Abstract - Viene qui tratteggiata la figura di Giuseppe Sergi (1841-1936), noto come uno dei
padri dell'antropologia (fisica) in Italia. Personaggio in realtà assai eclettico, viene inoltre
considerato uno dei fondatori della psicologia nel nostro Paese, con particolare riferimento
all'approccio sperimentale (che fu fra i primi a praticare in Europa), ma si interessò anche e
approfonditamente di filosofia, di educazione e di istruzione pubblica.
Qui, nel passare in rassegna alcuni passaggi del suo percorso intellettuale, si segue la tesi
che il Sergi sia da considerare una personalità pienamente inserita nel clima positivista e
romanticamente riduzionista con cui si sviluppò il pensiero scientifico fra '800 e primi decenni
del '900, fedele interprete degli umori e degli ardori della sua epoca.
In questa luce (e a supporto della stessa tesi), viene presentato il Museo di Antropologia della
SAPIENZA - Università di Roma, fondato dallo stesso Sergi e oggi a lui intitolato.
Giuseppe Sergi è noto a pochi: perlopiù agli storici della scienza e, in particolare, a
chi si occupa di antropologia, di psicologia o di Pedagogia.
Tuttavia, non è una figura da trascurare fra quelle del tardo '800 dell'Italia unita e nei
primi decenni del '900. Direi piuttosto che Sergi fu un personaggio davvero significativo e quasi
"paradigmatico", ossia uno capace di ricapitolate nel proprio percorso intellettuale molte delle
istanze culturali, delle aspirazioni scientifiche e degli ardori "positivi" della sua epoca.
Originario di Messina, era nato nel 1841 e, neanche ventenne, era stato tra i picciotti siciliani
al seguito dei Mille di Garibaldi. Sapeva scrivere in Greco e, và da se, anche in Latino
(visto che conosceva persino il Sanscrito). Aveva insegnato filosofia nelle scuole; alla sua
prima opera (pubblicata nel 1868 dalla Tipografia Morello di Noto) diede il titolo di "Usiologia,
ovvero Scienza dell'Essenza", dove forse più chiaro è il sottotitolo - rinnovamento
dell'antichissima filosofia italiana - che descrive l'intento dell'autore di rispolverare
elementi di filosofia delle civiltà italiche pre-romane.
Insieme ad altri scritti a carattere filosofico e linguistico, la sua produzione denuncia
già dal 1873 un deciso interesse per la psicologia - con un primo "Principi di psicologia"
(Tipografia Capra, Messina) - e per l'antropologia in genere.
Poi fu all'Università di Bologna, dove insegnò antropologia per alcuni anni, dal 1880 al 1884.
Finalmente, nel 1884 venne chiamato a Roma - fresca capitale del Regno d'Italia - per coprire
la cattedra di antropologia presso la Facoltà di Scienze dell'ateneo alla Sapienza. Notiamo con
interesse che, proprio in quella Roma sottratta al dominio temporale dei Papi da poco più di una
dozzina d'anni, il mondo accademico si decideva a chiamare un docente di area scientifica, in una
facoltà scientifica, a insegnare antropologia, cioè la Storia Naturale dell'Uomo (così come veniva
intesa da tempo nei circoli intellettuali di tutta Europa).
La prima sede per Sergi e i suoi studenti fu stabilita, provvisoriamente, presso la Regia
Scuola per Ingegneri e, tre anni dopo, il Gabinetto di antropologia passò al Collegio Romano,
nell'angolo sud-est del vecchio palazzo a duecento metri da Piazza Venezia, quello che era stato
per secoli un convento di Gesuiti.
Le varie stanze del convento - nelle quali trovarono sede gli studi, i laboratori, l'aula e la biblioteca -
affacciavano tutte sullo stesso, lungo corridoio. Fu questo il posto giusto dove creare un embrione
di museo antropologico, quasi come fosse un raccordo tra le varie attività didattiche e di ricerca che in
quelle stanze si svolgevano.
Esiste ancora un vecchio timbro su cui è impresso: "Museo e Gabinetto di antropologia - Roma".
Quasi a suggerire che il museo rappresentò sin dall'inizio, nell'idea di Sergi e dei suoi allievi,
un sorta di elemento fondativo, un'area comune, un luogo d'incontro, il passaggio obbligato per chiunque
frequentasse gli studi, le aule e i laboratori.
D'altra parte, è proprio in quei primi decenni che il museo si arricchì di alcune fra le collezioni più
interessanti e rappresentative. Fra i reperti che andarono a formare il primo nucleo del museo,
figurano alcuni scheletri provenienti dall'estremo lembo australe del Sud America.
