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Rifiuti,dall’esperienza della Campania, prospettive,prevenzione,equità




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In data 28.08.07
Fabrizio Bianchi1, Liliana Cori2
1Epidemiologo, Dirigente di Ricerca, Istituto Fisiologia Clinica CNR, Pisa
2Esperta in comunicazione, ricercatore, Istituto Fisiologia Clinica CNR, Roma

Anno 4
Edizione Agosto 2007





Rifiuti: dall’esperienza della Campania prospettive di prevenzione e di equità

Abstract
Nonostante gli sforzi per ridurre i rifiuti prodotti e per diminuire lo smaltimento nei siti dedicati, l’Italia è ancora ben lontana da questo obiettivo. E’ documentata da molti anni in Campania la pratica diffusa di scaricare illegalmente rifiuti tossici, cos’ come di combustione a cielo aperto di rifiuti domestici e tossici.

E’ noto che la gestione illegale di rifiuti grave inquinamento delle falde acquifere, dei suoli e dell’aria, con possibile contaminazione della catena alimentare. Sono stati pubblicati diversi studi e alcune rassegne di studi che riguardano l’impatto sulla salute dello smaltimento dei rifiuti.

Per valutare lo stato di salute della popolazione residente in 196 comuni delle province di Napoli e Caserta in Campania è stato fatto uno studio multidisciplinare commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile della Presendenza del Consiglio dei Ministeri, realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Ufficio Europeo Ambiente e Salute di Roma, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche Sezione di Epidemiologia Istituto di Fisiologia Clinica di Pisa, Dall’Istituto Superiore di Sanità, dall’Osservatorio Epidemiologico e dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente della Regione Campania.

Lo studio di correlazione geografica sul pericolo ambientale e la mortalità per tumore, o sull’occorrenza di malformazioni in ogni comune, ha fatto emergere numerosi eccessi di diverse patologie, concentrate in particolare in un’area situata a sud est delle due province.

I profili di esposizione delle comunità sono stati individuati sulla base della caratterizzazione dei principali siti di smaltimento legale e illegale di rifiuti, e con l’individuazione di 5 categorie di rischio per la popolazione, che tiene conto del numero delle persone che vivono all’interno di un raggio di 1 chilometro da ciascun sito.

Al crescere del livello di pericolo, sono stati trovati aumenti statisticamente significativi di rischio di morte per tutte le cause (aumento del +1.7% e del +2.4%, rispettivamente negli uomini e nelle donne), per tutti i tumori (+1.5% negli uomini, +1% nelle donne), per il tumore al fegato (+4.3% negli uomini, +6.6% nelle donne), per il tumore al polmone negli uomini (+1.9%), e per tumore allo stomaco negli uomini (+5.2%). Anche per il rischio di malformazioni congenite è stato osservato un aumento significativo per le anomalie del sistema urogenitale (+13.8%.).

Inoltre è emerso che diverse cause di morte e di malformazioni congenite sono associate allo stato di deprivazione. I risultati sono coerenti con le indagini precedenti, che riguardavano il possibile contributo dell’esposizione connessa alla presenza di rifiuti all’aumento dell’incidenza di malattie in comunità residenti vicino a siti di maltimento di rifiuti.

Gli effetti osservati, alcuni dei quali a lunga latenza (i tumori) altri con una latenza più breve (le malformazioni congenite) devono essere ulteriormente indagati per misurare l’impatto sulla salute dell’esposizione a rifiuti, anche se deve essere adottata una strategia urgente in materia di ambiente e salute: devono avere la massima priorità azioni immediate di bonifica dei siti inquinati, cambiamenti coerenti nella gestione dei rifiuti e una adeguato sistema di sorveglianza su ambiente e salute che comprenda il biomonitoraggio umano.

In spite of the effort to reduce the amount of waste produced and to decrease the disposal in landfill sites, Italy is jet far from the objective of waste reduction.

The widespread practice of illegal dumping of toxic wastes is documented since many years in the Campania region as well as the burning of domestic and toxic waste. The illegal waste management is known to produce a serious pollution of groundwater, soil and air with possible contamination of food chain.

