piatta e non arrotondata. Nella tipologia di Steingräber è il
tipo 1 b, più recente del tipo 1 a con base rotonda, che è quello tipico dell’Orientalizzante.
Troni a dimensione reale
sono stati trovati finora solo del tipo 1 a, come quello famoso in lamina di bronzo da Palestrina, quello di legno di
Verucchio; il tipo ricompare come è noto in quel singolare monumento arcaizzante che è la sedia Corsini.
Poi, naturalmente,
a fianco degli esemplari a grandezza naturale ci sono tutti quelli fittili di dimensione ridotta usati per i canopi.
Il trono di tipo 1 b, che compare a partire dalla fine del VII secolo e ha poi una lunga storia, finora era noto solo
da versioni in dimensione ridotta, spesso di destinazione votiva, sia vuoti che con una figura seduta; in grandezza
naturale compare nell’arredo scolpito delle tombe di Cerveteri e territorio, a partire dalla tomba degli Scudi e delle
Sedie; quasi a grandezza naturale è la serie delle statue cinerario chiusine di età arcaica che fa capo al Plutone
Casuccini; una serie di testimonianze che fa pensare che questo tipo di trono fosse appannaggio o di divinità o di
antenati defunti.
Il trono di Colle del Forno ha la seduta eccezionalmente alta, circa 90 cm, che presuppone
l’uso di un suppedaneo, che è in effetti presente in molte riproduzioni di troni di questo tipo.
Il settore estremo del pianoro di sommità della collina di Colle del Forno è occupato quindi da una tomba monumentale,
che si pone in diretta connessione con il percorso della via Salaria, che passava proprio sotto la collina ed in vista
dell’abitato.
La tipologia della tomba riporta immediatamente alla documentazione vulcente, dove la tomba ad atrio a
cielo aperto si afferma in epoca alto arcaica e compare comunque anche a Faleri, sebbene non con una monumentalità
come nella tomba di Colle del Forno.
Il rituale del seppellimento con il sacrificio dei cavalli, l’incinerazione del defunto, la presenza del trono nella
camera principale e del currus e dei bacili di bronzo nelle due camere laterali si riallaccia con insistenza al
significato che questi oggetti assumevano nella sepoltura.
Nella tomba XXXVI il defunto era deposto nel loculo di fondo entro una cassa lignea , che accoglieva le ceneri,
forse ai lati della cassetta erano stati deposti i due calici in bucchero con sostegno a cariatidi tipo Rasmussen
1a, cui veniva attribuito evidentemente un particolare valore sacrale.
Ma gli oggetti di maggior significato sono
il currus ed il trono. Il currus sottolinea l’elevata condizione sociale del defunto. Si ricorda come il carro sotto
Tarquinio fosse attributo di Giove Ottimo mmassimo.
Il trono, come abbiamo visto sulla base dei confronti, ha una
lunga tradizione e assume diversi significati: nelle tombe ceretane appare a disposizione dei defunti o come elemento
di mobilio; scolpito all’aperto nell’area suburbana dei vari siti dell’Etruria e del Lazio sembra in rapporto al culto
di defunti eroizzati. In questo caso il trono è il simbolo del potere regio, in un epoca in cui forse ci saremmo
aspettati la presenza di un diphros.
Il corredo, esclusi i vasi trovati nell’atrio probabilmente funzionali ai riti
di seppellimento, è rappresentato dai bacili di bronzo, allusione alla simbologia del banchetto.
Il corredo della
sepoltura del re si limita alla presenza di elementi simbolici di forte significato ed in questo si allinea con il
nuovo costume funerario adottato da Eretum a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C. come documentato dalle
tombe di questo settore della necropoli, indagato dai nuovi scavi.
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