Proprio sulla prima pagina dell'antico registro con la copertina rigida di cartone, con le pagine numerate e
predisposte con righe verticali a formare quattro colonne, Sergi annotava di suo pugno in inchiostro nero:
1 - 13, Scheletri quasi completi di Fuegini, Terra del Fuoco, Raccolti dal Capitano Bove e acquistati dal
Ministero della Pubblica Istruzione.
All'inizio degli anni '80 (del secolo XIX), il Tenente Giacomo Bove fu comandante di una spedizione
naturalistica italiana nei mari australi della Patagonia e della Terra del Fuoco.
In quella spedizione fu possibile "adunare un prezioso corredo di osservazioni concernenti la geografia,
la meteorologia e le scienze naturali e formare cospicue collezioni, fra le quali meritano di essere
particolarmente ricordate quelle di scheletri umani, di rocce e minerali, la zoologia e la botanica"
(come è riportato nel resoconto di viaggio pubblicato dallo stesso Bove nel 1883).
Dei resti umani che furono raccolti presso gli indigeni Jámana, lungo le insenature lambite a sud dalle fredde
acque del Canale Beagle, 13 scheletri furono affidati al nascente museo antropologico di Roma che
Giuseppe Sergi andava formando (un'altra parte della stessa collezione andò a Firenze).
Si tratta di un gruppo di reperti che ancor oggi - insieme ad analoghe, rare collezioni conservate
altrove (Firenze, Parigi, Vienna, Punta Arenas) - costituisce un patrimonio di grande interesse per lo
studio del popolamento dei continente americano.
Quei pochi resti rappresentano ciò che rimane per la conoscenza biologica di popolazioni, ormai estinte, vissute
a lungo in condizioni di isolamento geografico ed in terre e climi fortemente selettivi.
Erano i discendenti diretti dei primi uomini che colonizzarono il continente americano, dopo aver
attraversato verso la fine del Pleistocene lo stretto di Bering, essere stati spinti sempre più a sud
dalla pressione di successive ondate migratorie ed essere poi rimasti lì, in quel gelido fondo-del-sacco,
ad attendere che i popoli civili venuti dall'Europa li sterminassero, portando con sé malattie
sconosciute, l'alcol e il piombo assassino dei fucili.
Nel vecchio catalogo del museo segue, secondo il medesimo schema, l'elencazione puntigliosa di una lunga
serie di reperti, perlopiù scheletrici, perlopiù crani e quasi tutti umani (o di primati non umani),
molti dei quali furono poi studiati e descritti dallo stesso Sergi o dai suoi collaboratori e allievi,
tra i quali non si può non ricordare il figlio Sergio (proprio così, come andava di moda: Sergio Sergi),
che prese la direzione dell'istituto e del museo per quasi tutta la prima metà del '900.
Ecco una lista davvero sommaria dei reperti che già verso la fine dell'800 affollavano gli scaffali del
corridoio-museo al Collegio Romano: una raccolta di "crani peruviani antichi" (pre-conquistadores),
anche con esiti di deformazione artificiale della scatola cranica e di trapanazione magico-rituale;
raccolte di cervelli umani; corpi di scimmie in formalina; una trentina di scheletri fetali umani a
diverse età di sviluppo; numerosi resti scheletrici di proscimmie e scimmie; estese collezioni di crani
umani del bacino dei Mediterraneo, che documentano "varietà umane" o antiche popolazioni e,
in particolare, il popolamento dell'Italia in epoca preistorica e storica; un'altra grande collezione
(oltre trecento crani), arrivata da terre lontane intorno al 1890 e proveniente da isole e località
costiere della Papuasia riferibile a popolazioni papua-melanesiane e neocaledoni ecc. ecc.
Soprattutto crani, dunque, e ancora crani, crani e poi crani. Se ne contano oggi non meno di
5.000 e sono collezioni provenienti da tutti gli angoli del mondo. Ci si può interrogare, a questo
punto, sui possibili motivi e sulle ragioni di un indirizzo così preciso nella raccolta del materiale.
Forse questo è anche un modo per capire meglio Giuseppe Sergi e l'antropologia che a quei tempi si
fondava in Italia come scienza.
Diciamo subito che la cultura del Sergi fu enciclopedica, lo testimonia più che a sufficienza una produzione
scientifica che copre l'intervallo cronologico di almeno 70 anni, fino e oltre la sua scomparsa
avvenuta alla bella età di 95 anni (nel 1936).
"I suoi scritti", ha ricordato il figlio Sergio in una commemorazione (pubblicata sulla Rivista
di antropologia nel 193…?), "occupano un'intera biblioteca per il loro numero e costituiscono una
vera enciclopedia universale per la varietà degli argomenti. [...] documentano la multiforme ed
inesauribile fecondità del suo pensiero". Si può rimanere stupiti, allora, del fatto che una mente così
poliedrica abbia dato vita ad un museo così monocorde, affollato di crani e ancora crani.