Several studies on the health impact of waste management has been published, as well as scientific reviews. To assess the health status of the population resident in the 196 municipalities of the Campania provinces of Naples and Caserta a multidisciplinary study group was established (the WHO Centre on Environment and Health, Rome, the National Research Council, Unit of Epidemiology, Pisa, the National Health Institute, Rome, the Epidemiological Observatory and the Environmental Protection Agency of Campania Region), on request of the Department of Civil Defence of the Italian Government.

The geographical correlation study on environmental hazard and cancer mortality or occurrence of malformations in each municipality detected numerous excesses of different outcomes, particularly concentrated in an area located in the south-eastern part of the Province. Exposure profile was based on characterization of major legal or illegal waste sites, and a 5 category hazard index score for the population was assembled considering the number of people living within the area with 1 km radius centred on each site.

Statistically significant trends of death’s risk when hazard score increases, were found for all cause mortality (+1.7% and +2.4% risk increase, respectively in men and women), all cancers (+1.5% in men, +1% in women), liver cancer (+4.3% in men, +6.6% in women), lung cancer in men (+1.9%), and stomach cancer in men (+5.2%).

A significant trend of congenital malformation’s risk was observed for anomalies of the internal urogenital system (+13.8%.). Also the deprivation status was found associated with several causes of mortality and congenital malformations. The findings are consistent with previous reports on the possible contributory role of waste-related exposures in determining ill health in populations living around waste sites.

The observed effects, some with long latency (tumors) other with short latency (congenital malformations) need to be further investigated in order to measure the health impact of exposure to waste, however a prompt strategy on environment and health need to be adopted: immediate actions to reclaim the polluted sites, consistent changes in waste management and an adequate environment and health surveillance system including human biomonitoring, are at high level priority.

Figura 1. Rischio di mortalità per tutte le cause (1994-2001), secondo quattro categorie di indice di pressione da rifiuti poste a confronto con la categoria 1 considerata a rischio zero.


Figura 2. Malformazioni congenite del sistema nervoso e dell’apparato urogenitale (1996-2002), secondo quattro categorie di indice di pressione da rifiuti poste a confronto con la categoria 1 considerata a rischio zero.


Da “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana - Correlazione tra rischio ambientale da rifiuti, mortalità e malformazioni congenite - Rapporto sintetico”.

Uno studio commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile, a cura di: Organizzazione Mondiale della Sanità, Centro Europeo Ambiente e Salute, Istituto Superiore di Sanità, Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Fisiologia Clinica, Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania , Agenzia Regionale Protezione Ambiente della Campania.
In: http://www.emergenzarifiuticampania.it.

Quattordici anni di emergenza-rifiuti in Campania non sono riusciti a dare una soluzione organica al problema dello smaltimento di una quantità crescente di rifiuti, e di recente si è registrata un’altra crisi acuta. La situazione è quanto mai complessa: il mancato contenimento, l’insufficiente o assente raccolta differenziata, lo scarso ricorso al riciclo di frazioni pregiate che non dovrebbero essere smaltite in discariche, la produzione di combustibile da rifiuti che rimane ammassato in vaste aree di stoccaggio, un inceneritore ancora in costruzione, stanno saturando le poche discariche di rifiuti ancora disponibili.

La crisi nella regione Campania fa emergere con chiarezza la criticità di ciascuna fase del ciclo dei rifiuti e del suo complesso e la necessità di affrontare i problemi organicamente, e mette in luce le carenze di processi comunicativi e partecipativi adeguati alla gestione del rischio.

In questo contesto è emersa con forza anche la preoccupazione sui possibili danni alla salute delle popolazioni residenti nelle aree più critiche per presenza di rifiuti, a cui uno studio collaborativo, commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile, ha iniziato a dare alcune risposte.

I risultati sono riportati in un rapporto recentemente presentato che ha apportato alcune interessanti innovazioni nel metodo e ha consegnato alcuni segnali ed indicazioni non trascurabili. (il rapporto finale e gli allegati sono pubblicati sul sito: http://www.protezionecivile.it/minisite/index.php?) Ma andiamo con ordine partendo dal necessario inquadramento del problema.

Crescono i rifiuti, crescono i problemi
In Italia i dati ufficiali più recenti sulla prroduzione e lo smaltimento di rifiuti sono riferiti al 2005 (fonte APAT e.Osservatorio Nazionale sui Rifiuti – Anno 2006): circa 140 milioni di tonnellate di rifiuti di tutti i tipi prodotti, di cui oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi o inerti, 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e più di 5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi.

Nel complesso la produzione di rifiuti urbani, riconosciuta strettamente legata a fattori di natura socio-economica e di comportamenti di consumo, è cresciuta del 5,1% tra il 2000 e il 2005. Lo smaltimento (biostabilizzazione, produzione di CDR, compostaggio e incenerimento) ha riguardato meno della metà dei rifiuti urbani prodotti, mentre oltre la metà dei rifiuti è continuato ad andare in discariche di prima categoria, che nonostante siano diminuite da 657 a 340, rappresentano ancora la principale modalità di smaltimento, soprattutto per rifiuti indifferenziati che rappresentano ancora il 36% del rifiuto urbano prodotto.

Circa il 24% sono stati i rifiuti differenziati e 8,4 milioni sono state portate in impianti di trattamento (bio-stabilizzazione, CDR), 3,2 milioni di tonnellate negli inceneritori. Infine 900 mila tonnellate di frazione organica selezionata, da raccolta differenziata, sono state portate in impianti di compostaggio.

La raccolta differenziata seppure aumentata del 10% tra il 2003 e 2004 e dell’ 8,5% tra il 2005 e il 2004, riguardato quasi tutti i materiali e in quasi tutte le regioni, può e deve crescere ulteriormente, salvo gli ormai oltre 1000 comuni che già oggi raggiungono traguardi che per altri sono ancora miraggi (si veda a proposito il rapporto di legambiente sui comuni ricicloni: http://www.gestionale.legambiente.org/.pdf). Gli impianti di compostaggio di rifiuti organici hanno raggiunto una potenzialità di 6 milioni di tonnellate rispetto a 2,6 milioni nel 2004, con una distribuzione territoriale molto eterogenea.

L’incenerimento dei rifiuti totali è aumentato in Italia del 12% e dei rifiuti urbani del 6% (4 milioni di tonnellate di cui 0,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e sanitari, che complessivamente ammontano a circa il 10% del totale dei rifiuti urbani smaltiti, valore molto al di sotto della media dei principali paesi europei).

I rifiuti speciali pericolosi prodotti sono stati oltre 5 milioni di tonnellate, soprattutto di origine industriale. Quanto ai rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, le regioni con maggiore produzione e gestione sono state la Lombardia (1.6 mln. t/anno), il Veneto (0,7), l’Emilia Romagna (0,6) e il Piemonte (0,5 mln t/anno).

Gli impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB), che includono trattamenti selettivi della frazione secca, di digestione anaerobica e aerobica della frazione umida e di recupero di biogas, non costituiscono ancora una filiera pur essendo di grande interesse sia dal punto di vista della riduzione delle emissioni che da quello della riduzione della componente inerte da portare in discarica.

Dunque, nonostante le normative, i richiami e alcune virtuose iniziative per la riduzione e la razionalizzazione del ciclo dei rifiuti, la produzione di rifiuti è costantemente in aumento, lo smaltimento in discarica rappresenta ancora la forma di gestione più diffusa, anche se si cominciano a registrare quantitativi di rifiuti avviati al recupero di materia e/o di energia sempre maggiori.

Gli inceneritori, localizzati prevalentemente nelle regioni del nord e centro, hanno registrato adeguamenti alla normativa europea con il passaggio a impianti tecnologicamente più avanzati, sia di combustione che di abbattimento delle emissioni. Questo quadro generale ha comportato sicuramente una riduzione dell’emissione di inquinanti, notevole per i macro e più contenuta per alcuni microinquinanti (metalli pesanti e composti organici alogenati), per i quali i sistemi di abbattimento incontrano maggiori difficoltà operative.