Indubbiamente, quello di Sergi e del museo antropologico di Roma non è un caso isolato.
La seconda metà dell'800 è proprio l'epoca in cui, in tutta Europa e oltreoceano, si vanno formando
musei etnografici, preistorici e antropologici (nel senso dell'antropologia fisica).
Al tempo stesso, si vengono a costituire società etnologiche (prima) e antropologiche (subito dopo),
nascono un po' dappertutto riviste scientifiche e vengono tenute conferenze sul posto dell'uomo nella
natura, sulla diversità biologica e culturale della nostra specie, sulla preistoria.
E' l'epoca di Paul Broca, che a Parigi insegna antropologia e si dedica in particolar modo a
gettare solide basi per un'antropometria che sia davvero una scienza, cioè riproducibile, in quanto
basata su misurazioni e indici standardizzati (come diremmo oggi).
E' questa un'impresa che verrà completata da Rudolf Martin di Zurigo nella prima metà del '900 e sarà poi
rielaborata, per applicazioni di statistica multivariate, da William W. Howells una trentina d'anni fa.
E' l'epoca in Germania dell'anatomo-patologo Rudolph Virchow come di Gustav Schwalbe, paleoantropologo.
Quest'ultimo fu forse il vero padre della paleontologia umana, anche se a dir il vero un po'
per avventura (dal momento che gli capitò di studiare sia lo scheletro trovato a Neanderthal nel 1856
sia i resti del pitecantropo trovato a Java nel 1891).
Tornando in Italia, questa è anche l'epoca di Paolo Mantegazza e Giustiniano Nicolucci. Insieme a
Giuseppe Sergi, sono i grandi "padri" dell'antropologia qui da noi, l'uno a Firenze (dal 1869) e l'altro a
Napoli (dal 1880). Intorno a loro vengono a formarsi vere e proprie scuole di pensiero e di attività
scientifica sulla storia naturale dell'uomo. A Torino, invece, e in altre città il ruolo veniva assunto
da zoologi come Filippo de Filippi e Michele Lessona, o da anatomisti come Antonio Garbiglietti.
Un po' in tutti questi casi, e in molti altri ancora, accanto ai personaggi dell'esordio dell'antropologia come
scienza, sorgono società e riviste scientifiche, ma anche musei. E' questa l'epoca anche di viaggi in
terre lontane e di archivi naturalistici ed etnografici che riempiono le stive delle navi e si
trasferiscono negli scaffali dei musei. Anche in campo antropologico, così come in quello zoologico e
botanico, è venuto il momento della raccolta-dei-dati.
Cosa c'è di meglio allora di un museo per assolvere allo scopo? C'è proprio bisogno di un luogo fisico di
conservazione, inteso come archivio, ma anche centro attivo di studio e di ricerca (non era ancora tempo
di parlare di divulgazione, semmai di pedagogia).
E nei musei antropologici viene archiviata la diversità biologica dell'umanità attuale e del passato.
Lo si fa per come è possibile farlo, cioè sotto forma di scheletri. Così, tra i vari elementi dello
scheletro (lo abbiamo già detto), il primo oggetto d'interesse è quel solido complesso che già aveva
appassionato Blumenbach e altri prima e dopo di lui: il cranio.
Nulla di strano dunque che Giuseppe Sergi, nel mettere le fondamenta dell'antropologia all'università di Roma,
dia vita a un museo e lo riempia di scheletri e, in particolare modo, di crani.
Che invece nelle raccolte sergiane non entrino in gioco anche elementi etnografici e preistorici
(come avveniva e avviene di solito nei musei antropologici) è facilmente spiegabile per la presenza
a Roma delle straordinarie collezioni raccolte da Luigi Pigorini, che proprio in quegli stessi anni
andava formando il museo che ancora porta il suo nome. Peraltro, i due musei si trovarono a occupare
per molti anni locali attigui nel medesimo edificio del Collegio Romano e sappiamo che tra Sergi e
Pigorini vi fu un intenso scambio di informazioni e reperti, nel rispetto delle competenze.
Detto questo, appare determinante chiamare in causa il diffuso atteggiamento positivista del tempo,
di cui Sergi è giustamente considerato un chiaro interprete, ed è così possibile individuare una risposta
ancora più puntuale, considerando il percorso intellettuale che fu proprio del personaggio.
E' ben noto che quella cultura enciclopedica che Sergi dovette interamente a sé stesso ebbe
uno stampo sostanzialmente umanista. Conosceva il greco e addirittura il sanscrito, scriveva
di filologia comparata, la sua prima opera fu nel campo della filosofia.