Più conoscenze su rifiuti e salute
Sia per gli inceneritori che per le discariche il problema principale è quello della conoscenza delle modalità di diffusione degli inquinanti nelle matrici ambientali: l’entità e del modello della ricaduta al suolo degli inquinanti emessi dai camini è per la maggior parte dei casi non conosciuta a causa delle complesse e variabili condizioni operative e meteo-climatiche e, per le discariche, solo sporadicamente è ben caratterizzato il destino dei diversi inquinanti, sopratutto nel suolo e nella falda.

Nel caso poi di discariche incontrollate e illegali, che in alcune regioni sono migliaia (oltre 1000 quelle censite nelle sole provincia di Napoli e Caserta) la situazione è ancora più grave a causa dell’assenza di dati per la caratterizzazione dei siti e del loro intorno.

Gli effetti delle combustioni incontrollate di rifiuti, tristemente diffuse in Campania, sono ancor più difficili da valutare, soprattutto per la estrema variabilità sul territorio. L’impatto sulla salute delle sostanze chimiche presenti nei materiali in fase solidi, liquida o gassosa è dovuto principalmente al conferimento in discarica e alla combustione.

La gerarchia per un ciclo virtuoso vede al primo posto la riduzione, al secondo il riuso, poi il riciclo, e via via fino alla raccolta differenziata seguita dal riciclo (incluso il compostaggio), il trattamento attraverso combustione e infine il conferimento in discarica (Unione Europea - La gerarchia dei rifiuti, 2007).

L’esposizione di comunità residenti attorno a discariche e inceneritori ha creato preoccupazione da molti anni, e sul tema degli effetti sulla salute sono stati pubblicati molti lavori scientifici ed alcune rassegne bibliografiche che danno un quadro piuttosto ricco dello stato delle conoscenze (Vrijheid 2000, Enviros-DEFRA 2004, Rushton 2003, Franchini 2004, Linzalone 2007).

Importanti progressi sono stati recentemente raggiunti sull’uso di biomarcatori misurati nel sangue, nei capelli o nel latte materno per valutare l’esposizione reale a inquinanti con cui si viene in contatto (Linzalone 2004, Bianchi 2006, Linzalone 2007).

Tra i risultati più solidi pubblicati sul tema dei rischi sanitari intorno a discariche è da citare l’incremento di neonati con basso peso da madri residenti in aree con siti di rifiuti, seppure il rischio (circa + 5%) è risultato non di elevata entità (Vrijheid 2000).

Anche le malformazioni congenite in popolazioni residenti intorno a discariche sono state ripetutamente studiate, soprattutto in nord america e in Europa, e diversi studi hanno riportato rischi crescenti all’avvicinarsi al sito di smaltimento.

Molti autori hanno segnalato il problema della eziologia multifattoriale della maggior parte delle malformazioni e la difficoltà di misurare la componente del rischio causata da cause ambientali. Due grandi studi effettuati in Europa, uno su 9.565 siti in Gran Bretagna (Elliott 2001) e uno su 23 siti in Europa (Dolk 1998, Vrijheid 2002), hanno mostrato incrementi di malformazioni congenite totali e specifiche, con stime di eccesso di rischio del 10% o del 30% tra i nati entro 2 km o entro 3,5 km.

Eccessi più rilevanti sono emersi per alcune patologie specifiche del sistema nervoso, del cuore e dell’apparato genitale maschile sono emersi (tra +49% e +96%) (Vrijheid 2002). Tuttavia numerosi studi non hanno evidenziato eccessi di rischio.

Per quanto attiene la mortalità, in 593 siti US inclusi nella lista nazionale di priorità erano segnalati eccessi di mortalità per tumori di polmone, vescica, stomaco (senza aggiustamento per confondenti), in contee con e senza siti (Johnson 1999).

Uno studio condotto in Inghilterra, controllato per alcuni confondenti, non ha riportato eccessi di rischio per tumori di vescica, cervello, fegato e leucemie (Jarup 2002). Numerosi studi epidemiologici effettuati con diverso disegno e su aree geografiche di diversa estensione hanno segnalato incrementi di rischio per tumori di polmone, vescica, fegato, stomaco, prostata, linfomi non-Hodgkin, leucemie, leucemie infantili e mortalità perinatale.

In Italia è da citare uno studio su 6 comuni toscani con altrettante discariche dal quale sono emersi eccessi di mortalità per tumore del fegato (solo maschi) e mammella, e malattie cerebro e cardio-vascolari (Minchilli 2006).

I recenti studi effettuati in Campania hanno prodotto ulteriori importanti conoscenze. Un primo studio epidemiologico sulla mortalità nei comuni di Giugliano in Campania, Qualiano e Villaricca aveva censito 39 siti, per 27 dei quali c’erano indizi della presenza di rifiuti pericolosi, e aveva mostrato aumenti significativi delle neoplasie polmonari, pleuriche, laringee, vescicali, epatiche ed encefaliche, delle malattie circolatorie e del diabete (Altavista et al 2004).

Successivamente, nelle province di Napoli e Caserta erano stati censiti 1240 siti di discarica autorizzate ma in prevalenza illegali, considerando più fonti informative, dalle dichiarazioni al catasto dei rifiuti (MUD), ai dati dell’ARPAC e Legambiente Campania.

Nel 2005, in considerazione dello stato dell’ambiente e dei rischi per la salute, largamente temuti ma esattamente non conosciuti, e anche della situazione assai critica in tutte le zone di discarica e nel comune di Acerra, dove è in corso la costruzione del primo inceneritore della Campania, il Dipartimento della Protezione Civile incaricava un gruppo di istituzioni scientifiche (OMS, Istituto Superiore di Sanità, CNR) insieme all’Osservatorio Epidemiologico e all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente della Campania di studiare meglio la situazione.

Per migliorare la conoscenza del legame tra inquinamento ambientale e salute un gruppo di lavoro di esperti di siti contaminati e GIS dell’ISS e del Dipartimento della Protezione Civile, ha classificato la pericolosità dei siti secondo un sistema basato su dati riguardanti la tipologia e la dimensione della discarica e dei rifiuti conferiti.

Per 226 siti più importanti per pericolosità è stato considerato il territorio circostante entro il raggio di 1 km e la popolazione residente in questi cerchi, in modo tale da aggiungere una informazione sui potenziali soggetti esposti per trasformare l’indicatore di pericolosità in indicatore di rischio.

Questi dati sito-specifici sono stati poi integrati a livello comunale per calcolare un indicatore di rischio comunale, che suddiviso in 5 categorie di pericolosità, è stato poi correlato con i dati di mortalità e di prevalenza di malformazioni congenite nei nati.

Le analisi statistiche hanno evidenziato eccessi statisticamente significativi di rischio di malformazioni del sistema nervoso centrale e dell’apparato urinario, con incrementi rispettivamente dell’8% e del 14% al crescere dell’indice di rischio da rifiuti, e un incremento medio del 2% della mortalità generale in entrambi i sessi.

Andamenti di rischio crescente al crescere della pericolosità sono emersi per il complesso dei tumori (+1% in entrambi i sessi), per il tumore del fegato (+8% negli uomini e +7% nelle donne), per il tumore polmonare (+2%) e gastrico (+5%) negli uomini (AA.VV. 2007) Lo stesso studio ha identificato un gruppo di 32 comuni a maggior rischio ambientale (8 in categoria V e altri 24 in categoria IV), tra i quali la maggior parte risulta anche a maggior rischio per la salute.

Questi comuni sono localizzati tra le province di Casera e di Napoli, e inclusi nei siti di bonifica “Litorale domizio-flegreo” e “agro-aversano” o nella penisola sorrentina. Sull’impatto ambientale e sanitario degli inceneritori esiste una corposa letteratura scientifica prodotta in oltre 40 anni, in relazione a microinquinanti indicati come più pericolosi tra quelli prodotti dalla combustione dei rifiuti, quali diossine e furani, cadmio, mercurio ed altri metalli pesanti, IPA oltre a CO, NOx, e polveri.