Nel corso degli anni '70, però, possiamo registrare un mutamento sensibile, quando Sergi sembra
recepire intensamente l'affermarsi del pensiero positivista e, nel campo delle scienze naturali,
il diffondersi dei darwinismo anche in Italia. Registriamo allora un nuovo orientamento nella produzione
intellettuale e scientifica di Giuseppe Sergi.
Da questo punto di vista, la psicologia e lo studio della psiche umana su basi fisiologiche, che
fra i primi in Europa si adoperò per promuovere, sembra segnare l'inizio di questo suo nuovo
indirizzo.
Sta di fatto che Sergi è considerato non solo dagli antropologi, ma anche dagli psicologi italiani -
e a ragione - uno dei fondatori della disciplina. Creò uno dei primi, pioneristici laboratori
di "psicologia fisiologica" del mondo, in parallelo con quanto faceva Wilhelm Wundt (1832-1920) a
Lipsia, in Germania.
Di fatto, tuttavia, per Sergi questo fu solo il primo passo di uno spostamento più grande, una sorta di
anello-di-congiunzione tra approccio umanista e approccio biologico, quasi a cavallo tra spirito e materia,
tra mente e corpo.
Il passaggio dal filosofo dei primi tempi, allo psicologo funzionalista e sperimentale, all'antropologo non
è affatto traumatico nel percorso intellettuale di Giuseppe Sergi.
Ha piuttosto l'andamento di un flusso osmotico da un approccio all'altro, in un costante, ben indirizzato
riferimento all'uomo nella sua interezza. L'impostazione positiva e riduzionista assunta dal Sergi
sembra poter essere la chiave di lettura del processo che lo portò, progressivamente, ad avvicinarsi
all'antropologia e, più in particolare, allo studio delle forme del cranio.
In altri termini, se Sergi fu uno psicologo riduzionista - e lo fu con una vena di idealismo,
in linea con il positivismo romantico così tipico in quegli anni - certamente lo stesso atteggiamento
intellettuale manifestò sin dall'inizio come antropologo.
D'altra parte, va notato che la sua attività, anche successiva, segnala una predilezione verso le visioni
d'insieme. La tendenza è a interpretare i fenomeni e a trovare i mezzi per farlo, molto più che a descrivere
minuziosamente.
La traiettoria è ormai segnata. A partire dai primi anni '80 e con accenti sempre più convinti,
la sua ricerca volge a ciò che poteva ritenere le fondamenta morfo-funzionali di quel "fenomeno
naturale", oggetto della sua indagine, che è l'uomo.
Non abbandonerà mai la psicologia, d'altra parte (l'ultimo suo scritto in materia, Schiarimenti,
fu pubblicato postumo nel 1937), ma con un atteggiamento sempre più saggistico, quasi letterario,
in un'esteriorizzazione prodotta di getto, com'era il suo modo di scrivere.
Ma dalla psicologia sperimentale, ideale proiezione delle funzioni cerebrali, Sergi si è
ormai mosso inesorabilmente verso il "guscio osseo" del cervello stesso (per usare un'espressione di
Mantegazza): il cranio, appunto.
E dunque, uno degli approdi di questo percorso intellettuale sembra essere proprio la raccolta, lo studio e la
valutazione interpretativa delle collezioni craniologiche che vanno in quegli anni ad affollare gli
scaffali degli armadi lungo il corridoio del gabinetto di antropologia al Collegio Romano. Con lo
studio morfologico del cranio umano, non privo di teorizzazioni di portata generale, Sergi pare voler
tentare la puntuale, quasi definitiva, applicazione dell'orientamento positivista suo e del suo tempo,
fino ad affondare il bisturi del determinismo nelle più profonde pieghe della materia.
Proprio in questa dimensione, Giuseppe Sergi propose un originale metodo descrittivo per la valutazione
concreta della morfologia cranica, che lui stesso applicò ad estese collezioni craniologiche.
"Come negli altri animali", scrisse nel 1893, "nell'uomo trovansi due sorte di caratteri fisici, gli esterni e gli
interni: i primi, principalmente, sono quelli della cute e di alcune appendici cutanee, (…). i
caratteri interni sono, in generale, gli scheletrici da cui prendono forma e figura tutte le membra
e le singole parti del corpo (…).
Di tutto lo scheletro umano il cranio cerebrale, con la faccia, rappresenta la parte più importante e caratteristica".
E più avanti: "per mezzo del cranio cerebrale si sono tentate classificazioni dei gruppi umani,
ma non sono riuscite per deficienza di metodo (…).
A me sembra, dopo che anch'io ho adoperato la craniometria in mancanza di meglio, che sarebbe tempo di stabilire,
(…) per lo studio dell'uomo nelle sue variazioni, un metodo naturale, non diverso da quello che è in uso
per la zoologia e la botanica, e del quale ho già posto le prime basi".