Sull’argomento ci sono rassegne bibliografiche recenti (Rushton 2003, Franchini 2004, Enviros-Defra 2004). Per altri impianti, come quelli per il compostaggio, il trattamento meccanico, la produzione di CDR, si dispone di studi epidemiologici sporadici, non in grado di consentire una valutazione solida sull’impatto sulla salute.

In generale il compostaggio, a causa dei processi microbiologici di tipo aerobico, può comportare rischi di infezioni, allergie, micosi, e esposizioni acute possono provocare eventi avversi gravi specie in soggetti immunodepressi.

I rischi legati al trasporto di rifiuti sono stati prevalentemente studiati nei lavoratori in relazione all’inquinamento non trascurabile da rifiuti sommato a quello tradizionale dei veicoli a motore, ai quali sono esposti anche individui residenti nelle aree interessate dai flussi di trasporto (prevalentemente entro fasce da 100 a 250 metri).

Infine non sono da dimenticare le esposizioni acute, che debbono essere evitate riducendo il fondo di inquinamento misurato ai punti di emissione e ai recettori al suolo.

  • Gli interferenti endocrini
Un capitolo nuovo è costituito dai danni da esposizione a interferenti endocrini, per molti dei quali è documentata la presenza tra gli inquinanti tipici dei percolati e dei gas di discarica e delle emissioni e scorie degli inceneritori (metalli, IPA, PCBs e diossine, etc..).

Sugli interferenti endocrini iniziano a consolidarsi evidenze sui meccanismi di azione e dei danni correlati, mentre gli studi epidemiologici sono limitati ad alcuni eventi avversi riproduttivi, quali criptorchidismo, ipospadia, cancro dei testicoli (Toppari 1996, Sultan 2001).

Gli esiti sanitari di interesse sono il rapporto tra sessi, la mortalità fetale, neonatale e perinatale. Sintomi, diagnosticati e autoriferiti, sono importanti sopratutto come indicatori di malessere e strettamente legati alla percezione del rischio nelle aree con impianti di trattamento.

Gruppi vulnerabili ed equità di distribuzione del rischio
Le comunità che vivono nelle vicinanze degli impianti o in aree più lontane ma interessate da inquinamento derivato (falde acquifere e aree di approvvigionamento idrico, aree a maggior ricaduta aerea a causa di condizioni meteo-climatiche prevalenti), oltre ai lavoratori degli impianti stessi, sono da considerare maggiormente esposte e quindi vulnerabili.

Occorre anche considerare il problema della contaminazione della catena alimentare e dell’uso di alimenti contaminati che può interessare comunità più vaste e che vivono anche a lunga distanza dagli impianti.

Gruppi vulnerabili sono rappresentati dai bambini, con particolare riferimento al periodo dell’allattamento e ai primi anni di vita, dalle donne gravide, dagli anziani e dagli appartenenti a fasce di popolazione con malattie respiratorie, del sistema immunitario o affette da disturbi neuro-psicologici e psichiatrici (depressione).

Il problema della identificazione e protezione dei gruppi più vulnerabili è un tema fondamentale dal punto di vista della equità di salute e deve essere affrontato con metodi e strumenti specifici.

Non solo Campania
I problemi legati allo smaltimento dei rifiuti è largamente diffuso sul territorio nazionale, con una distribuzione disomogenea, caratterizzata da una maggiore concentrazione di inceneritori nelle regioni centro-settentrionali e delle discariche illegali nelle regioni meridionali.

La dimensione numerica della popolazione potenzialmente esposta a rischio non è conosciuta ma il numero dei residenti all’intorno delle migliaia di impianti e discariche di diverso tipo è comunque elevato, basta considerare che le aree della regione Campania a più alta intensità di rifiuti sono anche altamente popolate.

Dunque in presenza di impianti di trattamento dei rifiuti sarebbe opportuno effettuare un monitoraggio ambientale costante, e verificare il funzionamento delle apparecchiature per il contenimento dei percolati e l’abbattimento delle emissioni, a cura delle autorità pubbliche di sorveglianza.

Le discariche che rispondono ai moderni requisiti tecnici di isolamento da terreno, falde acquifere e recupero dei gas devono essere dotate di un ‘Piano di sorveglianza e controllo su ambiente e salute’ con cui si garantisce il monitoraggio ambientale, la gestione delle emergenze, l’accesso ai dati di funzionamento.

Un sistema di monitoraggio e caratterizzazione ancor più mirato andrebbe garantito nel caso delle vecchie discariche o delle discariche incontrollate, che sono la maggior parte nel nostro paese, e che nella maggior parte dei casi vanno bonificate e isolate: la sola conoscenza dell’ubicazione delle discariche non consente infatti di valutare se le popolazioni sono esposte a rischi per la salute.

Sviluppare la ricerca per migliorare le conoscenze
E’ importante conoscere l’esposizione della popolazione agli inquinanti e i problemi di salute che essi possono provocare per poter mettere a punto di un sistema di sorveglianza che consenta di prevenire i pericoli, di proteggere gruppi a maggiore rischio e di individuare possibili emergenze.

Ciò significa conoscere i composti chimici presenti nell’ambiente, il modo in cui si spostano nel suolo, nell’aria, nell’acqua, come arrivano alle persone: direttamente con il respiro o bevendo, indirettamente nei cibi.

Queste sono le conoscenze più difficili da acquisire, perché man mano che la ricerca si approfondisce si scoprono nuove possibilità, molte sensibilità soggettive che determinano reazione diverse sia nello scatenare le malattie che alle cure.

Non esiste infatti per la maggior parte dei prodotti chimici che hanno effetti a lungo termine un meccanismo di causa-effetto, né di dose-risposta, con l’importante eccezione dell’amianto (che provoca uno specifico tumore della pleura).

Il meccanismo di causa-effetto per cui l’assunzione di una certa sostanza provoca un effetto determinato e di dose-risposta, cioè che ad un aumento della quantità corrisponde un aumento dell’effetto è proprio della tossicità acuta, ma anche dei farmaci, o della normale assunzione di alimenti; i danni a lungo termine come l’insorgere di tumori, di malattie immunitarie, di intolleranze, seguono percorsi molto più complessi e dipendono in una misura che non è conosciuta con esattezza da condizioni soggettive dell’ambiente in cui le persone vivono e dalle abitudini personali.

La ricerca scientifica sull’esposizione ad inquinanti si serve di molti dati diversi per interpretare i fenomeni che avvengono. E’ utile in particolare studiare la frequenza di determinate malattie, associate a specifiche esposizioni: l’epidemiologia ambientale fa proprio questo.

Si serve di modelli matematici che consentono di combinare molte informazioni, e di capire la differenza tra una situazione ‘normale’, nella quale si registrano malattie, mortalità, nascite entro la media conosciuta, e una situazione meritevole di attenzione, dove tali fenomeni aumentano in maniera anomala (eccessi statisticamente significativi).

I problemi metodologici principali sono rappresentati dalla valutazione del periodo di latenza (periodo in cui la malattia non si è ancora manifestata, ma l’esposizione all’inquinante è già avvenuta), lo spostamento della popolazione (che quindi non si riesce più a ‘contare’ nel modo giusto) e di elementi come la situazione socio-economica, che incide sulla capacità fisiche delle persone (fattori di confondimento, che vengono considerati quando si effettuano i calcoli con metodi statistici).

Nel caso dello studio epidemiologico realizzato in Campania nelle aree inquinate da rifiuti, è risultato con chiarezza che nelle aree maggiormente inquinate è presente un numero più alto di alcune patologie, e si può affermare quindi che lo studio fornisce indicazioni sulla associazione esistente tra i due fenomeni: questi studi epidemiologici sono definiti geografici descrittivi o di correlazione ecologica, e l’esposizione umana si calcola in modo teorico misurando la distanza dell’abitazione dal sito inquinato (proxi).

Il passo ulteriore verso un sistema di sorveglianza mirato e adeguato al territorio è quello di andare ad analizzare l’esposizione reale delle persone, basandosi su dati di monitoraggio raccolti in loco.

Ci sono molte informazioni da cui partire, ottenute con indagini sul campo, in laboratorio e con simulazioni: ma per poterle applicare ad un territorio specifico è di fondamentale importanza avere dati costanti di monitoraggio ambientale, analisi dei cibi consumati, ed effettuate campagne mirate di monitoraggio biologico delle persone per analizzare alcuni inquinanti che possono essere presenti nel corpo.

Sempre più spesso si utilizzano misuratori individuali (dosimetri) e biomarcatori sia di dose assorbita (in liquidi biologici come sangue, urina, latte) che di variazione fisiologica (es. aberrazioni cromosomiche, micronuclei, addotti al dna).

I principali inquinanti da valutare e monitorare sono sufficientemente identificati (CO e CO2, SO2, NOx, particolato, metano, composti organici volatili , IPA, diossine e furani, metalli pesanti , PCB) e ci sono conoscenze sui pericoli (tossicità, cancerogenicità e genotossicità) delle principali sostanze che si possono reperire nell’ambiente, mentre sono in corso studi sui possibili effetti sul sistema immunitario e ormonale (meccanismi di interferenza endocrina) che si sospettano per molte sostanze.

Vanno sviluppate le conoscenze sulla contaminazione delle acque superficiali e di falda, e associarli a effetti sanitari specifici.

In questo modo sarà possibile realizzare studi epidemiologici avanzati sul versante dell’esposizione, più specifici sul tipo di sito e sugli eventi di salute e dotati di adeguata potenza statistica, cioè capacità di mettere in evidenza un rischio di piccole o moderate dimensioni. Realizzare interventi di disinquinamento e riqualificazione, migliorare la comunicazione
Il quadro complessivo delle conoscenze sul versante ambientale appare sufficiente per indirizzare misure di controllo e monitoraggio, bonifiche delle aree contaminate, valutazioni d’impatto ambientale.

Sul versante della salute l’insieme dei risultati degli studi fino ad oggi disponibili fornisce indicazioni per approfondimenti e per l’uso di precauzioni. Per sviluppare azioni mirate di prevenzione primaria occorrono risultati specifici, alcuni dei quali sono recentemente stati portati all’attenzione dei decisori.

Studi ben pianificati e formalizzati sulla percezione del rischio, del tipo di quelli condotti recentemente in alcune aree a rischio (Turvani 2006) e processi comunicativi e partecipativi sono da sviluppare sulla base delle indicazioni e usando le strumentazioni più avanzate a livello europeo (Cori 2006).

Analisi ed indicazioni più dettagliate ed approfondite su necessità e prospettive di sviluppo sono contenute in un recente intervento a 7 mani (Bianchi 2006).

Bibliografia citata
  • AA.VV. Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana. Rapporto sintetico. A cura di OMS, CNR, ISS, OER, ARPAC, Roma 2007. http://www.emergenzarifiuticampania.it/


  • Altavista P, Belli S, Bianchi F et al. Studio della mortalità per causa specifica in un’area della Campania caratterizzata dalla presenza di discariche di rifiuti industriali. Epidemiol Prev 2004; 28(6):311-21).


  • Bianchi F, Minichilli F. Mortality for non-Hodgkin lymphoma in the period 1981-2000 in 25 Italian municipalities with urban solid waste incinerators. Epidemiol Prev 2006; 30(2):80-1.


  • Bianchi F, Franchini M, Linzalone N. Dossier inceneritori: Salute in cenere? Rivista trimestrale della Società nazionale degli operatori della prevenzione. Editore Snop, N. 67 maggio 2006, anno 21.


  • Bianchi F, Biggeri A, Cadum E, Comba P, Forastiere F, Martuzzi M, Terracini B. Environmental epidemiology and polluted areas in Italy. Epidemiol Prev. 2006, (3):146-52.


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Autore: Fabrizio Bianchi1, Liliana Cori2
1Epidemiologo, Dirigente di Ricerca, Istituto Fisiologia Clinica CNR, Pisa
2Esperta in comunicazione, ricercatore, Istituto Fisiologia Clinica CNR, Roma




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